Ticino, 23 febbraio 2021

“Non riesco a fermarmi: la passione non muore mai”

Nostra intervista con Paul André Cadieux, icona del movimento nazionale

LUGANO - Paul André Cadieux gironzola per gli spogliatoi della Corner Arena quasi inosservato. Ha appena finito di commentare per Radio Fribourg la partita fra il Lugano e il Gotteron ed è alla ricerca di qualche spunto per la rubrica che tiene sull’emittente romanda. Con l’entusiasmo e la passione di sempre. Dopo aver fatto il giocatore e l’allenatore, ora il canadese naturalizzato svizzero (ha sposato una grigionese, la mamma dell’ex bianconero Ian Cadieux) fa l’opinionista: “Seguo tutte le partite della squadra di Dubé, in casa e in trasferta – ci dice – Anche se non sono più un ragazzino (ride) ho sempre tanto voglia di hockey. La passione non muore mai”.

Paul André Cadieux: lei ha fatto la storia dell’hockey svizzero.
“Non mi piace guardami indietro – afferma – Guardo sempre avanti, questo sport è cambiato profondamente e bisogna stare al passo con i tempi. Per rispondere alla sua domanda: credo di aver dato un buon contributo alla crescita dell’hockey svizzero, mettendoci passione, tanta passione e le conoscenze acquisite sul campo. Sono un curioso nato, guardo e leggo tutto, cerco di non farmi sfuggire nulla. Soprattutto ora che faccio da “spalla” al radiocronista di Radio Fribourg. Un’esperienza fantastica, che mi piace tantissimo”. 

Lei arrivò in Svizzera nel lontano 1970. 
La Lega svizzera di hockey aveva appena riammesso i giocatori stranieri. Stavo giocando ad Ottawa ma l’ipotesi di varcare l’Oceano e provare una nuova esperienza sportiva mi stuzzicò: inoltre avrei potuto concludere i miei studi di professore di sport. Sapevo inoltre che avrei avuto la garanzia di poter svolgere il lavoro di hockeista, quella che non avevo in Canada. Detto fatto arrivai a Berna”. 

Allenatore-giocatore a soli 24 anni… 
Esperienza indimenticabile. Ero giovane per fare il tecnico. Eppure accettai l’incarico pur sapendo di rischiare moltissimo. Andò bene e fummo promossi in A. Ricordo che in Svizzera c’erano pochissime piste coperte e l’Allmend di Berna una delle poche. C’erano sempre 16 mila spettatori. Come oggi, o meglio: come prima della pandemia. 

Cadieux ricorda le battaglie con le ticinesi. 
Ad Ambrì una volta c’erano più di 9 mila spettatori. Mi dissero che tanti tifosi vedevano le partite dagli alberi. Contro le due ticinesi si giocava sempre con il coltello fra i denti: non
era facile affrontarle, soprattutto i biancoblù. Del Lugano mi ricordo anche un aneddoto gustoso: nell’ultima partita di campionato del 1973 giocò in casa contro lo Chaux de Fonds, già campione, la partita decisiva per la salvezza. Ma la partita non terminò perché il sindaco di Porza fece spegnere le luci della Resega. Era mezzanotte e la gara si era protratta così a lungo causa le intemperanza dei tifosi bianconeri. Se ne parlò anche (e tanto) sulla stampa di tutta la Svizzera.

Il suo Berna viene ricordato per aver messo fine al dominio dello Chaux de Fonds. 
I neocastellani erano alla fine di un’epoca d’oro. Se non sbaglio avevano vinto 7 titoli consecutivi. Potenza del denaro! Sì, perché patron Frutschi aveva speso tantissimi soldi per allestire una squadra che potesse dominare. Purtroppo questa situazione non faceva bene all’hockey svizzero. Quando una squadra vince per lungo tempo, c’è il rischio che il pubblico si annoi e non vada più alla pista. Ma nel 1974 successe qualcosa di straordinario: il Berna mise fine allo strapotere dello Chaux de Fonds! Dopo qualche stagione, i neocastellani finirono in DNB. Frutschi aveva chiuso i rubinetti. 

Dopo Berna, ecco Davos. Una svolta, in tutti sensi. 
Da un club di città ricco e potente, ad una società di montagna con grandi tradizioni. Costruimmo qualcosa di importante: la squadra tornò in LNA dopo tanti anni. Mi trovai benissimo. E soprattutto conobbi mia moglie, la mamma di Ian, che a Lugano ha vinto un titolo da giocatore. Una grande persona, lei, molto paziente, che non si è lamentate per le mie continue assenze dovute all’hockey… 

Un’altra tappa fondamentale è stata Friborgo. 
Ci ero già stato negli Anni Ottanta ma ritornai nel momento giusto, quando la società acquistò i due fenomeni russi Slava Bykov e Valeri Chomutov. È stata l’ esperienza più spettacolare, avvincente ed emozionante della mia carriera da allenatore. A Friborgo si vissero stagioni memorabili: la città, i tifosi e i mass media era una cosa sola. La squadra, trascinata dai due russi, arrivò due volte in finale ma purtroppo il Kloten ci sbarrò la porta verso la gloria. Malgrado la delusione, quelle furono le migliori annate in terra romanda. Ricordo con affetto la figura del presidente Martinet, colui che lanciò le basi per un Gotteron d’alto bordo.

M.A.

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