Nel 2023, secondo dati verificati da The Times tramite richieste a decine di forze di polizia inglesi e gallesi, le autorità britanniche hanno effettuato 12.183 arresti per messaggi online ritenuti “offensivi”, “molesti” o che causano “ansia, fastidio o inconveniente”. Circa 33 arresti al giorno. Un numero da regime autoritario secondo l’infografica dell’Istituto Liberale.
Le leggi incriminate? La sezione 127 del Communications Act 2003 e la sezione 1 del Malicious Communications Act 1988. Norme vaghe che puniscono messaggi indecenti o minacciosi trasmessi via internet o telefono. Non si tratta solo di minacce esplicite: finiscono dentro genitori che criticano una scuola su WhatsApp, cittadini che esprimono opinioni scomode su migrazione o islam, o semplici “like” e commenti che qualcuno trova fastidiosi. Arresti, perquisizioni all’alba, ore in cella – e spesso nessuna condanna (solo circa 1.119 sentenze nel 2023, in calo rispetto al passato).
Il Regno Unito, che si vanta di essere una democrazia matura, arresta più persone per post sui social di regimi che non fingono nemmeno di essere liberi.
Fonti come Freedom House confermano il trend preoccupante nel Regno Unito e le forze dell’ordine sprecano risorse sulla libertà di espressione invece che su crimini reali. Questa è psicopolizia: lo Stato che decide cosa può turbare i cittadini sensibili, che usa forze armate per bussare alle porte di genitori o anziani per un tweet o un messaggio privato. Casi emblematici – arresti per post su gruppi WhatsApp scolastici, per commenti su proteste, per umorismo nero – mostrano come leggi nate per contrastare minacce vere siano diventate un manganello contro il dissenso.







