Opinioni, 15 ottobre 2019

Michele Moor: Per una Svizzera sicura

Nello spazio di pochi giorni siamo venuti a conoscenza di tre, differenti episodi che ci parlano del rischio di diffusione dell’estremismo islamico nel nostro Paese.
Visto che, quando si affrontano temi così delicati, si viene spesso fraintesi e accusati di far di tutta l’erba un fascio, facciamo parlare la cronaca.
 
Il 12 ottobre i mass media ci hanno informato che, un mese fa, alcuni rappresentanti dei partiti di opposizione turchi, su invito di parlamentari del Partito socialista, hanno partecipato a una riunione a Palazzo federale. Tra di essi c’era anche un cittadino iracheno condannato dal Tribunale penale federale per propaganda a organizzazioni terroristiche.
 
Il giorno dopo, i giornali hanno riferito dell’imminente avvio del processo contro una donna straniera che, nel 2017, a Bellinzona, ha cercato di praticare l’infibulazione alla figlia, ovvero la mutilazione degli organi genitali per azzerare il piacere sessuale.

Lo stesso giorno, alcuni domenicali ci hanno messo al corrente del fatto che il Consiglio centrale islamico svizzero, a fine settembre di quest’anno, ha organizzato una settimana di sopravvivenza durante la quale è stato insegnato l’uso del coltello, capitolo integrante di un corso di “psicologia in situazioni di emergenza”.
Agatha Christie, regina di impareggiabili gialli molto british, diceva che “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.

Anche senza essere così lapidari, il giusto equilibrio ci suggerisce comunque che, in Svizzera, comincia quantomeno ad affacciarsi un problema che, in altri Paesi europei, dalla Francia alla Svezia, passando per la Gran Bretagna è ormai diventato quasi ingestibile: ovvero quello della penetrazione dell’estremismo islamico non solo a livello di indottrinamento religioso e orientamento politico, ma anche nella pratica quotidiana di molti, comuni cittadini di fede islamica. Ed è forse questo l’aspetto più preoccupante del problema.

Anche perché, come al solito, succubi dei dogmi politicamente corretti che dominano ormai il nostro linguaggio e cercano di indirizzare anche i nostri comportamenti, a relativizzare episodi che vanno oltre la cronaca sono già intervenuti sociologi, politici di sinistra e osservatori buonisti.

Per quanto riguarda il corso su come difendersi armeggiando coltelli, organizzato dal Consiglio centrale islamico svizzero (che, bisogna precisarlo, rappresenta solo una piccola area radicale dell’Islam e non certo i 450 mila musulmani presenti in Svizzera, gran parte dei quali ben integrati), c’è già chi ha messo le mani avanti parlando di “pura provocazione” o di "modo di avvicinare i giovani". E, a proposito del sostenitore della Jihad condannato dal Tribunale federale, il Partito socialista ha espresso il proprio rammarico sulla vicenda solo perché la vicendà è uscita sui giornali, e non una volta scoperto l’imbarazzante infiltrato.

Ci troviamo di fronte a episodi gravi e a comportamenti ingiustificabili, da qualsiasi angolazione vengano guardati, perché è grazie a questo lassismo e tolleranza verso ciò che non va tollerato che certi fenomeni aberranti si fanno spazio, conquistano menti e reclutano fanatici.

Il radicalismo islamico è un problema di cui la stessa, variegata, comunità musulmana in Svizzera è cosciente e che si sforza di emarginare. Evitare che quella che è ormai la terza religioni nel (e non del) nostro Paese sia motivo di tensioni tra svizzeri e stranieri è nell’interesse di tutti. Ma se i primi a nascondere la sporcizia sotto il tappeto sono coloro che la dovrebbero far emergere, corriamo il serio pericolo di trovarci, nello spazio di pochi anni, con quartieri in cui vige la sharia e dove la polizia non si permette di entrare neanche con gli autoblindo. Avviene, ogni giorno, in svariati Paesi europei, dove una malinterpretata ed eccessiva tolleranza ha compromesso persino il controllo del territorio da parte di Stati sovrani.

Michele Moor

Consiglio Nazionale

Lista1 Candidato 4
 

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