Mondo, 27 marzo 2019

Il parlamento UE approva la riforma del copyright, è la fine della libertà sul web?

Il Parlamento europeo, riunito a Strasburgo, ha approvato ieri la cosiddetta riforma del copyright: una proposta di direttiva per disciplinare su scala Ue il diritto d’autore, garantendo misure adatte di remunerazione della proprietà intellettuale di colossi del web come Google, Facebook o YouTube.

Fermo restando che manca ancora l’assenso del Consiglio europeo, cioè una maggioranza qualificata degli stati membri UE, il testo, formulato dalla Commissione europea nel 2016, ha l’ambizione di diventare una delle fondamenta del cosiddetto digital single market: il mercato unico digitale, uno spazio economico comune che riproduca l’assenza di barriere raggiunto in quello fisico. Da allora sono passati tre anni e un numero imprecisato di emendamenti che hanno scatenato una lotta accesa fra le due fazioni che si sono fronteggiate fino al verdetto dell’Europarlamento.

Da un lato ci sono sostenitori, rappresentati principalmente dalle associazioni del mondo dell’editoria, discografia, cinema e arte, favorevoli a un impianto che ne aumenterebbe il potere negoziale in vista di accordi ad hoc con i grossi gruppi del Web. Dall’altro un inedito fronte fra i colossi tech e gli attivisti per la libertà del Web, anche se ovviamente le motivazioni dei primi (difesa del proprio modello di business) non hanno nulla a che spartire con quelle dei secondi (timore di meccanismi di censura o comunque limitazione della diffusione di contenuti).

Cosa dice esattamente la direttiva

La proposta di direttiva della Commissione (0593/2016) si proponeva di aggiornare una regolamentazione sul copyright ferma a un testo del 2001, adeguando i paletti legislativi di allora a un mercato cambiato in profondità dai tempi pionieristici del primo e-commerce (uno dei riferimenti del testo di 18 anni fa era eBay) e di un Web diversissimo da quello di oggi. L’obiettivo, arrivato intonso fino al testo al voto il 26 marzo, è quello di salvaguardare "un elevato livello di protezione del diritto d’autore e dei diritti connessi", adattando le norme sul diritto d’autore a un mercato monopolizzato da colossi internazionali che fatturano sull’uso – gratuito – di contenuti prodotti da terzi. Come? In sostanza, le piattaforme che monetizzano sull’intermediazione di opere altrui, come appunto Google o Youtube, devono "responsabilizzarsi" e assicurare la stipula di licenze con i legittimi proprietari dei diritti o la rimozione dei contenuti protetti da copyright. A garantire l’una e l’altra condizione sono i due articoli più controversi del testo, gli articoli 11 e 13, con quest'ultimo che nella versione finale è diventato l'articolo 17.

Le due misure introducono, rispettivamente, una "link tax" (tassa sui link) e un upload filter (un filtro sul caricamento dei contenuti). Nel testo che viene votato il 26 marzo non c’è traccia né del primo né del secondo. L’articolo 15 (ex articolo 11) stabilisce che gli Stati membri debbano provvedere perché "gli autori delle opere incluse in una pubblicazione di carattere giornalistico ricevano una quota adeguata dei proventi percepiti dagli editori per l’utilizzo delle loro pubblicazioni di carattere giornalistico da parte dei prestatori di servizi della società dell’informazione".

Detto altrimenti gli autori di un contenuto editoriale veicolato dalle piattaforme online (per esempio Google News) devono essere remunerati dai propri editori, a propria volta pagato per i contenuti concessi agli aggregatori digitali. Come? La finalità della direttiva dovrebbe essere quella di incentivare la stipula di accordi, quindi è probabile che una maggiore garanzia di retribuzioni passi – sulla carta – per accordi bilaterali fra editori e aziende digitali.

