Sport, 28 giugno 2022

“Il Tour de France? Corsa al massacro”

Venerdì scatterà la corsa a tappe più famosa al mondo: parola a Tony Rominger

LUGANO - In un’ immaginaria classifica del miglior corridore svizzero di tutti i tempi, Tony Rominger entrerebbe sicuramente nella top 5. Il suo palmarès, del resto, non lascia dubbi: tre Giri di Spagna, un Giro d’Italia, due Lombardia, 2 Parigi-Nizza e tutta una serie di piazzamenti eccellenti, fra i quali un secondo posto al Tour de France del 1993. Ciclista da grandi corse a tappe, l’atleta nato in Danimarca era considerato un passista-scalatore: sagacia tattica, grinta ed una particolare predisposizione al sacrificio.


Attraversò uno dei periodi più bui del ciclismo moderno, l’epoca del cosiddetto doping democratico, durante il quale tutti (o quasi) ricorrevano alle farmacie per migliorare le proprie prestazioni. Il suo mentore era il famigerato dottor Michele Ferrari, colui che costruì a suon di EPO il mito di Lance Armstrong. Erano gli anni degli idoli di cartapesta: il texano (appunto), Pantani, Zülle, Virenque. L’umile Tony non era uno da palcoscenico: correva per vincere, senza troppi fronzoli, anche se su di lui è gravata a lungo l’ombra del medico di Ferrara. A proposito Eugenio Capodacqua, inviato ai tempi di Repubblica, scrisse così dopo una tappa del Giro del 1995 dominato dall’elvetico: “È un Rominger straripante. Tanto. Troppo per questo Giro di onesti pedalatori. Migliore, dicono nel suo entourage, del Rominger che frantumò il muro dei 55 chilometri in un’ora a Bordeaux nell' autunno scorso. E già allora i suoi parametri fisici avevano dell' incredibile: di gran lunga superiori a quelli dei campioni più in vista. Quelli attuali li conosce solo il dottor Ferrari, il medico che per lo svizzero è come un fratello, discusso per le sue opinabili dichiarazioni sul doping. Ma parlano i risultati, le prestazioni. Tanta la potenza che mostra di avere lo svizzero. Troppa, rispetto alla concorrenza, se si permette addirittura il lusso di fare esperimenti in corsa”. 


Una figura controversa, insomma; come quella di Miguel Indurain, dal quale Tony venne sconfitto al Tour de France del 1993. “Con Indurain ingaggiai un durissimo duello: alla fine vinse lui perché a cronometro era troppo forte”, ci ha raccontato nell’intervista che abbiamo realizzato ad una settimana dall’inizio della Grande Boucle.


Tony Rominger: se diciamo Tour, cosa le viene in mente?
Una corsa al massacro. Durissima. Eppoi il caldo: nel mese di luglio in Francia c’è un clima terribile, un’afa schifosa, che ti non da tregua. Se non ci si prepara al meglio, non si sopravvive. Ho visto corridori fisicamente dotati crollare, ho visto ciclisti di grido barcollare e ritirarsi. Non so se sia la corsa più bella al mondo ma di sicuro la Grande Boucle è la più difficile. Arrivare in fondo è già un buon risultato.


Nel 1993 lei si classificò secondo.
Considero a tutt’oggi quel piazzamento come eccellente. Certo, se avessi vinto sarebbe stato fantastico. Ma alla fine venni battuto dal più forte di quei tempi, Miguel Indurain. Un autentico diesel. Persi la corsa perché lui a cronometro era superiore. Mi ricordo che in salita lo misi in difficoltà più di una volta. Perciò a Parigi mi accomodai sul secondo gradino del podio contento, perché aveva dato il massimo ed avevo vinto anche la maglia a pois di miglior scalatore e tre tappe. Ottimo, no? 



Contro Indurain nulla da fare.
Esatto. Anche se in montagna, come detto, lo attaccai con decisione. Lo feci dubitare ma alla fine, grazie alla sua classe, riuscì a riprendersi. Aveva un passo incredibile.


Rimpianti?
Per quel Tour perso da Indurain? Nessuno. Ho fatto tutto il possibile ma non sono riuscito a spuntarla. Segno che c’era qualcuno più forte di me. È la legge dello sport. No, nessun rimpianto.


In quel momento eravate i più forti.
Nelle corse di tre settimane lo spagnolo era quasi insuperabile. Io per altro mi difendevo bene. Indurain prediligeva il Tour e in quella corsa dava sempre il massimo di sé stesso. Era il suo territorio di caccia prediletto. Non era corridore da classiche e ai Mondiali raccolse poco.


Altro ciclismo, altri tempi. Oggi Rominger lo segue solo alla TV.
Ho tante attività in corso legati alle due ruote ma nulla che si possa collegare alle corse. Organizzo infatti vacanze per i ciclo-turisti. Ho smesso con tutto: non faccio più il procuratore, non sono più commentatore televisivo e dirigente di squadra. Mi sono lasciato quel mondo alle spalle. Nello sport, come nella vita, c’è sempre un inizio ed una fine.


Fra una settimana inizia la Grande Boucle.
E Tadej Pogacar potrebbe vincerla per il terzo anno consecutivo. È davvero fortissimo lo sloveno. Chi dice che è il nuovo Eddy Merckx, non dice affatto una sciocchezza. Tadej va forte nelle corse a tappe, nelle classiche, in salita, in pianura e a cronometro. È il corridore del momento ed ovviamente il grande favorito del Tour. Batterlo sarà difficile.


Non ha punti deboli.
Non ne vedo. Solo l’imponderabile o un infortunio potrebbero fermarlo. E non penso che gli mancherà la fame di successo: anche se ha già vinto due volte, proverà il tris. Un ciclista vuole sempre il meglio e non si accontenta. Succedeva anche negli Anni Novanta.


Il ciclismo moderno ha prodotto altri campioni.
Pogacar è certamente il miglior talento, perché vince su ogni terreno. A me piacciono anche Evenepoel, Van Art e Van der Poel, altri giovani terribili che però sono più corridori da classiche. Negli ultimi tempi il ciclismo è diventato meno tattico: c’è più coraggio ed intraprendenza. Merito soprattutto dei piccoli campioni che ho appena citato.


E in campo svizzero?
Due su tutti: Marc Hirschi e Gino Mäder. Ma dietro stanno crescendo altri corridori validi. Ne prendo uno: Mauro Schmid. Ne sentiremo parlare molto presto.

M.A.
 

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