Ticino, 05 settembre 2020

"Il burkini è un simbolo di un’ideologia fascista"

Sono sempre più convinto che gli islamisti attivi in Europa guadagneranno la loro battaglia, e che nel giro di due o tre generazioni una buona parte del nostro Continente – Svizzera compresa – sarà islamizzata in modo irreversibile. Ciò non tanto per merito di questi furbi islamisti e degli scaltri burattinai che da Paesi musulmani li finanziano e li manovrano , ma per colpa della scelleratezza di noi occidentali che, anche se siamo stati grandi colonizzatori, non abbiamo ancora capito la loro strategia di colonizzazione e in nome di sacri principi etici e liberali stendiamo tappeti rossi alla loro avanzata, favorendo non solo la loro crescita demografica con una sfrenata immigrazione ma pure il loro sfruttamento dello spazio pubblico a fini di propaganda e di proselitismo.

Questo non è un Paese per islamisti

A rinfrancare questa mia certezza sono state le prime reazioni negative a una notizia per certi versi sorprendente e beneaugurante data dai giornali negli scorsi giorni. Ossia che la maggioranza dei membri della Commissione della legislazione del Consiglio comunale di Locarno ha formulato un preavviso favorevole ad una mozione di tre anni fa che chiedeva di vietare l’uso del burkini nei luoghi di balneazione pubblici del fiume Maggia e del lago Maggiore. E’ ancora presto per dire se la proposta – avanzata da alcuni consiglieri della Lega dei ticinesi e dell’UDC – sarà accolta dal Consiglio comunale : in caso affermativo sarebbe comunque bello se qualcuno lanciasse un referendum , in modo da ampliare il dibattito su una questione giudicata dai perbenisti come un “non problema” e per dare ai cittadini di Locarno la possibilità di usare il voto per chiudere la bocca a questi perbenisti e ribadire ancora una volta – dopo la votazione sui minareti e quella sul burqa – che questo non è un Paese per islamisti.

Con o senza referendum sarei pure pronto a scommettere che contro il divieto assisteremo a una mobilitazione da parte della stampa mainstream cartacea, online, televisiva e radiofonica (dove i giornalisti che votano a sinistra rappresentano il 75%), ma anche da parte di liberali che per principio sono contro i divieti, da parte di femministe che sostengono la libertà di vestirsi come si vuole e da parte dei rappresentanti del mondo della cultura che in ogni occasione ( burqa, minareti ecc.) si schierano a prescindere dalla parte dell’islam e del multiculturalismo perché fa più chic.
Per l’intellighenzia nostrana il burkini è un “non problema”.

Anzi, a dire il vero la mobilitazione a favore del burkini è già iniziata . A dare il “la” al dibattito ci ha pensato il direttore de La Regione, Matteo Caratti, il quale in un commento pubblicato in prima pagina nell’edizione del 27 agosto scorso si è chiesto che fastidio dà chi prende il sole pur coprendo buona parte del corpo e dopo aver osservato che i politici dovrebbero occuparsi dei veri problemi ( fra cui quello di mantenere o ritrovare il posto di lavoro messo in pericolo dalla crisi economica dovuta al Covid-19) ha concluso sentenziando che il divieto del burkini “ è il solito fumo negli occhi che non ci porta avanti di un millimetro e anzi, indietro di secoli” .

Per non essere da meno, anche il settimanale “Il Caffè” è sceso in campo a favore del burkini nell’edizione del 30 agosto con un articolo di Andrea Bertagni dal sublimale titolo “Il burkini nelle spiagge ? Problema inesistente come il velo e il burqa” . Il titolo riassumeva i pareri dei cinque personaggi intervistati, che guarda caso – con tanti saluti all’oggettività - erano tutti contrari al divieto, ritenendo che quello del burkini sia un “non problema” e che vi sono problemi più importanti da risolvere.

