A mio parere il principio è corretto e il Gran Consiglio non dovrebbe fare retromarcia. È giusto chiedere anche agli utenti delle cure a domicilio una partecipazione ai costi, soprattutto quando il beneficiario dispone già di strumenti finanziari specifici, come l’assegno per grandi invalidi o altre prestazioni pensate proprio per sostenere una situazione di dipendenza e di bisogno assistenziale.
In questo senso, il coinvolgimento dell’utente non è una penalizzazione, ma una scelta di responsabilità, equità e buon uso delle risorse pubbliche. Tanto più che il principio è già stato accolto dal Parlamento con l’approvazione del Preventivo 2026 e rientra in uno sforzo che tutti, istituzioni e cittadini, sono chiamati a fare per contenere l’aumento dei costi sanitari e dei premi di cassa malati.
Detto questo, una cosa è il principio, altra cosa è la sua applicazione concreta. Ed è proprio qui che oggi emergono le criticità maggiori: mancano ancora dati precisi sugli effetti reali della misura sulla popolazione, così come non sono state chiarite fino in fondo le necessarie misure accompagnatorie per evitare distorsioni o conseguenze socialmente nocive nei casi più fragili.
Su questo punto il Dipartimento avrebbe dovuto arrivare più preparato. Tuttavia, un dietrofront immediato sarebbe oggi altrettanto poco responsabile. I servizi di aiuto domiciliare stanno già predisponendo un monitoraggio della situazione, con attenzione particolare ai casi delicati, così da poter intervenire tempestivamente laddove necessario.
La via più seria, quindi, è applicare la misura, raccogliere dati concreti per circa un anno e poi valutarne gli effetti con piena cognizione di causa. Decidere oggi di cancellarla senza elementi oggettivi significherebbe agire più sull’emotività che sulla responsabilità politica.





