Sport, 02 marzo 2021

Dallo scudetto tricolore all’inferno di Auschwitz

La vicenda di Arpad Weisz, l’allenatore ebreo morto nel campo di concentramento

C’è voluta la curiosità, la perseveranza e la verve giornalistica di Matteo Marani per far conoscere alla modernità la figura di Arpad Weisz, allenatore italo-ungherese che nel dicembre del 1944, quando la guerra consumava le sue ultime grandi atrocità nei lager nazisti e sui campi di battaglia europei, morì di stenti nel campo di concentramento di Auschwitz. Il cronista italiano, che ha lavorato per il Messaggero, il Corriere dello Sport, il Guerin Sportivo, Sole 24 ore e Sky Sport, ha svolto per tre anni una laboriosa e insistente ricerca e alla fine ha dato alle stampe un’opera che merita di essere letta: “Dallo scudetto ad Auschwitz” edizioni Aliberti e in cui emerge finalmente la figura di un uomo che ha pagato con la vita per il fatto di essere “ ebreo”, uno dei 6 milioni uccisi dal nazismo.

Enzo Biagi, tifoso del Bologna, una delle squadre dirette dal tecnico magiaro, un giorno scrisse: “ Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito”. Ignaro del tragico destino che sarebbe toccato all’allenatore che rivoluzionò il calcio italiano ai suoi albori.

Ma chi era in realtà quest’uomo che era nato a Solt in un piccolo paese dell’Ungheria nel 1896 all’alba del nuovo millennio? Era figlio di Lazzaro e Sofia, entrambi ebrei. Ragazzo sveglio e intelligente si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza di Budapest, l’amata capitale magiara. Ma la prima guerra mondiale, la “grande” guerra, lo costrinse a lasciare gli studi e a combattere per l’impero austro-ungarico contro l’Italia.

Nel 1915 cadde prigioniero delle truppe regie e fini in prigionia in un campo di Trapani. Con i compagni di sventura organizzava delle vere e proprie partite di calcio con gli altri prigionieri. Poi nel 1923, tornato in patria e finito il terribile conflitto, Arpad entrò nel Torekves, una squadra di Budapest. Nemmeno un anno dopo passò il confine e andò ad offrire i propri servigi in Cecoslovacchia, paese“amico”, nel Maccabi Brno, società ebrea nella quale conobbe Ferenc Hirzer, giocatore di fama. In quegli anni l’Ungheria era governata da un presidente nazionalista ed antisemita proprio mentre in Europa soffiava il vento dell’odio nazi-fascista. Ma il calcio non conosceva (e non conosce) religioni né fedi politiche, tanto che la base della nazionale danubiana era composta da giocatori di religione ebraica; la cosa disturbava non poco gli alto locati.

L’arrivo in Italia

Nel 1924 Weisz decise di cambiare aria e di accasarsi in Italia: dopo una breve esperienza ad Alessandria venne ingaggiato dall’Inter. Era un’ala sinistra veloce, talentuosa, un tipico prodotto della scuola ungherese, che anni più tardi vedrà sbocciare Ferenc Puskas e ad altri campioni mitologici. Ma nel 1925 la sua carriera venne interrotta bruscamente da un infortunio al ginocchio. Il girovago del calcio dovette attaccare le scarpe al fatidico chiodo. Iniziò allora la sua carriera di tecnico che lo porterà ad allenare un po’ ovunque, anche nel lontano Uruguay. Ma nel 1926 l’Inter gli affidò la panchina e Weisz fece subito scuola: fu il primo tecnico ad introdurre specifichi carichi di lavoro, curò la
dieta dei propri giocatori e diffuse per primo la pratica, non troppo amata per altro dai calciatori, del ritiro pre-partita. E si occupò, nel tempo libero, dei ragazzi del settore giovanile. Grazie a questa insaziabile passione, nel 1930 scoprì un attaccante di grande talento, tale Giuseppe Meazza, futura leggenda.

Erano anni duri, quelli. A causa delle pressioni del governo fascista, Weisz fu costretto a cambiare il cognome. Lui e la moglie Ilona, ebrea ungherese conosciuta in patria e sposata nel 1929, diventarono “Veisz”, curiosamente proprio nel momento in cui l’Inter assunse la denominazione Ambrosiana, più autarchica e in linea con i dettami del regime. L’anno dopo, la formazione meneghina vinse il primo campionato italiano a girone unico. In barba a Benito Mussolini, che non vide di buon grado il trionfo di quell’allenatore “ ebreo”. Le novità calcistiche, intanto, non erano finite:Weisz lanciò il Sistema, un modulo messo a punto da Herbert Chapman, eche sino agli Anni Sessanta resterà un mantra.

Con il dirigente interista Aldo Molinari e il commissario tecnico italiano Vittorio Pozzo, partecipò in seguito alla stesura del manuale Il gioco del calcio.

Personaggio inquieto e curioso, iniziò, malgrado le proteste della moglie che amava Milano, il suo peregrinare per lo Stivale: Bari, Brescia e poi Novara e finalmente Bologna, la società che amò di più. Nel 1935 venne assunto dal presidente Renato Dall'Ara, al posto di un suo connazionale Lajos Kovacs. L’inizio fu difficile ma poi, grazie alla sua scrupolosità e ai suo metodi rivoluzionari di allenatore, conquistò il terzo scudetto dei felsinei mettendo fine al dominio della Juventus.

L’inizio del dramma

Nel 1938 la vita del tecnico magiaro giunse ad una tragica svolta. A causa delle leggi razziali che obbligavano gli ebrei arrivati dopo il 1919 a lasciare l’Italia, Arpad divenne per statuto un“israelita straniero”. Con la moglie e i due figlioletti arrivò in Olanda, dove venne ingaggiato dal Dordrecht. Il presidente di quel club ne conosceva la bravura e lo volle a tutti i costi per rilanciare la squadra e il calcio olandese. Poi fu il dramma: nel 1942 i tedeschi, che avevano invaso i Paesi Bassi, costrinsero tutti i cittadini ebrei a portare una stella gialla sulle giacche. I figli di Weisz furono espulsi dalla scuola e lo stesso tecnico fu costretto a lasciare la panchina del Dordrecht. Nel libro di Marani si legge che “ un certo giorno si presentò a casa sua un commissario di polizia che gli intimò di lasciare il calcio altrimenti lo avrebbe fatto fuori…”. Ma i dirigenti della sua squadra non lo avevano abbandonato e lo aiutarono economicamente a sopravvivere. Il 2 agosto del 1942 però non poterono nulla contro i nazisti, che arrestarono la famiglia Weisz. E due mesi dopo tutti i suoi componenti furono trasferiti ad Auschwitz. I suoi figli e la moglie vennero subito mandati alle camere a gas mentre lui, ignaro della sorte dei suoi cari, fu spedito a Cosel (in Polonia) dove fu costretto ai lavori forzati per 15 mesi. Il suo destino era segnato: sul finire del 1943 venne ricondotto ad Auschwitz, dove morì di stenti il 31 gennaio 1944. Aveva 47 anni.

JACK PRAN

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