Sport, 23 novembre 2020

Saracinesca Damiano Ciaccio: “In Leventina grandi stimoli”

Intervista al nuovo portiere dell’Ambrì Piotta protagonista nel derby di sabato scorso

AMBRÌ - Damiano Ciaccio ha qualità da vendere. Lo ha dimostrato in passato e lo ha confermato sabato scorso alla Corner Arena, dove è stato uno dei grandi protagonisti del secondo derby stagionale, anche se alla fine le sue prodezze non sono state sufficienti per tenere a galla l’Ambrì Piotta. Ma per due tempi il portiere biancoblù ha fatto letteralmente ammattire gli avversari. Ciaccio, che è nato a Saint Imier nel 1989, ha mosso i primi passi nel settore giovanile dello Chaux-de-Fonds all’età di 7 anni. Il primo impatto con il ghiaccio è stato indimenticabile: un allenatore gli chiese se voleva fare il portiere per una delle squadre di principianti. Pronta ed immediata la risposta affermativa.

Crescendo, l’estremo difensore ha cominciato a proporre tutta una serie di esibizioni che hanno colpito l’attenzione degli addetti ai lavori. Dopo aver giocato nel glorioso Young Sprinters, quindi nel titolatissimo (almeno ai tempi) Chaux-de-Fonds e a due riprese nel Friborgo (contendendo il posto di titolare a Carron e Huet) Damiano è approdato in LNB nel Langnau. La sua bravura ha permesso alle “Tigri dell’Emmenthal” di tornare nella massima serie. Nelle file bernesi l’arrivo successivo del portiere lettone Punnenovs ha limitato il suo minutaggio, tanto che alla fine ha accettato l’offerta dell’Ambrì, con il quale ha firmato un contratto triennale.

Un personaggio, Ciaccio, che ha una storia molto interessante. Suo padre Angelo (siciliano di Catania) alla fine degli anni ’70 è emigrato in Svizzera dove ha conosciuto Patrizia, una ragazza svizzera con la quale ha messo su famiglia. Dalla loro unione è nato il portiere dei leventinesi, che proprio di questi tempi si è ritagliato uno spazio importante all’interno dell’HCAP. Lo abbiamo incontrato nei giorni scorsi.

Lei è arrivato con tanti stimoli ad Ambrì, quali sono le sue prime sensazioni?
Tantissime ve l’assicuro. Il club leventinese ha una grande tradizione e l’entusiasmo che sanno creare i tifosi e tutto l’ambiente che circonda questa società è davvero notevole.

Lei era già abituato a vivere in piccole realtà. Langnau, per certi versi, pur con le dovute differenze, assomiglia ad Ambrì.
Assolutamente, per questo non ho avuto difficoltà ad ambientarmi, anche perché tutti i compagni e lo staff tecnico ed i dirigenti mi stanno aiutando molto.

Ambrì l’ha comunque colpita…
È proprio così. Sin dal mio arrivo ho sentito un calore davvero speciale da parte di tutti. Avevo saputo che in questa realtà le emozioni erano uniche, me ne sono accorto sin da quando sono arrivato. Anche se alla pista si poteva andare in numero limitato, il sostegno dei tifosi si è sentito eccome. Ambrì è davvero un luogo speciale.

Possiamo dunque fare un primo, seppur sommario, bilancio sulla sua esperienza nell’HCAP?
Direi molto positiva, tutti stanno lavorando con grande entusiasmo, la squadra ha i mezzi per far bene. Io mi trovo bene e sono consapevole che posso avere le mie chances per dimostrare quello che valgo, come ho fatto fino ad ora. Non sento per nulla la concorrenza con Conz, anzi, facciamo parte dello stesso team e quindi tutto sta andando al meglio.

Il suo italiano è davvero ottimo...
Semplicemente, come si sa, ho origini italiane. Mio papà Angelo è di Catania ed è arrivato in Svizzera esattamente nel 1977 a St.Imier vicino a La Chaux-de-Fnds dove ha conosciuto mia madre Patrizia. In casa ci siamo abituati a parlare anche italiano, per me è stata come una seconda scuola.