L’articolo 17 (ex articolo 13) sancisce invece che "un prestatore di servizi di condivisione di contenuti online (formula burocratica per dire piattaforme online, ndr) deve pertanto ottenere un’autorizzazione dai titolari dei diritti", sempre attraverso una licenza. Se un contenuto protetto da copyright viene caricato senza licenza, le piattaforme si accollano la responsabilità della violazione, a meno che non si possano aggrappare ad alcune eccezioni: per esempio "aver compiuto i massimi sforzi per ottenere un’autorizzazione" o comunque "aver agito tempestivamente" per disabilitare l’accesso agli utenti indisciplinati o impedirne l’attività in futuro. La norma si dovrebbe rivolgere solo alle aziende di grossa dimensione, visto che lo stesso articolo esclude o limita per esempio le responsabilità di società con fatturato inferiore ai 10 milioni o meno di tre anni di attività alle spalle.

Chi è a favore, chi è contro e perché

La riforma ha creato più o meno due blocchi. Da una parte associazioni di categoria, per esempio nell’editoria e nella discografia, sono favorevoli perché vedono nella riforma uno strumento per aumentare il proprio potere negoziale rispetto a giganti accusati di monetizzare il lavoro altrui.

I colossi del tech sono sfavorevoli perché la nuova legislazione, sia pure in forma ben più blanda rispetto alle origini, fissa diversi obblighi in più rispetto al proprio ruolo di "intermediatori", oltre a imporre licenze e costi annessi. Di tutt’altro tono le motivazioni dell’altra anima del no, quella che va dai militanti per il web libero ad alcune componenti politiche dell’Europarlamento.

In questo caso la battaglia è contro misure accusate di limitare la diffusione libera dei contenuti digitali, oltre a prestarsi a diversi equivoci interpretativi. Una petizione online su Change.org, intitolata "Save the Internet", ha raggiunto oltre cinque milioni di adesioni e nelle scorse settimane in varie città europee, soprattutto in Germania, vi sono state manifestazioni che hanno visto migliaia di persone protestare contro la riforma.

Cosa cambia concretamente

A prima lettura, il bersaglio di questa legge sembrano essere i colossi del web come Facebook, Google o Twitter, e i beneficiari i creatori di contenuti (artisti e giornalisti) i quali dovrebbero essere ricompensati per il loro lavoro che viene condiviso su queste piattaforme. Nella pratica però, è difficile immaginare un sistema in cui queste piattaforme debbano ricompensare ogni utente per ogni contenuto condiviso. La piattaforma YouTube, in cui gli utenti possono monetizzare il loro contenuto, ha già un sistema per denunciare violazioni del copyright ed è un sistema estremamente vulnerabile agli abusi. Chiunque può segnalare una violazione del copyright, e in attesa di una verifica manuale che può durare anche giorni, il video segnalato viene rimosso, causando spesso danni economici non da poco all'autore il cui video è stato sospeso.

Immaginare la stessa cosa, ma per piattaforme con infinitamente più utenti e applicato non solo a video ma a qualsiasi tipo di contenuto, risulta difficilmente immaginabile. Facebook, per fare un esempio, introdurrà un pulsante in cui si può riportare un'immagine o un video che riteniamo essere una violazione del copyright? Chi controllerà che le segnalazioni siano fondate o meno, e quanto tempo ci metterà? Nell'Ue gli utenti di Facebook sono milioni e controllare ogni segnalazione manualmente è un'impresa semplicemente impossibile anche per i colossi multimiliardari del Web. Già oggi il sistema di segnalazione di contenuti illegali (violenza, pornografia, minacce) è a dir poco lacunoso (oltre che in parte politicamente motivato).

Le reali conseguenze di questa riforma sono quindi oggi difficili da prevedere e bisogna aspettare quale sistema le piattaforme web metteranno in piedi. Difficile però che gli utenti di queste piattaforme non subiranno essi stessi qualche limitazione e che le piattaforme si prenderanno, come dice la legge, la "responsabilità" senza ribaltarla in qualche modo sul singolo utente. In conclusione, probabilmente esagerano quelli che parlano della fine della "libertà sul web" e si immaginano che nel prossimo futuro non potremo più condividere foto di gattini o i meme. D'altra parte è giusto preoccuparsi quando la politica si propone di introdurre leggi il cui obiettivo è comunque quello di limitare la diffusione di contenuti online. 

(Fonti: ilsole24ore, euparlament.europa.eu) 

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