Ticino, 24 luglio 2018

L’amministrazione cantonale vuole imporre a storiche aziende ticinesi la modifica del loro logo

Motivo: contiene uno scudo del Cantone e/o della Confederazione. Dal 2017, con l’entrata in vigore della nuova legge federale, l’utilizzo degli “scudi” da parte di privati è diventato illegale in quanto riservato solo all’ente pubblico. Ovviamente mettersi in regola avrebbe costi ingenti: immaginiamo ad esempio chi dovrebbe far cambiare l’insegna su decine di veicoli. Senza contare che il logo per un’azienda è un po’ come il nome per una persona…

Certo che se le priorità della pubblica amministrazione sono queste, siamo a posto!
In questi giorni alcune aziende ticinesi stanno ricevendo delle “simpatiche” letterine rispettivamente e-mail dall’amministrazione cantonale.
Si tratta di aziende che storicamente, magari da svariati decenni, integrano nel loro logo lo stemma del Cantone e/o quello della Confederazione.

Ebbene: il funzionario cantonale di turno informa queste aziende che “dal primo gennaio 2017 è in vigore la Legge sulla protezione dello stemma della Svizzera e di altri segni pubblici del 21 giugno 2013” e dunque a partire da tale data “gli stemmi dei Cantoni e gli elementi caratteristici degli stemmi cantonali in relazione ad uno scudo possono essere utilizzati solo dall’ente pubblico”.  E’ invece ammesso utilizzare “bandiere, emblemi ed altri segni a condizione che l’uso non sia fuorviante e contrario all’ordine pubblico (?)”.
Pertanto le aziende in questione sono invitate (?) a modificare il logo togliendo gli stemmi del Cantone Ticino, mentre “per quelli della Confederazione la competenza in materia è dell’autorità federale”.

Non è dato di sapere quante imprese – in Ticino ed in Svizzera - si trovino con un’insegna diventata “fuorilegge”.  Poco ma sicuro è che la faccenda si fa “spessa”. Anche dal punto di vista dei costi! Quanto deve spendere per mettersi in regola una ditta che ha decine di veicoli e macchinari il cui logo storico è “improvvisamente” diventato illegale? E chi paga il conto?
Questa sì che è promozione dell’economia locale…
Sarebbe poi interessante sapere quali sanzioni andrà incontro chi non vorrà modificare il proprio logo. A maggior ragione se quest’ultimo sussiste da molti decenni prima dell’entrata in vigore della nuova legge.
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Certo che vedere, in tempi difficili, una pubblica amministrazione che ha il buon tempo per “stalkerare” le aziende pretendendo modifiche di loghi storici non è un bello spettacolo. Nient’altro da fare? Qualcuno si sta forse inventando il lavoro? 
Senza contare che non c’è solo l’aspetto economico.  Per una ditta la propria insegna ha un valore identitario ed affettivo importante. E’ un po’ come se alle famiglie Schweizer lo Stato imponesse di cambiare il cognome per questioni di copyright. E perché, poi, un’azienda orgogliosa di essere ticinese dovrebbe cancellarlo dal proprio logo?
Domanda da un milione: ma il Consiglio federale, la burocrazia bernese (sempre più simile a quella di Roma) ed il parlamento, quando hanno proposto, rispettivamente approvato queste nuove disposizioni - sicuramente della massima urgenza ed indispensabili alla salvaguardia dello Stato (come no!) - hanno pensato alle conseguenze?

Intanto il titolare di una delle ditte raggiunte dall’ingiunzione ci comunica di non avere alcuna intenzione di cambiare il logo storico della sua azienda. Sia per motivi economici che affettivi.
Questioncella conclusiva: se la politica federale è così attenta all’utilizzo dei simboli della Svizzera, perché non impone a chi vuole esporre una bandiera straniera di accompagnarla con quella elvetica? Ah già, ma questo è becero populismo e razzismo… invece andare a disintegrare le “scatole” a storiche aziende ticinesi e svizzere per la loro insegna è “alto senso dello Stato”.
Intanto alle ditte in arrivo da Oltreramina a fare concorrenza sleale a quelle locali i camerieri dell’UE vorrebbero addirittura togliere il termine d’attesa di otto giorni. Naturalmente con l’obiettivo di inchinarsi a 90 gradi a Bruxelles. Non c’è che dire:  siamo proprio in buone mani.

Lorenzo Quadri

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