Opinioni, 07 maggio 2023

Il Ramadan non è compatibile con l'Occidente

Il Ramadan, ossia la festività religiosa islamica durante la quale per un mese è vietato mangiare e perfino bere dall’alba al tramonto, è considerato uno dei cinque pilastri dell’islam che ogni buon musulmano, a partire dall’età della pubertà (ossia all’incirca dai 7 anni), è tenuto a osservare. Non si tratta dunque di una libera scelta, ma di un obbligo religioso sancito nel corano (Sura 2, versetti 183-187). Tant’è vero che nei Paesi islamici chi non lo pratica pensando che non sia obbligatorio è considerato un apostata passibile della pena di morte. “In quanto a colui che non lo pratica per pigrizia, certi giuristi prevedono di ucciderlo, e altri prevedono di castigarlo e di incarcerarlo fino alla sua morte o al suo pentimento” : così scrive il grande esperto di islam dr. Sami Aldeeb, cittadino svizzero e cristiano di origini palestinesi (vincitore nel 2019 del premio “Swiss Stop Islamization”), nel suo interessantissimo libro “Comparazione fra norme svizzere e norme musulmane” che nel 2021 il movimento del Guastafeste aveva regalato ai dieci deputati ticinesi alle Camere federali, ai cinque Consiglieri di Stato e a una quindicina di giornalisti.


Un obbligo anticostituzionale


Molti Paesi musulmani – si legge ancora nel libro – puniscono qualsiasi violazione pubblica del digiuno anche da parte di non musulmani” e in questi Paesi “gli orari a scuola e al lavoro sono alleggeriti e organizzati per soddisfare le esigenze religiose durante questo mese”. Ad esempio la giornata lavorativa si conclude verso le ore 15. Verrebbe da dire che ogni Paese è libero di fare cosa vuole in casa propria. Ma attenzione alla strisciante islamizzazione che ci tocca sempre più da vicino: “I musulmani – scrive Aldeeb – stanno cercando di imporre il digiuno del Ramadan ai loro correligionari anche in Occidente”. E magari un giorno, quando l’islam dominerà in Europa, anche noi miscredenti saremo puniti se violeremo in pubblico il digiuno…Per i fanatici islamisti che mirano a islamizzare il nostro continente cercando in primis di impedire l’integrazione dei musulmani nella nostra società, il Ramadan rappresenta un’occasione d’oro per applicare la sorveglianza e il controllo sociale sui musulmani, specialmente nei sempre più numerosi quartieri islamici che crescono come funghi nelle città europee, e per richiamare all’ordine e minacciare chi sgarra. Ma un tale obbligo non é accettabile neppure in nome della libertà di religione, in quanto esso cozza contro la Costituzione svizzera (art. 15 §4), la quale sancisce che “Nessuno può essere costretto ad aderire a una comunità religiosa o a farne parte, nonché a compiere un atto religioso o a seguire un insegnamento religioso”.


Problemi di sicurezza e produttività


Si sa che le regole totalitarie in vigore nell’islam (ossia la sharia) non concedono ai musulmani la libertà di scelta in nessun campo della loro vita, ed è quindi inutile attendersi che le autorità islamiche si decidano a uscire dal medioevo e a dichiarare che certe pratiche – come le cinque preghiere giornaliere rituali, o il porto del velo - non sono obbligatorie. Ma, per quanto riguarda il Ramadan, sarebbe il caso di cominciare a chiedersi se esso, a maggior ragione in caso di obbligo ma anche in caso di libera scelta, sia compatibile con le esigenze e l’organizzazione della società occidentale. In un articolo pubblicato nel 2018 sulla rivista BT (https://goo.gl/sK9SJU), l’allora ministra danese dell’immigrazione
e dell’integrazione, Inger Stojberg, aveva scritto: “Invito i musulmani a prendere congedo durante il mese di Ramadan per evitare conseguenze negative sul resto della società danese. Mi domando se l’imperativo religioso che ordina di osservare un pilastro dell’islam vecchio di 1400 anni è compatibile con la società e il mercato del lavoro che abbiamo in Danimarca”. La ministra aveva poi aggiunto di temere gli effetti del digiuno “sulla sicurezza e la produttività”, ad esempio nel caso degli autisti di bus che non avevano mangiato e bevuto da più di 10 ore, “perché ciò può essere pericoloso per noi tutti”. Come darle torto? E da noi chi controlla ad esempio se durante il Ramadan i bambini e gli adolescenti musulmani che frequentano le scuole sono obbligati dai genitori a digiunare dall’alba al tramonto? E chi ci assicura che durante il mese del digiuno (specialmente quando esso coincide con i mesi più caldi) quei musulmani praticanti che sono al volante di mezzi di trasporto pubblici o privati, o che svolgono attività lavorative rischiose, non costituiscano un pericolo per il prossimo?


Il mese della violenza e del jihad


E’ poi comprovato che, specialmente nei Paesi islamici, il Ramadan coincide con un aumento della violenza, dovuta agli effetti negativi che il digiuno giornaliero combinato con le abbuffate notturne ha sulla salute fisica e psichica. E’ quanto ha documentato Sami Aldeeb in un articolo pubblicato sul suo sito il 12 dicembre 2018, nel quale fra l’altro sosteneva che le assicurazioni dovrebbero far pagare un supplemento per “rischi accresciuti” ai musulmani che digiunano durante il Ramadan. Nello stesso articolo Aldeeb ha sottolineato che “i movimenti terroristici accordano al mese di Ramadan un’importanza particolare e incitano i musulmani a commettere attentati contro i miscredenti per commemorare l’esempio di Maometto, il quale aveva intrapreso delle battaglie durante questo mese”. Un’affermazione ribadita, citando vari esempi, anche in un articolo scritto a quattro mani da Amin Abdelmajid e Christian Bibollet e pubblicato il 24 aprile 2021 sul sito dell’”Institut pour les Questions Relatives à l’Islam” (IQRI). I due autori riferiscono che “durante il mese del digiuno i musulmani devono consacrare ogni sforzo all’osservanza delle prescrizioni del Corano”, e il jihad – ossia la guerra santa per la diffusione dell’islam nel mondo – “è per l’appunto il precetto più importante nell’islam”.


Non a caso – scrivono ancora gli autori - la seconda Sura del corano, cioè quella che prescrive il digiuno del Ramadan, è la stessa che al versetto 216 prescrive pure, nel medesimo contesto, il jihad : parola, questa, indicata in arabo nel versetto in questione con il termine Qital, che significa “combattere per uccidere con la possibilità di farsi uccidere”; non si tratta dunque di un combattimento di tipo spirituale, come invece gli scaltri esponenti dei Fratelli Musulmani sostengono nell’intento di nascondere la preoccupante relazione esistente fra il Ramadan e il jihad a una società occidentale che preferisce sentirsi dire che l’islam è una religione pacifica. Forse, prima di augurare “buon Ramadan” ai musulmani e di partecipare alla celebrazione della festa di chiusura (l'Aïd-el-Fitr) nelle moschee o nelle piazze, certi politici e certi giornalisti dovrebbero approfondire il vero significato di questo anacronistico e liberticida “pilastro” obbligatorio dell’islam…

Giorgio Ghiringhelli

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