Sport, 02 maggio 2022

“Quel giorno speciale non cambiò la mia vita”

L’ex bianconero Antonio Chiesa ricorda la vittoria sul Winterthur nella finale del 1968

LUGANO - Il Lugano del 1968, quello della Coppa Svizzera e degli spareggi per il titolo persi contro lo Zurigo e il Grasshopper, è ricordato soprattutto per il calcio visionario di Louis Maurer, per le punizioni e la leadership autoritaria di Otto Luttrop e per le velleità calcistiche di un gruppo di giocatori ticinesi di prima grandezza: Coduri, Prosperi, Brenna, Gottardi... Qualcuno si rammenterà anche di Antonio Chiesa, piccolo attaccante di Viganello, che negli anni d'oro del calcio bianconero riuscì a ritagliarsi uno spazio mica male.


Inizialmente chiuso dall’estro di Vito Gottardi, fungeva spesso da numero 12 o da prima riserva degli attaccanti. Eppure aveva doti offensive non comuni. Di lui disse Otto Luttrop in una intervista pubblicata anni dopo sul quotidiano Popolo e Libertà: Antonio era una certezza. Un piccoletto che sapeva destreggiarsi su tutto il fronte offensivo. Ala o centravanti, non importa. In quegli anni dovette convivere con attaccanti più famosi ed affermati di lui. Ma le sue qualità non di potevano certamente discutere”.


Oggi Antonio Chiesa, papà di Marco presidente nazionale dell’UDC, non recrimina certamente il ruolo di “riserva di lusso”, anche perché ha sempre vissuto il calcio come un divertimento puro. A due settimane dalla finale di Coppa fra il Lugano e il San Gallo, lo abbiamo perciò avvicinato per parlare della finalissima del 1968 e, anche, di una carriera mai decollata.


Antonio: la finale Lugano-San Gallo è vicina.
E mi auguro che finalmente la Coppa possa tornare in Ticino. Se non sbaglio sono passati 30 anni dall' ultima conquista. È ora di rivincerla. La squadra di Croci Torti ha i numeri per arrivare sino in fondo, ne sono convinto, anche se il San Gallo è la squadra che forse gioca il calcio più offensivo del campionato.


A proposito di campionato: va ancora a Cornaredo?
Non tutte le domeniche ma appena posso sì! E quando mi capita l’occasione mi sistemo nella tribuna Monte Brè, dove ogni tanto incontro qualche vecchio amico. Ho sempre il Lugano nel cuore, ci mancherebbe.


E i suoi ex compagni?
Ho ancora dei contatti ed almeno due volte l'anno ci ritroviamo per una cena fra vecchie glorie. Ci sono tutti quelli rimasti: Brenna, Coduri, Simo, Indemini…


Che squadra quella del 1968!
Io aveva appena diciotto anni quando debuttai in Lega Nazionale A. Monsieur Maurer non si era fatto problemi a lanciarmi al fianco di grandi giocatori, oltretutto in un periodo assai speciale: il Lugano a quei tempi era protagonista, sia in campionato che in Coppa. Insieme al Basilea, al Grasshopper e allo Zurigo, era considerato fra le compagini più forti in Svizzera. E debbo dire che Oltre Gottardo non vedevano di buon occhio l' intrusione di una ticinese nell' elite del calcio nazionale.


E la finale fu il fiore all' occhiello.
Ci arrivammo dopo aver vinto a Lucerna una autentica battaglia . Ci trascinò Otto. Ma la nostra vera forza era il collettivo. Avevamo un sistema di gioco bene organizzato e un gruppo compatto. Il presidentissimo Malfanti, uomo d’altri tempi, era fiero di noi. Chiaro che non potevamo tradirlo proprio sul più bello. A Berna, e contro il Winterthur compagine di LNB, era obbligatorio vincere.


Come preparaste l'evento?
Andammo in ritiro a Mürten il giovedi prima della partita. Clima disteso e sereno. Tutti consapevoli della grande occasione che ci era capitata. Avevamo tutto il cantone alle nostre spalle. Tantissimi ticinesi avevano riservato un posto per quella finale.


Alla fine andò bene però gli zurighesi vi fecero sudare.
E per dirla tutta avrebbero meritato di più. Giocarono meglio. Noi eravamo piuttosto contratti e la rete del vantaggio di Luttrop dopo dieci minuti ci illuse. Il secondo tempo fu tutto in sofferenza e dopo il pareggio di Dimmeler tememmo il peggio. Ma è proprio in quei momenti che escono fuori i valori di una squadra: compattezza, solidarietà e cuore. E alla fine trovammo il gol decisivo con Simonetti!


E anche un gol di Chiesa. Che però venne annullato.
Sarebbe stato il 2-1. Commisi fallo sul mio amico Caravatti. Vabbè. Per me che contava era la Coppa. L'avevamo vinta ed il sottoscritto aveva contributo a portarla a casa. Sono entrato in un momento difficile del match e con i miei contropiedi ho cercato di scombussolare gli avversari. Spesso e volentieri il terzino che mi marcava fu costretto a ricorrere alle maniere forti.


Poi il trionfo, la festa, Piazza Riforma.
Non stavamo più nella pelle. Fummo accolti alla stazione come degli eroi e andammo a piedi sino a Piazza Riforma dove festeggiammo sino alle prime luci dell’alba. Una bella festa. Senza bagordi o sceneggiate. Erano altri tempi. Attorno a noi tantissimi tifosi bianconeri ma anche qualche infiltrato di fede diversa… 


Per Chiesa la Coppa avrebbe dovuto essere il trampolino di lancio per una carriera che prometteva bene. E invece… 
E invece non fu così. Nel 1969 mi mandarono a Chiasso a fare esperienza e poi addirittura a Losanna, club con il quale giocai una partita di Coppa delle Coppe. Ma non mi piaceva: ero lontano da casa, dai miei affetti e dalla mia gente. Me ne tornai a casa e a 25 anni decisi di smettere. Il calcio era diventato pesante: troppi impegni, troppi allenamenti, troppe trasferte.


Terminò nel calcio regionale.
Vero. Per un paio di stagioni giocai nel Taverne prima e nel Boglia poi. Ma verso la fine di settembre, quando iniziava la caccia, interrompevo la mia attività calcistica. La caccia era prioritaria.


Impagabile Antonio, calciatore professionista mancato, al quale la vittoria nella Coppa del 1968 riuscì a cambiargli la vita.

M.A.
 

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