Svizzera, 13 gennaio 2020

Richiedente l'asilo picchia la compagna incinta per farla abortire, condannato (ma niente carcere né espulsione)

Un richiedente l'asilo iracheno è stato riconosciuto colpevole di lesioni semplici per aver picchiato ripetutamente la compagna incinta per farla abortire. Nonostante la brutalità dimostrata, e in gran parte ammessa dall'accusato stesso, all'uomo è stata inflitta unicamente una pena di 90 aliquote giornaliere sospesa e di conseguenza non dovrà scontare un giorno di carcere né verrà allontanato dal territorio svizzero.

"Sono il suo uomo. Ho i miei diritti su di di lei. Voglio che la mia famiglia sia ben equilibrata" ha cercato di giusticarsi l'imputato, un iracheno di 33 anni beneficiario dell'assistenza sociale sin dal suo arrivo in Svizzera nel 2012. E questi ripetuti atti di violenza, oltre agli insulti, si protraevano da anni: “Se dico che l'ho colpita prima, creerebbe problemi. E se dico di no, sto mentendo" ha ammesso il 33enne al suo processo.

Sin dall'arrivo della coppia in Svizzera e al loro collocamento nel centro per richiedenti l'asilo di Vallorbe (VD), all'inizio del 2012, l'uomo ha usato la violenza nei confronti della compagna. E, nonostante la brutalità della violenza e il fatto che la donna era incinta, nessuno in questi centri, tra ospiti e operatori, ha notato e segnalato i fatti. Lo stesso avvenne più tardi, quando la famiglia fu trasferita a Saint-Gingolph (VS), e la donna è stata ripetutamente picchiata dal compagno, nell'indifferenza o ignoranza generale.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti e la confessione del 33enne, l'uomo ha cominciato a usare la violenza sulla compagna quando quest'ultima rimase incinta della loro futura figlia, nel 2012. Lui voleva che lei abortisse, ma lei volle portare a termine la gravidanza. Fu così che lui cominciò a colpirla allo stomaco per uccidere il feto. Senza successo, dal momento che la bambina nacque il settembre di quell'anno.

Se l'accusato nega di aver utilizzato un bastone, come sostiene la vittima, non nega di aver ricominciato da capo quando la compagna era in attesa della loro seconda figlia, nel 2014.

Interrogato dalla polizia vallesana, che era intervenuta in seguito a una denuncia inoltrata dalla donna quando la coppia fa trasferita dal centro per migranti a un appartamento privato, l'aggressore disse che sapeva mostrare compassione: "Non ho mai battuto mia moglie in presenza di bambini". Al termine del processo l'uomo è quindi già a piede libero e nonostante sia stato ritenuto colpevole di atti che in gran parte ha confessato di aver commesso se la cava con una pena pecunaria sospesa.

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