Focus, 27 marzo 2026

Conclusa la nona edizione del premio internazionale organizzato dal Guastafeste “Stop islamizzazione”: ecco i vincitori

Anche nel 2026, per il nono anno consecutivo, Giorgio Ghiringhelli, con il suo movimento politico “Il Guastafeste”, ha organizzato lo “Swiss Stop Islamization Award”, ossia il premio internazionale destinato a ricompensare finanziariamente (con 2'000 franchi) e moralmente tre persone, associazioni o organi di informazione che si sono distinti nella battaglia contro l’islamizzazione della Svizzera e dell’Europa. In questa pagina pubblichiamo i nomi dei tre vincitori, con le rispettive motivazioni. Quest’anno, nel ventesimo della sua morte, è stato aggiunto un quarto premio speciale “alla memoria” dedicato alla grande giornalista e scrittrice toscana Oriana Fallaci.

Ecco i vincitori del premio

Amine Abdelmajide (Svizzera)

Amine Abdelmajide, di professione ingegnere, è nato in Algeria nel 1946. Questo ex-musulmano si era trasferito una cinquantina di anni fa in Svizzera (a Losanna), dove aveva poi acquisito la cittadinanza svizzera. A partire dall’età di 2 anni ha iniziato a studiare a memoria il corano, che conosce dunque alla perfezione. Solo dopo essere entrato in contatto con la civiltà europea si era però reso conto che molti precetti dell’islam erano in “contraddizione totale” con i diritti dell’uomo e con le norme contro il razzismo vigenti nei Paesi occidentali.

E da allora ha cominciato a battersi contro le discriminazioni che la religione islamica applica nei confronti dei musulmani, come ad esempio il divieto per le donne di sposare un non musulmano, o il divieto di adottare un figlio (pena la perdita per esso di ogni diritto, come l’eredità), o il divieto di cambiare religione o di diventare atei. Un divieto, quest’ultimo, la cui inosservanza dà luogo al reato di apostasia, che secondo tutte le quattro scuole islamiche di giurisprudenza, sarebbe da sanzionare con la morte. “Ma ciò che è ancor più scioccante – sostiene Abdelmajide, convertitosi al cristianesimo – è che la condanna a morte per gli apostati è stata confermata pure dal Consiglio Europeo per la Fatwa e la Ricerca, ossia l’organo giuridico che interpreta le prescrizioni coraniche valevoli per i musulmani che vivono in Europa”.

Gli orrori della guerra civile scoppiata in Algeria fra il 1992 ed il 2002 avevano indotto Amine a rinnegare la violenza contenuta nel Corano. “Non potevo più credere – aveva dichiarato durante un’intervista - che i versetti che parlano della legislazione e del jihad venivano da Dio, e così per me erano da prendere in considerazione solo i versetti pacifici rivelati all’inizio, quando Maometto si trovava ancora alla Mecca”.

Per questo motivo Amine Abdelmajide non si è limitato a battersi contro le discriminazioni coraniche ma anche contro gli appelli al razzismo e alla violenza contenuti nei testi sacri, come ad esempio il versetto che paragona i miscredenti a delle bestie (8:22) o il versetto con il quale Allah garantisce il paradiso solo a chi combatte per il jihad uccidendo e facendosi uccidere (9:111). “Versetti come questi – dice – non devono più essere insegnati nelle scuole islamiche e nelle moschee, perché hanno un impatto immenso sui musulmani. Come si può pretendere che essi si integrino nella società occidentale se si insegna loro fin da bambini che gli infedeli sono peggio degli animali?”.

Amine Abdelmajide scrive regolarmente per diversi siti online (come Futur CH o l’IQRI). In diversi video pubblicati su Youtube ha fatto numerose traduzioni concernenti le prediche degli imam che incitano all’odio razziale e alla violenza. Inoltre egli ha scritto a più riprese alle autorità svizzere e alle associazioni musulmane e cristiane segnalando le discriminazioni coraniche contro gli apostati e chiedendo una revisione dell’insegnamento religioso impartito nelle moschee e nelle scuole islamiche, ma senza mai ricevere una risposta. “Non si osa abbordare questi temi in Europa. C’è un gran silenzio” commenta sconsolato.

Collettivo Némésis (Francia)

Nell’ottobre del 2019 un gruppo di giovani donne decide di fondare a Parigi un movimento femminista e identitario di destra in contrapposizione con il femminismo di sinistra, da loro considerato troppo compiacente verso gli islamisti e verso l’immigrazione di massa ritenuta un pericolo per le donne occidentali.

Al movimento viene dato il nome di Némésis, la dea greca della vendetta. Fra le fondatrici vi è la ventottenne Alice Cordier (vedi foto), che da allora dirige il movimento e che ha ricevuto diverse minacce di morte. Obiettivi principali del Collectif Némésis sono quelli di denunciare le violenze sessuali perpetrate a danno delle donne da parte soprattutto di uomini immigrati e chiedere l’espulsione di tutti gli stranieri colpevoli di stupro. A chi fa loro notare che a usare violenza contro le donne non sono solo gli stranieri esse rispondono “abbiamo già abbastanza stupratori francesi per importarne di altri”.

Come si leggeva su Le Monde del 22 novembre 2024, il movimento “attribuisce agli immigrati e ai musulmani la responsabilità delle violenze sessuali. I suoi membri hanno preso l’abitudine di infiltrarsi nelle manifestazioni di sinistra per gridare i loro slogan”. Queste giovani donne partecipano a loro rischio e pericolo a manifestazioni in varie città francesi. A Lille, ad esempio, il 2 settembre 2023 esse avevano condotto una serie di azioni per denunciare l’insicurezza e l’islamizzazione della città. A Marsiglia, il 1. ottobre 2022, avevano manifestato contro il rimpatrio in Francia di decine di mogli dei jihaddisti.

