Sport, 09 marzo 2021

6'500 morti: ma la Svizzera deve andare ai Mondiali del Qatar?

Le vittime nella costruzione degli stadi pare non siano sufficienti ad agitare le coscienze

DOHA (Qatar) - Che il calcio sia diventato sostanzialmente un’operazione finanziaria (un business che fa gola a molti) è un dato di fatto acclarato e purtroppo accettato. Ma che il calcio resti insensibile alle tante morti provocate dalla costruzione degli stadi del prossimo mondiale in Qatar, beh, questo è vergognoso.

L’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian, non un giornale qualsiasi, ha portato recentemente alla luce dei numeri inquietanti: 6.500 lavoratori immigrati nel Paese sono deceduti nei cantieri allestiti per ospitare la rassegna iridata del 2022. Sono operai che provengono da paesi poveri quali l’India, il Nepal, il Bangladesh, il Pakistan, lo Sri Lanka, le Filippine e il Kenya, gente che ha lavorato in condizioni disumane (eufemismo) per rispettare i tempi dettati dagli organizzatori e costruire delle strutture inedite in un contesto desolante: il deserto.

Stadi ma anche strade, aeroporti, infrastrutture per i mezzi pubblici, alberghi e addirittura nuove città ridisegnate sui centri urbani già esistenti. Insomma: un enorme unico cantiere che sta provocando ogni giorno delle vittime fra i lavoratori-schiavi totalmente privi delle fondamentali condizioni di sicurezza. Le cifre impetose pubblicate dal quotidiano inglese confermano le previsioni di una unità sindacale internazionale nell’ormai lontano 2013. Già allora si parlava di “possibili 4 mila decessi” dovuti al lavoro disumano imposto dal governo qatariota e dagli organizzatori per presentare al mondo intero un’opera architettonica faraonica.

Condizioni inaccettabili
Gli operai emigrati in Qatar sono confrontati a condizioni di lavoro decisamente inaccettabili. Ma nessuno è intervenuto, né la comunità internazionale men che meno la FIFA, presieduta dallo svizzero Gianni Infantino, che se n’è guardata bene dall’intervenire, visti gli enormi interessi in ballo. Ma si sa, la vita umana conta meno di un pallone e sinora le voci di protesta che si sono levate provengono unicamente dai mass media, che non hanno lesinato sforzi per portare alla luce una situazione drammatica, e dalle varie associazioni dei diritti umani. Addirittura, il Guardian afferma che il numero dei morti potrebbe essere superiore alle cifre pubblicate. Secondo l’autorevole quotidiano sarebbero 2.711 i lavoratori indiani morti, 1.641 nepalesi, 1.018 provenienti dal Bangladesh, 824 pakistani e 557 dallo Sri Lanka. Ma in questo lugubre conteggio non rientrano ancora le morti bianche degli ultimi mesi del 2020. Dal canto loro gli organizzatori ribattono che le vittime sarebbero “soltanto 37”.

Boicottaggio internazionale
Dinanzi a questi numeri e all’indifferenza di chi dovrebbe intervenire, ci chiediamo, provocatoriamente, se non sia il caso che la nazionale rossocrociata (e la Svizzera) boicotti il prossimo Mondiale. I numeri del Guardian dovrebbero far riflettere i nostri dirigenti. Forse siamo ingenui o forse siamo ancora convintiche i diritti umani non siano un valore imprescindibile per la società modernae globale. Il male, comunque,
sta alle radici e cioè all’assegnazione della rassegna iridata ai qatarioti nel 2010. Ricordiamo che il Qatar, ormai una potenza mondiale grazie al petrolio e al gas, è accusato dai paesi confinanti di finanziare e proteggere nuclei terroristi islamici che mirano a creare confusione nella regione del Golfo. Parliamo dei Fratelli musulmani egiziani, dell’Isis, e pure di Al Qaeda. Senza contare il finanziamento di moschee e centri religiosi in tutto l’Occidente attraverso sedicenti associazioni benefiche. Tre anni fa, a questo proposito, un settimanale francese pubblicò un’intervista con l’allora neo eletto presidente Emmanuel Macron che senza peli sulla lingua accusò Qatar e Arabia Saudita di aver fomentato il terrorismo. Nonostante tutto, nonostante i dubbi e i sospetti, il Mondiale si farà dal 21 novembre al 18 dicembre. Spostato dalla sua collocazione abituale per una questione ambientale e climatologica.

Denunce di schiavismo
Dai Paesi da cui provengono la maggior parte degli operai morti durante la costruzione degli stadi, si levano voci di protesta contro quella che viene chiamata la kafala, un sistema che porterebbe gli immigrati ad essere usati come veri e propri schiavi moderni e prevede che il padrone possa gestire a proprio piacimento i visti d’entrata dei propri dipendenti. Gli operai stranieri non sarebbero perciò nelle condizioni di denunciare le imprese che li sfruttano, temendo delle ritorsioni o addirittura l’espulsione dal Qatar. In pratica: o lavori come voglio io, o altrimenti te ne vai. E siccome la stragrande maggioranza dei braccianti è poverissima e senza altertnative, ecco che allora nessuno ha il coraggio di ribellarsi. Ultimamente la situazione sembrerebbe migliorata con l’introduzione di un salario minimo (dopo anni di vergognoso sfruttamento) che però viene concesso ad una larga minoranza. Gli emiri continuano a fare i furbi, nonostante le denunce di schiavismo siano ancora pendenti presso Amnesty International o alle Nazioni Unite, organo quest’ultimo che sino ad oggi non ha mosso una paglia.

JACK PRAN

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