Quasi un abitante della Svizzera su dieci vive al di sotto della soglia della povertà, e molti di più sono esposti al rischio di caderci. A lanciare l'allarme sono i Centri sociali protestanti che ritengono insufficienti le misure adottate finora dalle autorità.
Riunitisi mercoledì mattina a Losanna davanti ai media per lanciare la loro campagna annuale, i Centri sociali protestanti (CSP) di Berna-Giura, Ginevra, Neuchâtel e Vaud hanno voluto evidenziare il divario tra le statistiche disponibili, i dispositivi esistenti e la realtà riscontrata sul campo. Queste organizzazioni di ispirazione protestante che offrono aiuto sociale e denunciano le condizioni di povertà e precarietà nel paese hanno inoltre formulato tre priorità per proteggere, armonizzare e misurare meglio i diversi livelli di sussistenza minima in Svizzera.
Alla fine di novembre 2025, la Confederazione aveva pubblicato il primo monitoraggio nazionale della povertà, raccogliendo e sintetizzando una serie di informazioni e conoscenze sul fenomeno nel Paese. Tale documento funge anche da base per la strategia nazionale contro la povertà prevista entro il 2027. Il verdetto era chiaro: la Svizzera non ha raggiunto il suo obiettivo di riduzione della povertà. Il tasso di povertà è aumentato nell'arco di dieci anni (soprattutto tra il 2014 e il 2017), ma dal 2017 si è poi relativamente stabilizzato su un livello prossimo all'8% della popolazione.
È quanto emerge dai dati dell'ultimo anno rilevato: l'8,4% della popolazione, ovvero circa 743'000 persone, viveva al di sotto della soglia di povertà. Secondo il monitoraggio, senza le prestazioni sociali, il tasso di povertà assoluta avrebbe raggiunto il 16,4% della popolazione, pari a quasi 1,5 milioni di persone. Va inoltre segnalato che anche il 4,3% delle persone occupate viveva al di sotto della soglia di povertà: si tratta di circa 175'000 lavoratori e lavoratrici.
Oltre a questa stagnazione, ciò che preoccupa i CSP è anche il fatto che «la precarietà supera le statistiche ufficiali», secondo Bastienne Joerchel, presidente di CSP.ch e direttrice della sede vodese. «Una parte significativa della popolazione vive appena al di sopra delle soglie di riferimento», sottolinea.
I CSP riferiscono di vedere ogni giorno nuclei familiari che lavorano, famiglie, persone sole o pensionati il cui «budget non consente praticamente alcun imprevisto». «Sul campo emergono altri segnali: un maggiore ricorso agli aiuti alimentari, richieste di sostegno finanziario d'emergenza o l'alternanza tra autonomia e assistenza sociale. Non tutte queste realtà sono visibili nelle statistiche pubbliche», ha riassunto Caroline Regamey, responsabile delle politiche sociali e della ricerca presso CSP Vaud.
Guardare oltre le statistiche porta anche a interrogarsi sulle soglie stesse: cosa comprende concretamente il minimo vitale, sempre più spesso insufficiente, a cui fanno riferimento? «In Svizzera non esiste un unico minimo vitale. Le prestazioni complementari AVS/AI, il minimo vitale impignorabile nelle procedure di esecuzione, l'assistenza sociale, i regimi di assistenza legati all'asilo o gli aiuti d'emergenza si basano su parametri e quadri giuridici differenti. A ciò si aggiungono le disparità cantonali», ha osservato Regamey.
Secondo i CSP, l'entità di alcune disparità richiede un dibattito nazionale sulla coerenza del sistema e sulle condizioni per una vita dignitosa. È necessario, a loro avviso, iniziare con l'adeguamento delle prestazioni sociali.











