Sport, 08 febbraio 2021

Quattro stagioni d’autore: da Slettvoll al derby-finale

Il ricordo di alcune tappe fondamentali del club bianconero

LUGANO - Una storia di gioie “terribili” e di momenti indimenticabili. Un racconto di delusioni e pure imbarazzo (vedi Discogate). Dal 1941 ad oggi l’HC Lugano ne ha vissute di battaglie: oggi il Mattino della Domenica ne propone quattro, quelle che secondo la redazione hanno segnato forse più di altre il percorso di questa società che, ricordiamolo, è la più titolata del nostro Cantone, almeno per quanto riguarda gli sport maggiormente mediatizzati. In ordine cronologico: la prima promozione in LNA (1971, fra poco si celebrano i 50 anni), la seconda promozione in LNA (1982), il primo titolo nazionale (1986) e la vittoria nella finale ticinese (1999).

1971, nel segno di Bernard Côté 
La promozione in LNB del 1964 è già alle spalle, anche se i protagonisti entrano di diritto nell’hall of fame bianconera. Si tratta di un giovanissimo Alfio Molina (anni 15!) e del coach Elvin Friedrich, detto Papi, con trascorsi a Parigi e nell’immortale Villars di Madame Potin. L’HCL batte il Rapperswil (gli attuali Lakers) nella partita decisiva: 5-2. È il 29 febbraio 1964. Esattamente 7 anni dopo i ticinesi salgono ancora di un gradino nella scala dei valori dell’hockey nazionale. Fra il tripudio dei suoi tifosi, ottengono infatti la promozione nella massima serie! In panchina c’è un gentleman canadese, Reynald Lacroix, che riesce a forgiare una squadra vincente. L’uomo da copertina è tuttavia il suo connazionale Bernard Côté, proveniente dal Sudafrica ma cresciuto nelle giovanili dei Montreal Canadiens. L’attaccante manda in visibilio la Resega con i suoi spettacolari “coast to coast” contro i quali gli avversari rimediano spesso brutte figure. Altri tempi, altro hockey. Al fianco del numero 16, persona di cuore e amatissimo dai tifosi, si destreggia anche il ceko Karel Blazek, fuggito un anno prima dalla dittatura comunista. Chiede asilo politico dopo aver disputato un torneo a Lugano. Dietro a questa “fuga” c’è l’indimenticabile Mariangelo Regazzoni. In squadra si fanno notare anche i ticinesi Silvano Brambilla, Daniele Giudici, l’ex biancoblù Silvio Baldi e il fratello Arturo, Marzio Agustoni (proveniente dal GC) e Giorgio Bernasconi. Senza dimenticare il romando Jean Jacques Ringier. Nel girone Est di qualificazione i bianconeri precedono dopo un lungo e serrato duello il Davos mentre nel raggruppamento finale la spuntano sul temibile Losanna.  Nel febbraio 1971 (fra poco 50 anni) l’apoteosi con il 6-2 casalingo inflitto al Friborgo. Poi la festa in centro città. Memorabile.

1982, una marcia trionfale 
Dopo 9 lunghi anni, il Lugano torna in Lega Nazionale A: è il 20 febbraio 1982. Questa volta insieme all’Ambrì Piotta (le due ticinesi sono prima e seconda in un torneo di promozione/relegazione in cui ci lasciano le penne Berna e Zurigo!). Ma dalla relegazione del 1973 a quel mese di Carnevale di 39 anni fa, ne è passata acqua sotto i ponti: il club, che per due anni gioca nella pista di Mezzovico, rischia addirittura il fallimento e nel 1978 non sa nemmeno se può iscriversi al campionato. Poi, come tutti sappiamo, l’ingegner Geo Mantegazza assume il comando della società e nel giro di 4 anni porta la squadra per la seconda volta nella storia in LNA. Ma nei primi anni di presidenza non sono tutte rose: la squadra non si trova e nemmeno l’arrivo di Bob Hess e dei campioni olimpici Mark Pavelich e John Harrington cambia le coordinate. Finalmente, l’anno dopo l’HCL azzecca il mercato: sotto la direzione di Real Vincent c’è la svolta. Con gli inserimenti dei canadesi Bernard Gagnon, pure lui cresciuto nei Montreal Canadiens e Bob Sirois la squadra cambia marcia. Grazie all’esperienza e alla qualità, la stagione si rivela trionfale. Dopo aver dominato il girone di qualificazione, nel torneo finale i bianconeri vincono 9 partite su 10 (una la pareggiano) e concludono primi davanti ai leventinesi. Indimenticabile la trasferta di Berna: oltre tremila tifosi arrivano in treno nella Capitale, che in poche diventa bianconera. Ancora oggi ne parlano. Fra i grandi protagonisti, oltre ad Alfio Molina e ai citati nordamericani,
ci sono anche Fabio Gaggini, enfant du pays che in futuro diventerà presidente, Aldo Zenhäusern, uno dei difensori più forti del panorama nazionale, lo swiss-canadien Bruno Rogger, Martin Lötscher e Claude Domeniconi.