E’ sempre la stessa storia. Quando un argomento dà fastidio si preferisce minimizzarlo con il pretesto che vi sono problemi più importanti. Lo si diceva ad esempio anche contro l’iniziativa “antiburqa” lanciata dal sottoscritto nel 2011 , e che però venne approvata nel 2013 da un 65% di cittadini che evidentemente condividevano l’importanza di quel divieto.

E’ vero che vi sono problemi apparentemente più urgenti e importanti di altri, ma nessuno vieta alla politica di occuparsi degli uni e degli altri, e fino a prova del contrario nel nostro sistema democratico non vi è un dittatore o un giornalista che decide quali problemi trattare e quali no, ma oltre al Governo è anche il Popolo che detta l’agenda, sia tramite l’uso della democrazia diretta e sia tramite i suoi rappresentanti eletti nei vari Legislativi. Quindi se tre anni fa, dopo un periodo di attentati terroristici in Europa, alcuni consiglieri comunali di Locarno avevano deciso di dare un segnale ai fanatici islamisti presentando una mozione contro l’uso di un costume tanto fondamentalista quanto il burqa, il Consiglio comunale è tenuto a trattare la proposta possibilmente entro i termini fissati dalla legge e indipendentemente da eventuali altre priorità venute a galla nel frattempo.

La triste sorte delle donne nei Paesi islamici: ad esempio l’Iran

Ma siamo poi sicuri che quello del burkini sia un “non problema” ? Come spiegherò più sotto, il burkini è un costume apparentemente innocuo che però è utilizzato dagli islamisti, al pari di altri simboli, abbigliamenti o riti , per islamizzare l’ambiente e abituare fin da piccoli gli occidentali alla presenza dell’islam in modo da facilitare le conversioni, per poi , fra due o tre generazioni , sottomettere tutti ad Allah e sostituire le nostre leggi democraticamente decise dal Popolo con le leggi coraniche . Il problema non è “se” ciò accadrà, ma “quando accadrà”, e quel giorno tutti si accorgeranno che tutto ciò che veniva considerato un “non problema” sarà diventato il problema numero 1. Le nipoti di Matteo Caratti e di tutti coloro che oggi si battono per la libertà di vestirsi come si vuole , malediranno la cecità e la scarsa lungimiranza dei loro nonni e delle loro nonne, e dovranno sottostare all’obbligo di coprirsi di veli , come accade in quasi tutti i 57 Paesi islamici sparsi nel mondo. E se vorranno andare al Lido dovranno indossare il burkini, che a quel momento non sarà più vietato ma obbligatorio.

Uno di questi 57 Paesi islamici è l’Iran, dove, dopo la rivoluzione islamica del 1979, che portò al potere una casta di religiosi fanatici e sanguinari (gli ayatollah), le bellissime donne persiane che fino ad allora sotto il regime dello scià si vestivano all’occidentale (all’inizio degli anni Settanta, nelle discoteche e nei bar di Losanna, ne avevo conosciute diverse che studiavano in quella bella città) dovettero da un giorno all’altro indossare il chador, il lugubre velo nero che ricopre le donne dalla testa ai piedi lasciando libero solo il volto. Non fu certo una loro libera scelta, cari difensori della libertà di vestirsi come si vuole. Oggi sempre più donne in Iran contestano questa imposizione e manifestano in vari modi la loro protesta, togliendosi coraggiosamente il velo nelle strade o nelle foto pubblicate sui social. E molte di loro finiscono in prigione per anni, fra l’indifferenza delle femministe occidentali che, senza vergogna , son pronte a scendere in piazza – e in Ticino l’hanno fatto - a favore di quelle islamiste che vogliono ( o devono?) indossare il burqa. Ecco quel che succederà anche in Europa il giorno in cui si instaurerà il Califfato islamico, che è l’obiettivo di tutti gli islamisti attivi nella fitta rete di moschee, centri culturali e associazioni che si estende sul nostro Continente come una ragnatela .

