Ticino, 16 dicembre 2020

Caso RSI: "Tutti sapevano"

Lavorare nuoce gravemente alla salute. Di lavoro si può anche morire (e non solo per il ben noto fenomeno delle “morti bianche”).

Se per la difficoltà di riuscire a trovarlo, molte persone vivono al giorno d’oggi una condizione di estrema frustrazione, sono molti i casi in cui il lavoro stesso si trasforma in un incubo per chi ce l’ha. C’è una moltitudine di persone per la quale il posto in cui si reca per svolgere la propria professione rappresenta un vero e proprio luogo di tortura. Tortura psicologica, morale, fisica. Persone che il più delle volte quel posto di lavoro se l’è sudato, lo ha conquistato perché capace, senza sconti o raccomandazioni. Persone disposte ancora a credere nella meritocrazia e, che nell’ambiente di lavoro, come in ogni contesto sociale, vigano le stesse regole civili della buona educazione e del rispetto dell’altro. Il diligente lavoratore sa, dal canto suo, che questo si traduce anche nel rispetto per le necessarie formazioni gerarchiche, per i ruoli che ciascuno ha all’interno dell’organizzazione lavorativa di cui fa parte. Sa bene anche che un lavoro, e di conseguenza chi ne è il datore, merita da parte sua il dovuto rispetto, l’assoluta lealtà, e la piena dedizione nelle mansioni cui è stato affidato.

Mors tua, vita mea

Si afferma che il lavoro nobilita l’uomo, che esso costituisca per l’individuo uno dei requisiti fondamentali alla sua piena realizzazione personale; si parla degli ambienti di lavoro come luoghi in cui debba essere assolutamente riconosciuta e tutelata la dignità della persona, ed anzi, debbano essere poste in essere le condizioni per favorirne la crescita professionale. Non è un caso se tutte le nazioni democratiche recano la voce “lavoro” nelle proprie Carte costituzionali, come un diritto inalienabile dei propri cittadini. Non è un caso se per esso si sono sostenute tante lotte, si sono spesi effluvi di parole e formulazioni di principio, sono state elaborate leggi specifiche a tutela del lavoratore, e nate tante organizzazioni, movimenti ed enti che se ne fanno garanti. Sulla carta è sempre tutto a posto, legale, giusto. Ma nella società umana, si sa, vigono spesso delle regole, non scritte, non contemplate in nessun contratto di lavoro che si rispetti,
che fanno rassomigliare il consorzio umano più ad una giungla, ove vigono le regole del più forte, del “morte tua vita mia”, della sopraffazione, del sovrasfruttamento, dell’arrivismo a tutti i costi. Ed è in questo ambito del non scritto che prospera e trova il suo habitat ideale un certo tipo di “uomo della giungla”; è qui che egli si trova pienamente a proprio agio, avendo raggiunto un dato potere e provando gusto nell’usarlo, anche al di là del lecito.

Panni sporchi in azienda

L’aguzzino costruisce la sua vita e tutto quanto faccia parte del suo mondo attorno al lavoro nella cui sede può sistematicamente affinare il gusto sadico di sovrastare gli altri e, naturalmente, di colpire il più debole. Il suo è un caso ben noto alle scienze umanistiche e sociali, specie alla psicoanalisi (Freud ne ha ispezionato ogni retaggio infantile, ogni frustrazione sessuale celata tra le pieghe della sua psiche e del suo letto). Un tipo umano piuttosto diffuso ancora oggi, nella civilissima società occidentalizzata. Un soggetto che tende spesso a legittimare certi comportamenti come espressione di una sua ambizione che trova la più eloquente sintesi nella massima: “ il fine giustifica i mezzi”. Grazie a figure come queste il lavoro (e con esso la dignità) può arrivare a costituire, per il malcapitato di turno, non già un diritto, ma una conquista prima da ottenere e poi da difendere con unghie e artigli ben affilati. Nella penuria di lavoro che c’è in giro, del resto, ti devi innanzitutto ritenere già fortunato di poter lavorare. E pazienza se poi il posto di lavoro spesso si traduce per te in una sorta di prigione, con orari estenuanti che ti tengono in ostaggio precludendoti di condurre una vita normale fatta anche di molteplici altri interessi; pazienza se vi vengono dettate delle condizioni a dir poco anomale e ingiuste cui devi sottostare. Se vuoi lavorare questa è la realtà. I tuoi principi lasciali a casa come sai far già con i tuoi problemi. Lo sporco sta dentro. Anche in azienda.

RSI: la seconda puntata

Dopo il nostro articolo di domenica scorsa “RSI, tra molestie e mobbing: ci hanno rovinato la carriera”, il nostro interlocutore ci ha richiamato.
Ho ricevuto una decina di chiamate da parte di ex colleghi, amici, che lavorano ancora in azienda. Questo è significativo: tutti sapevano!”, afferma. “ Inoltre, voglio puntualizzare una cosa: non ho voluto denigrare il lavoro di chi è stato scelto al mio posto, per carità ha tutte le carte in regola per lavorare in un’azienda. Ma voi, a parità di Curriculum, avreste scelto un ticinese con una figlia a carico o una single che poco conosce del nostro territorio? A chi avreste dato un lavoro a tempo pieno con contratto indeterminato? Il problema sta in chi ha fatto questa scelta, non nella giornalista, che tra l’altro stimo. È quasi una prassi prendere qualcuno perché “mi sta simpatico”. Il merito? La gavetta? Dove stanno nella scelta? Dalla RSI mi aspetto di più, molto di più”. E continua: “Mi hanno riferito che dopo l’uscita dell’articolo, nella mia vecchia redazione, e non solo, tutti ne parlavano. Inoltre, so che il mio vecchio “mobber” è stato rimosso dall’incarico e spostato in un “angolino”, parcheggiato in un altro settore. Perché è successo? Ha morso la mano che gli ha dato da mangiare e lo ha promosso fino alla posizione di vice. Adesso il povero tapino continua, così sembra, a lamentarsi per il lavoro, a suo dire, troppo pesante. Io dico: beato lui che il lavoro ce l’ha ancora, per il momento”. Infatti: “Aspetto una chiamata dalla SSM, visto che ho denunciato quanto accaduto (con lui e la capo edizione) da un paio di settimane. Se non riceverò notizie chiamerò io per capire cosa devo fare per avere giustizia. Esigo delle scuse, non solo a parole ma anche con dei fatti concreti. Il lavoro che mi è stato tolto, lo rivoglio con gli interessi!”.

E conclude: “Ringrazio i colleghi che mi hanno chiamato dicendo che ho fatto bene a chiamare voi, e mi esortano a lottare. La loro stima mi fa andare avanti in questo momento molto difficile della mia vita”. Intanto il nostro contatto ci ha lasciato copia di messaggi e le foto dove viene tacciato di essere “una merda” (ricordate la foto attaccata sul pilone della sua ex redazione, ndr.). Rabbrividiamo di nuovo. Non vogliamo credere che i capi (quasi tutti), al corrente di quello che stava accadendo, l’abbiano fatta franca fino a questo momento. Vogliamo credere che la televisione di Stato dia l’esempio e tenda una mano a questo padre, uomo… giornalista.

M.B. / MDD

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