Nel sito del movimento (www.collectif-nemesis.co) ci si dichiara contro il velo islamico, ritenuto “un simbolo dell’oppressione delle donne e del patriarcato islamista”, e si riportano delle statistiche a supporto dell’impatto che l’immigrazione di massa, specie quella di origine africana, ha sulla sicurezza delle donne. Ad esempio, nella regione dell’Ile-de-France il 63% delle aggressioni sessuali sui trasporti pubblici sono commesse da stranieri. I membri di Némésis denunciano in particolare l’inazione dello Stato francese, che spesso non provvede a espellere quegli stranieri toccati dalla misura amministrativa denominata OQTF.

Lo scorso 13 febbraio, durante una loro manifestazione a Lione, alcune esponenti di Némésis sono state aggredite da un gruppo di estremisti dell’estrema sinistra facenti parte dell’organizzazione fascista “Jeune Garde”, fondata da Raphaël Arnault, deputato del partito di sinistra “La France insoumise” (LFI). Quentin Deranque, un giovane studente di 23 anni che accompagnava le ragazze per proteggerle da eventuali violenze, è stato attaccato e linciato con pedate in testa dal branco ed è morto due giorni dopo. Per tutta risposta, Jean-Luc Mélenchon, presidente di LFI, ha chiesto… la dissoluzione del Collectif Némésis. E noi invece le premiamo per il loro coraggio.

Mila Orriols (Francia)

L’incredibile storia di questa giovane donna, la cui vita è stata rovinata dall’Islam, ebbe inizio il 18 gennaio del 2020, quando aveva solo 16 anni. A quell’epoca Mila, che non aveva mai nascosto la sua omosessualità, rifiutò le “avances” di un internauta musulmano, che la insultò e la minacciò pesantemente tirando in ballo Allah. L’adolescente reagì pubblicando un video in cui affermava che nel Corano vi è solo dell’odio, criticando poi quella religione e il suo Dio con termini molto “pesanti”.

In breve tempo quel video fu visto da 35 milioni di persone e Mila ricevette 50'000 minacce di morte. A seguito di ciò la ragazza fu costretta a lasciare la scuola e fu messa sotto la protezione della polizia: la vicenda assunse così una risonanza nazionale. Ai giornalisti che l’intervistavano Mila spiegò che la blasfemia verso una religione è ammessa in Francia in nome della libertà di espressione.

Oriana Fallaci (Italia)

Quest’anno ricorre il 20.mo della morte di Oriana Fallaci, nata il 29 giugno 1929 a Firenze e morta il 15
settembre 2006 a Firenze. In occasione di questo anniversario abbiamo deciso di attribuirle un premio alla memoria, e ciò non solo perché con i suoi due libri pubblicati dopo l’attentato alle Torri gemelle di New York ha contribuito ad aprire gli occhi a milioni di persone sui pericoli dell’islamizzazione, ma anche per chiederle scusa per un fatto avvenuto nel 2002. Nel novembre di quell’anno, infatti, il nostro Dipartimento federale di giustizia, su sollecitazione di musulmani residenti in Svizzera, aveva inviato allo Stato italiano un poderoso dossier per chiedere l’estradizione della scrittrice toscana, o di aprire contro di lei e contro i suoi editori (Rizzoli) un procedimento penale per i contenuti considerati razzisti del suo primo libro, “La rabbia e l’orgoglio”, uscito nel 2001. Lei stessa ha ricordato nel suo secondo libro – intitolato “La forza della ragione” - questo increscioso episodio, definendolo “un’imperdonabile sconcezza”. Nel secondo libro, pubblicato nel 2004, ha dimostrato come l’immigrazione islamica in Europa, ed i piani per l’islamizzazione del Continente, siano il frutto di un ricatto che i Paesi musulmani produttori di petrolio avevano messo in atto nel 1973, durante la guerra del Kippur sferrata dall’Egitto e dalla Siria contro Israele. Nel quinto capitolo de “La forza della ragione” Oriana Fallaci rimprovera se stessa per non aver capito già negli ultimi tre decenni del secolo scorso quale fosse la strategia islamica per la conquista dell’Europa : “Non mi accorsi che, favorito dalla fine del nostro colonialismo, il medesimo flusso si verificava in Europa (…) Non compresi insomma che lungi dall’essere un normale flusso migratorio il fenomeno faceva parte di una strategia ben precisa, d’un disegno basato sulla penetrazione
graduale, non sull’aggressione brutale e diretta contro tutti i cani infedeli del pianeta. (…) Non lo comprese nessuno, del resto (…). Quando nel 2006 l’Ufficio di presidenza del Consiglio regionale toscano decise, fra mille polemiche, di conferirle la medaglia d’oro per la sua produzione letteraria e giornalistica, Oriana Fallaci scrisse che avrebbe accettato il premio con fierezza perché “nell'Occidente raffinato e sottomesso all'Islam, i complici del nemico, gli islamotti che io chiamo collaborazionisti, mi hanno trasformato nel simbolo fisso dell'eresia, dell'infamia, della colpa, del peccato mortale da punire col rogo, cioè con la morte civile. Quindi premiando la Fallaci dimostrate di non avere ceduto alle intimidazioni, alle prepotenze, ai capi, agli abusi, ai nuovi fascismi. Dimostrate insomma di avere coraggio e di questi tempi, in cui il coraggio costa più caro del petrolio e la vigliaccheria si svende invece per pochi centesimi, trovare qualcuno che non cede alle intimidazioni è un grande conforto!”. Un motivo in più per attribuirle pure il nostro modesto ma significativo premio.
 
Fonte: Il Guastafeste

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