1986, il primo titolo della storia 
John Slettvoll arriva nell’estate del 1983. Non fa proclami ma promette tanto lavoro e dedizione alla causa. C’è molto da cambiare, soprattutto a livello mentale. Nelle prime due stagioni il tecnico svedese costruisce la squadra a sua immagine e somiglianza. Gli individualismi sono spariti, a prevalere sono lo spirito di gruppo e una rosa ben amalgamata e di qualità. Chi sgarra è fuori (vedi Ricardo Fuhrer rispedito a casa prima della partita decisiva per il titolo). Tutto gira secondo i piani del Mago svedese e la squadra gioca a memoria. Le doti realizzative del cavallo di ritorno (da Davos) Jörg Eberle e la classe immensa di Kenta Johansson nonsarebbero sufficienti senza l’apporto di un sistema di gioco collaudatissimo e nel quale si trova a meraviglia il difensore di classe internazionale Mats Waltin, anche lui svedese. È il regista del Lugano: veloce, intelligente, molto tecnico. Alle sue spalle gioca Thierry Andrey. Ma ci sono anche Bruno Rogger, Claude Domeniconi, Beat Kaufmann (futuro presidente trasformato da difensore in attaccante), Noldi Lörtscher, Andy Ton, Fredy Lüthi, Sandro Bertaggia, che diventerà uomo-simbolo di questo club, e naturalmente Giovanni Conte, rigenerato dalla cura Slettvoll. I bianconeri dominano la regular season e nei playoff appena introdotti danno spettacolo. In semifinale fanno un sol boccone del Sierre, rivelazione stagionale. In finale l’avversario è il Davos campione in carica, una delle società più tradizionali e vincenti del paese. In gara 1 non c’è storia (5-0) poi il 1 marzo la squadra di Slettvoll sale nei Grigioni per chiudere la pratica. Il tutto si decide nel finale: dopo essere stata tre volte in vantaggio (anche 4-2 alla seconda pausa) la squadra di casa viene tramortita da Johansson, eroe di serata. Poi il tripudio: il Lugano diventa campione svizzero per la prima volta! La Stella del Sud comincia a a brillare.

1999, campione alla Valascia 
Il Lugano non vince più nulla da ormai 9 anni. Dopo il “sacco” di Berna del 1990, la squadra conosce un periodo di magra, caratterizzato da scelte societarie poco convincenti. C’è anche lo Slettvoll-bis: dopo lo smacco del 1992, clamorosa l’eliminazione contro lo Zurigo nei quarti di finale, lo svedese non viene confermato. Ma tornerà subito dopo il fallimento dell’esperienza Andy Murray. Ma non sarà più la stessa cosa. Poi nel 1997 arriva (anzi: torna) Jim Koleff, il primo straniero ingaggiato da Geo Mantegazza. Ora fa il direttore sportivo. L'allenatore è un altro cavallo di ritorno, Mats Waltin. Ma anche lui non ha fortuna e allora il buon Jim assume anche l’incarico di head coach. E così, dopo tante stagioni finite malamente, il Lugano torna ai vertici. Il canadese forma un gruppo solido, esperto e…cattivo. Da Berna arrivano il canadese Gaetano Orlando, Regis Fuchs e Gaetan Voisard. C’è pure l’odiatissimo, dal tifo bianconero, Misko Antisin, l’uomo della famosa bagarre della Valascia (1987). Fra lo stupore e lo scetticismo generale Koleff mette sotto contratto un giovane portiere francese, tale Cristobal Huet. Mozza azzeccatissima! E dopo una regular season fra alti e bassi, il Lugano entra ben calibrato nei playoff. Una condizione fisica eccellente ed un motore che gira a pieno regime gli permettono di eliminare Davos prima e Zugo poi. Si arriva così alla finalissima, per la prima volta tutta ticinese. I leventinesi hanno dominato la regular season e partono favoriti. Ma la squadra pare stanca e dopo aver dato tutto nelle prime tre partite, si affloscia mentre i bianconeri escono fuori prepotentemente. Cosi il 5 aprile 1999 la squadra sottocenerina vince il suo quinto titolo nientemeno che alla Valascia. Un nome su tutti: Jim Koleff, che ha saputo dare un gioco ed una identità alla squadra. Il compianto canadese entra di diritto nella leggenda.

MDD

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