Dalla famiglia immaginiamo lei ha avuto un grande sostegno per la sa carriera sportiva.
Mi hanno fatto sempre fatto sentire la loro vicinanza, anche le sorelle Daiana e Delia. Pur stando lontani, il loro affetto ed il loro sostegno li sento davvero nel mio cuore.

Ad Ambrì, come del resto a Lugano, la gente è comunque molto esigente. Lei sente un po’ di pressione?
No, perché sono abituato a confrontarmi ed a lottare su vari fronti. Certo, quando si deve lottare per degli obiettivi, la pressione non manca, basta saperla gestire bene. In Leventina comunque i tifosi arrivano da tutto il Ticino e non solo, a differenza di Langnau dove i fans sono soprattutto della regione dell’Emmenthal.

Derby bernese e derby ticinese, differenze?
Sono entrambi sentitissimi. Per fare paragoni devo aspettare che si giochi con la pista piena anche
in Ticino. Mi dicono tuttavia che la sfida fra Ambrìe Lugano non abbia uguali in Svizzera.

Con Cereda tutto funziona bene?
Assolutamente sì. È un allenatore molto preparato, pretende molto dai giocatori ma è giusto così.

Quali sono gli obiettivi che si è posto per questa stagione ma non solo?
Dare sicurezza alla squadra quando gioco e dare anche oltre il cento per cento per ottenere più vittorie. E se sto in panchina, dare sostegno ai miei compagni, Conz in particolare.

Facciamo qualche passo indietro per arrivare alla stagione per lei indimenticabile, quella della promozione in NL con il Langnau.
Un momento davvero esaltante, un traguardo raggiunto grazie alla solidità di una squadra che ha saputo sempre affrontare i momenti difficili con grande maturità.

L’arrivo di Punnenovs ha però rovinato un po’ i suoi piani… 
Quando si raggiunge l’elite, un club deve rinforzarsi per renderlo più competitivo perché la concorrenza con le altre squadre è davvero agguerrita. Anche nel settore portieri bisogna accettare questa situazione, creare una competitività interna non può che giovare alla squadra. Anche in questi momenti si può maturare, ho comunque imparato molto e questa esperienza mi è stata molto utile per i miei progressi tecnici e mentali. Ogni squadra ha il suo numero uno, va bene così.

Il ruolo del portiere lei l’ha scoperto quasi per caso.
Avevo sette anni. Era ad uno dei primi allenamenti organizzati dallo Chaux-de-Fonds, una sorta di formazione per i più piccoli. Un famoso mercoledì pomeriggio, un allenatore di una compagine dello Chaux-de-Fonds mi ha detto che gli mancava un portiere e quindi mi ha chiesto se volevo andare in porta. Gli ho risposto di sì. Ventiquattr’ore più tardi avevo la mia maglia e da quel giorno non ho più lasciato questo ruolo.

La pandemia sta creando danni a tutti i livelli. Allenarsi e giocare con il coronavirus che continua ad imperversare non è certo facile.
Il clima è davvero surreale, specie durante le partite. Dobbiamo essere sempre forti e concentrarci su noi stessi, senza dimenticare comunque la sofferenza della gente colpita da questa pandemia. Speriamo che un giorno si torni alla normalità, importante ora è continuare a lottare sperando che un giorno il Covid 19 sparisca definitivamente. Certo, il campionato è davvero strano, con tante partite rinviate e programmi continuamente cambiati.

Qualcuno si chiede se continuare così abbia senso… 
Da parte di tutti c’è voglia di giocare, sappiamo che dovremo a volte fare dei salti mortali per far continuare questo campionato però dobbiamo farlo, fino a quanto sarà possibile non lo so francamente.

Ogni sportivo ha un proprio idolo, un modello da imitare, lei ne ha uno?
Onestamente no, cerco di seguire certi portieri imparando anche qualcosa da loro seguendoli in televisione, anche la NHL.

Vuole ringraziare qualcuno per averle permesso di arrivare ad essere uno dei portieri più stimati?
Non voglio fare distinzioni, tutti, in periodi ben definiti, hanno fatto la loro parte. Se proprio vogliamo fare un nome, è quello di Gustafsson quando allenava il Langnau quando avevo assieme a me anche Lorenzo Croce. Il tecnico svedese aveva sempre una grande fiducia in noi e ci lasciava sempre lavorare tranquilli.

G.M.

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