Svizzera, 02 novembre 2020

Psicologia dell'accordo quadro

Quello svizzero è il popolo più gentile del mondo, plurilingue, abituato ai rapporti con culture e confessioni, campione mondiale del compromesso, camaleonte della buona volontà. Esso produce brillanti albergatori, fiduciari, negoziatori, arbitri e mediatori. Senza difficoltà, questi possono far propri gli interessi degli altri. Il problema comincia quando gli Svizzeri devono difendere i propri interessi nei confronti degli altri.

La storia dei rapporti fra la Svizzera e l’Unione europea è perciò una storia di malintesi. È la storia di un matrimonio che non ha mai avuto luogo, nonostante entrambe le parti vi riponessero grandi speranze. L’UE credeva di potersi fidare delle rassicurazioni dei negoziatori federali, secondo cui la Svizzera si sarebbe avvicinata «bilateralmente» per poi un giorno aderire realmente. La Svizzera credeva di poter temporeggiare in eterno con i suoi assoggettamenti, prese in giro e arrendevolezze.

Una sorta di matrimonio coatto

Il risultato temporaneo di questa strana, disonesta e curiosamente insoddisfatta relazione a due, è l’accordo-quadro istituzionale . L’UE lo vuole assolutamente. È delusa, perché si sente respinta e sfruttata dal Consiglio federale. Dal suo punto di vista, gli svizzeri si sono creati false speranze pensando di trarne dei vantaggi. Con l’accordo
quadro, le tanto attese nozze dovrebbero finalmente avere luogo, come una specie di matrimonio coatto nel quale l’UE comanda dalla A alla Z.

È probabilmente il peggiore trattato che un governo svizzero abbia mai preso in considerazione di sottoscrivere. Con la sua adozione, la Svizzera dovrebbe effettuare dei pagamenti annuali a Bruxelles, riprendere il diritto UE e assoggettarsi a giudici europei. 500 milioni di cittadini UE otterrebbero una residenza facilitata e l’accesso alle istituzioni sociali svizzere. Con il divieto di «aiuti statali» verrebbe abrogata la sovranità fiscale dei cantoni e le banche cantonali perderebbero, con la garanzia dello Stato, anche le loro possibilità di sopravvivenza.

Qualunque altro governo avrebbe respinto tale accordo con indignazione. Il Consiglio federale non l’ha fatto. Perché? Per alcuni, l’accordo istituzionale è un primo passo verso l’agognata adesione. Altri hanno perso la forza di resistere. Ma, soprattutto, il Consiglio federale ha la coscienza sporca. La sua disponibilità ad accettare il miserabile risultato dei negoziati deriva dal fatto che può capire la rabbia dell’UE, perché l’ha causata lui stesso con la sua politica disonesta.

Bisogna capire questa psicologia dell’accordo quadro, per comprendere l’atteggiamento stranamente difensivo
e nervoso del governo nazionale. Il Consiglio federale, nei confronti dell’UE, si è mosso in una situazione impossibile. Non lo percepiscono solo i membri del governo, ma anche i diplomatici che si trovano a disagio. Anche altri funzionari sono dell’opinione che il Consiglio federale abbia messo a dura prova la pazienza dell’UE con false aspettative. Non potrebbe permettersi di far arrabbiare del tutto l’UE respingendo il trattato che, peraltro, nessuno avrebbe dovuto accettare.

Meglio un’onestà tardiva che nessuna onestà

Fortunatamente, al di fuori del governo sta nascendo sempre più resistenza. Solo pochi anni fa, l’accordo istituzionale era ritenuto un’errata fantasia allarmistica di un paio di vecchi UDC quali Ulrich Schlüer e Christoph Blocher. Entrambe queste vecchie volpi sono però riuscite a sensibilizzare finalmente l’opinione pubblica circa i pericoli di questo legame voluto dall’UE, che in realtà è una vera e propria integrazione. Oggi, contro l’accordo quadro c’è un vasto fronte critico. Esso si estende dai sindacati fino all’ex-consigliere federale Johann Schneider-Ammann.

Che l’accordo quadro sia davvero già «clinicamente morto», come affermano i media, è lecito dubitarlo. Dopotutto, la sua stipulazione è sempre un obiettivo di legislatura del governo. La maggior parte dei partiti, le associazioni economiche, l’amministrazione sono a favore, la ministra di giustizia Keller-Sutter ne è ossessionata. Se il trattato fosse morto, la presidente della Confederazione Sommaruga e la presidente della Commissione UE von der Leyen non avrebbero, in occasione dell’ultimo WEF, concordato un “patto di congelamento” con l’obiettivo
di riprendere le trattative solo dopo la votazione sull’iniziativa per la limitazione.

Il Consiglio federale non voleva guastare i rapporti con l’UE. Voleva essere amichevole, gentile, empatico. E adesso, la cosa gli si ritorce contro. Con la sua incapacità di dire tempestivamente NO all’accordo quadro, ha indebolito la propria credibilità e gettato discredito sulla Svizzera presso l’UE. Occorre un taglio netto. Questo matrimonio coatto istituzionale non è accettabile per la Svizzera. Si sarebbe dovuto abbandonare questo progetto già da tempo. Un’onestà tardiva, ma sempre meglio che nessuna onestà. Se la politica non ci riesce, tocca al sovrano decidere con una votazione popolare.

ROGER KÖPPEL (articolo tradotto, originale pubblicato sulla Weltwoche del 1/10/2020)

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