Sport, 24 maggio 2021

Da Sarajevo alla gloria: l’epopea del nostro CT

In giugno il via agli Europei, Svizzera con una certezza: Vladimir Petkovic

LUGANO - Dal 2014 Vladimir Petkovic è il commissario tecnico della nazionale rossocrociata: a livello di presenze solo Karl Rappan (ma nella preistoria del calcio) e Köbi Kuhn hanno fatto meglio di lui. Avanti di questo passo, anche l’indimenticato fantasista dello Zurigo dei tempi d’oro sarà raggiunto e superato. Vlado, come viene chiamato da parenti e amici, si è fatto voler bene da tutti e la crescita costante della Svizzera ha convinto anche i piu scettici. Fabio Capello dixit: “E un grande tecnico”. Solo il Blick è rimasto sul versante opposto e appena può lo denigra. Ma i suoi attacchi sono degli autentici boomerang: il quotidiano da boulevard ha perso da tempo la sua battaglia contro l uomo di Sarajevo, la vera punta di diamante della Svizzera ai prossimi Europei che inizieranno a metà giugno. “ Petkovic ha saputo tenere uniti e motivati sotto la stessa bandiera un gruppo composto da svizzeri, kosovari e serbi” disse una volta Pauli Schònwetter, uno che di Vlado conosce tutto per averlo diretto ai tempi del Locarno. Da Sarajevo alla gloria, si legge nel titolo: oggi raccontiamo un pezzo di storia della nostra massima rappresentativa (e del suo coach “ticinese” ).


Promessa non mantenuta
Il conflitto non era ancora esploso ma le tensioni erano palpabili. I croati volevano essere croati e basta; i serbi non facevano mistero delle loro mire espansionistiche e i bosniaci provavano a far convivere le loro anime religiose. Che la Jugoslavia sarebbe finita in frantumi era scritto e Vlado, che aveva fiutato il pericolo, nel 1985 se ne andò con la moglie Liliana. Ma la prima esperienza calcistica non fu entusiasmante: Coira non è terra di calcio e il centrocampista- difensore se ne accorge subito. Di lui dicono che “ sia avanti rispetto agli altri, vede tutto prima, ha già l’ occhio clinico dell’allenatore”. In Ticino arriva nei primi Anni Novanta proprio mentre nei Balcani scoppia la guerra. Lui è nato a Sarajevo ma è metà croato. Ha studiato sin che ha potuto da avvocato ma poi ha abbandonato. Conosce il russo e con il tempo impara a parlare anche tedesco, italiano e francese. Vlado si inorgoglisce quando parla della sua città: “Sono cresciuto in una
terra molto bella, multietnica e in continuo fermento culturale”. Il papà è allenatore e la sorella gioca a pallamano con buoni risultati. Quando arriva a Bellinzona, Petkovic si ritrova in Lega Nazionale B: allenatore Henri Depireux, belga tutto di un pezzo. Ma non dura a lungo. Due stagioni fra alti e bassi e poi il trasferimento a Locarno, dove trova Mister Schònwetter ed una squadra di vecchi marpioni come Pino Manfreda e giovani di belle promesse come Dario Rota e Romano Thoma. Pauli allena ma in campo è
Vlado a dirigere. Poi improvvisamente la nuova chiamata ACB. ”Ballava malissimo in Prima Lega. Il rischio di una relegazione era grosso. Mi chiesero di allenare e alla fine ci salvammo”. Sulla tolda di comando c’era da poche settimane patron Gianmarco Calleri, che si impegnò per confermarlo in panchina per la stagione del rilancio. Non fu così e sotto i Castelli arrivò Gianni Dellacasa. Vlado ci rimase male ma in fondo quella promessa non mantenuta fece le sue fortune.


Al servizio della gente
A Bellinzona e dintorni Petkovic ci rimase comunque. Lavorava alla Caritas e dirigeva il Malcantone/Agno, con il quale ottiene una clamorosa promozione in Lega Nazionale B nell’anno di grazia 2003. Poi il Lugano (AC, quello del pesciolino) e infine la terza inaspettata chiamata dalla Capitale. “Anni incredibili. La promozione in Super League, la finale di Coppa Svizzera nel 2008. Di giorno lavoravo a Giubiasco, la sera dirigevo gli allenamenti dei granata. Alla Caritas mi occupavo dei casi sociali, dei cittadini stranieri da integrare, e pure di ex tossici e alcolisti da recuperare. In quel periodo ho imparato il valore del dialogo e del rispetto che ho poi cercato di inserire nel mondo del calcio. Credo che essere altruisti serva anche dentro lo spogliatoio”. Forse è anche per questo motivo che Vlado non abbia mia subito l’influenza nefasta del calcio dei ricchi che lui ha in seguito frequentato. Umano, umile, sempre disponibile anche nei momenti meno propizi, non si é mai lasciato ingolosire dai mali e dai vizi di una società calcistica votata al guadagno sfrenato.


Il capolavoro rossocrociato
Il successo internazionale non gli ha dato alla testa. La vittoria in Coppa Italia con la Lazio nel memorabile derby contro la Roma (gol decisivo del suo pupillo Lulic) e le sue conoscenze hanno convinto la nosrta federazione ad affidargli la nazionale orfana di Ottmar Hitzfeld, che dopo lo sfortunato Mondiale brasiliano lascia. I dubbi su Petkovic sono alimentati dalla solita stampa zurighese, che preferirebbe un coach indigeno. Ma ci si rende conto subito che quel CT è l’uomo giusto al posto giusto. Il suo compito sembra improbo: deve far convivere sotto lo stesso tetto giocatori di etnia e provenienza diversa; deve vincere la diffidenza dei criticoni e soprattutto fare risultato. Non vincerà nulla (non era nemmeno previsto) ma porterà la Svizzera agli Europei del 2016, al Mondiale del 2018, nelle Final four di Nations League 2019, e di nuovo agli Europei che stanno per cominciare. Con il grande rammarico, è pur vero, dell’ eliminazione dalla rassegna iridata di Russia contro la Svezia. Durante quell’evento deve gestire anche le polemiche scaturite dai gesti nazionalistici di alcuni dei suoi giocatori.

ARNO LUPI

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