Ticino, 10 gennaio 2026

Piergiuseppe Vescovi, economista e municipale LEGA in Capriasca: "La spesa pubblica del Cantone: oltre i numeri del BAK"

SPESA CANTONALE - L’analisi commissionata dal Parlamento ticinese al BAK Economics ha portato nuova luce sulla spesa pubblica cantonale. Il confronto rigoroso e puntuale con gli altri Cantoni svizzeri distingue tra costi strutturali, quindi difficilmente comprimibili, e costi unitari, ossia influenzabili dalle scelte
politiche. Una distinzione fondamentale che permette di capire dove si possa realmente intervenire e
dove invece il margine di manovra resti limitato.
 
Lo studio rivela con chiarezza che:
  • La spesa pro capite del Ticino supera del 5% la media svizzera. Questa differenza deriva in larga misura da fattori strutturali legati alla demografia, alla geografia e al contesto socioeconomico del Cantone. Non si tratta dunque di sprechi, ma di caratteristiche intrinseche del territorio.
  • I settori in cui il Ticino spende sensibilmente di più sono i sussidi di cassa malati (RIPAM), i trasporti pubblici, i servizi agli anziani, la formazione pedagogica e professionale e il sostegno sociale. Secondo il BAK, è proprio qui che si concentra il maggior potenziale di intervento.
  • Il margine di ottimizzazione sfiora i 100 milioni di franchi, soprattutto nei settori sopra citati. Non cifre astronomiche se rapportate a una spesa complessiva di oltre 4 miliardi, ma comunque una leva significativa.
Le reazioni politiche sono state variegate, ma con un tratto comune: per il Consiglio di Stato il Ticino non è uno spendaccione, bensì un Cantone che paga in pieno il peso della sua struttura. Dunque sì, si può migliorare la gestione, ma non la si può stravolgere.
 
Una posizione compiacente che molte forze politiche sembrano aver condiviso. Tuttavia, questo quadro rende ancora più urgente e tagliente il dibattito sull’introduzione del limite massimo del 10% del reddito disponibile per i premi di cassa malati: sarà necessario reperire nuove risorse proprio per un settore in cui, già oggi, il Ticino fa molto più della media elvetica.
 
L’elemento non considerato: i salari ticinesi
C’è però un fattore che lo studio sembra non aver preso in debita considerazione e che cambia la
prospettiva. I salari ticinesi sono sistematicamente più bassi rispetto al resto della Svizzera: nel settore privato il divario è del 20-25%, mentre nel pubblico la differenza risulta inferiore ma comunque sostanziale.

Possiamo ragionevolmente ritenere che, a parità di funzione, un dipendente pubblico ticinese
guadagni il 10-15% in meno rispetto ai colleghi d’oltre Gottardo. Se ne ricaviamo la conseguenza logica, la lettura dei dati cambia radicalmente.


A parità di ambito operativo, il nostro Cantone impiega quindi circa il 15% di personale in più
rispetto alla media svizzera. In altri termini, i numeri sembrano comprovare ciò che sosteniamo da
tempo, ossia che esiste un problema reale di inefficienza organizzativa.
 
E allora, andando oltre il perimetro dello studio, il messaggio implicito è potente. Il margine di intervento è ben più ampio dei 100 milioni citati. Solo nell’organizzazione del lavoro pubblico potremmo potenzialmente individuare almeno altri 200 milioni di franchi all’anno, tra spese per il personale e costi per beni e servizi direttamente correlati. Risorse che non devono derivare da tagli indiscriminati, ma passare da una modernizzazione profonda e ormai improrogabile dell’amministrazione tutta.
 
Il punto è chiaro: l’organizzazione va ripensata con coraggio
È arrivato il momento di dirlo senza esitazioni: non basteranno piccoli aggiustamenti. Serve una revisione totale dell’apparato statale, dei processi, dei flussi interni e dell’utilizzo delle tecnologie digitali. Il futuro dell’amministrazione pubblica ticinese passa da qui.
 
Mi auguro con convinzione che il prossimo dibattito politico sappia finalmente cogliere questa
opportunità e trasformarla in una priorità reale e concreta.
 
Con questo auspicio, e con la speranza che il 2026 sia l’anno della svolta, vi saluto cordialmente.

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