Sport, 06 aprile 2021

1976, Germania al tappeto. Cecoslovacchia campione

Raccontiamo la storia della rassegna continentale dalla prima edizione in poi

La Germania Ovest sta vivendo il suo periodo d’oro. Dopo l’epica semifinale (persa) ai Mondiali messicani, vince l’Europeo del 1972 e i Mondiali casalinghi nel 1974. La base della squadra è rimasta più o meno invariata, anche se la fantasia e il genio di Overath e Netzer a centrocampo viene sopperita da Bonhof e Wimmer, calciatori piùconcreti e solidi. Davanti c’è un Müller, ma non più Gerd bensì Dieter, centravanti del Colonia. È una Germania che non bada troppo al sottile e ai fronzoli. Il suo calcio è diventato pragmatico e gli avversari se ne accorgeranno cammin facendo. Per i tedeschi, il grande pericolo viene dall’Est: dall’altra parte della cortina di ferro ci sono nazionali ricche di talento, forza fisica; naturali strumenti propagandistici della dottrina comunista. Se non è l’Unione Sovietica, è la Cecoslovacchia, vera rivelazione del torneo continentale. La divisione fra la Cechia e la Slovacchia è ancora lontana e sotto la stessa bandiera giocano calciatori di entrambe le etnie. A quei tempi, lo sport più amato da quei popoli è l’-hockey su ghiaccio: la Cecoslovacchia è l’argine principale alla travolgente ondata targata URSS. Popolo fiero, estroso, ricco di talento ad ogni livello sportivo, quello cecoslovacco compie il suo miracolo proprio agli Europei del 1976, durante il quale il mondo conoscerà il famoso cucchiaio di Antonin Panenka nella partita decisiva del torneo.


Dalle qualificazioni escono otto squadre: la Germania detentrice del trofeo, la Spagna, l’Unione Sovietica (che ha buttato fuori la Svizzera), l’Olanda, il Belgio, la sorpresa Galles, la Jugoslavia e, appunto, la Cecoslovacchia, che nel proprio girone eliminatorie ha la meglio sulle favorite Inghilterra e Portogallo. Nei quarti, a Viktor e soci tocca l’Unione Sovietica: è un derby molto sentito, soprattutto in casa cecoslovacca. Dalla primavera di Praga sono trascorsi 8 anni e i cechi non hanno certo dimenticato i carri armati del patto di Varsavia piazzati minacciosamente in tutte le piazze della Capitale. La squadra di Vaclav Jezek (che a fine carriera dirigerà lo Zurigo) passa dopo un’aspra e polemica doppia battaglia. Con lei, approdano alle semifinali la Jugoslavia, la Germania campione del mondo
e l’Olanda, che ha eliminato il Belgio senza troppi complimenti. All’appuntamento manca l’Italia, che Fulvio Bernardini, con il vice Enzo Bearzot, sta ricostruendo dalle macerie del Mondiale tedesco.


Comunque: a Belgrado nella prima semifinale si affrontano Germania e Jugoslavia. È una sfida rognosa erocambolesca. Gli slavi, che annoverano fra le proprie fila giocatori di classe sopraffina, vanno sul doppio vantaggio (2-0) ma vengono poi rimontati dai tedeschi, nettamente più forti sul piano atletico. Il crollo della Jugoslavia viene sancito nei supplementari, al termine dei quali la Germania s’impone per 4-2. Alla mezz’ora di gioco, dopo le reti di Popivoda e Dzajic, la sfida pareva chiusa. I padroni di casa non avevano fatto i conti con la Mannschaft, che confermava quanto di buono si era detto e scritto sul suo conto.


L’altra semifinale, se possibile, è ancora più tirata della prima. E anche qui sono necessari i supplementari. L’Olanda, che ha appena stupito il mondo con il suo calcio totale magistralmente interpretato ai Mondiali del 1974, è più o meno la stessa squadra di due anni prima. Ma sul suo cammino incontra una Cecoslovacchia tenace e determinata che la costringe a rincorrere sin dalle prime battute. Ci vuole un autogol di Ondrus nel finale di partita a salvare, per il momento, i tulipani. Ma nei supplementari si compie il loro destino: stanchi e in difficoltà di fronte al pressing avversario vengono trafitti due volte da Vesely e Nehoda nelle battute conclusive. La Cecoslovacchia, già finalista dei Mondiali del 1962 in Cile, raggiunge nuovamente l’atto decisivo di una grande manifestazione internazionale. E proprio contro la Germania compie l’impresa: in una finale decisa dai rigori e dal cucchiaio di Panenka, come leggete a parte, i giocatori di Jezek lottano come leoni e credono fermamente nella possibilità di travolgere i campioni del mondo. Costretti dal regime a giocare fra i propri confini e non espatriare all’estero, trovano il loro grande e ideale palcoscenico al Maracana di Belgrado. L’ultima grande impresa sportiva prima dello scioglimento della nazione, che avviene nel 1993, pochi anni dopo la caduta del muro di Berlino.

JACK PRAN

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