Perché ho fatto questo riferimento a quanto successo in Iran (ma anche in molti altri Paesi asiatici e africani , fra cui l’Algeria, dove durante la guerra civile combattuta fra il 1991 ed il 2002 i membri del braccio armato del partito degli islamisti sgozzavano le donne che si rifiutavano di indossare il velo islamico) ? Perché fra i sei personaggi che sul Caffè hanno ironizzato sul divieto del burkini e del burqa, definendolo un “non problema e un qualcosa che va contro la libertà individuale” vi era un iraniano, il fotografo Reza Kathir, un mio coetaneo e amico fin dai tempi dell’adolescenza. Ma possibile che quanto successo nel suo Paese (dove fra l’altro in base alla sharia gli omosessuali vengono impiccati e le adultere lapidate) non gli abbia insegnato nulla e non abbia contribuito ad aprirgli gli occhi sulle strategie messe in atto dagli islamisti per islamizzare le società non islamiche o per reislamizzare quelle islamiche che si erano laicizzate ? Caro Reza, che delusione , spero che non ti sia radicalizzato anche tu !

Tutti i veli islamici sono bandiere dell’islam politico

Burka, burkini e veli di ogni tipo sono strumenti di oppressione e sottomissione della donna, e non simboli di libertà. Invece di battersi qui da noi per la “libertà” di indossarli (facendo così il gioco dei fanatici radicalizzati) bisognerebbe battersi per liberare milioni di donne musulmane dall’obbligo di indossarli, cominciando a dare il buon esempio in Europa . In certi casi è proprio con le proibizioni che si salvaguardano le libertà, come aveva detto un consigliere di Stato socialista, il vodese Pierre-Yves Maillard, a proposito del divieto del burqa (cfr. il Corriere del Ticino del 5 novembre 2015).

Nel suo libro del 2017 “La Suisse plaque tournante de l’islamisme” , nel quale denuncia la crescente radicalizzazione dei musulmani in Svizzera, la musulmana zurighese d’origini tunisine Saïda Keller-Messahli , fondatrice e presidente
del Forum per un islam progressista, scrive Attualmente tutti i tipi di dissimulazione della donna sono la bandiera dell’islam politico, sia che si tratti di burqa, niqab o foulard. Questi stendardi rendono visibile nello spazio pubblico l’avanzata dell’islamismo (…) Ogni forma di dissimulazione della donna musulmana è da impedire perché essa non rappresenta una prescrizione religiosa ma un imperativo politico degli islamisti” .

Ecco un’interessante intervista che la brava giornalista ginevrina Mireille Vallette ha fatto nel 2014 a Saïda Keller- Messahli, la quale risponde anche a un paio di domande sul velo islamico, affermando fra l’altro che il niqab (ossia il velo che dissimula il volto, e sul cui divieto negli spazi pubblici gli svizzeri saranno chiamati a votare prossimamente) è un modo per negare l’esistenza fisica della donna, la sua individualità, e che per lei rappresenta quasi un simbolo di morte… in ogni caso di morte sociale della donna.

Ecco, v’è da augurarsi che le parole di una donna musulmana che sa di cosa parla servano da lezione per far capire ai nostri giornalisti e ai nostri politici un po’ duri di comprendonio (specie coloro che navigano nell’area rossoverde) quale è il vero scopo e significato di tutti i vari tipi di veli islamici (compreso il burkini) : quello di rendere visibile nello spazio pubblico l’avanzata dell’islamismo , ossia di un’ideologia totalitaria, violenta, fascista, misogina e omofoba.

C’è un piano degli islamisti per conquistare l’Europa

A tal proposito va spiegato ai nostri ingenui giornalisti e politici che esiste un piano ben preciso di colonizzazione islamica dell’Europa portato avanti dal 1973 dai 57 Paesi islamici che fanno parte dell’OCI ( l’Organizzazione della Cooperazione Islamica, fondata nel 1969 ) , e di cui la nostra stampa non parla mai. Se non ci credete, allora prendetevi un’oretta del vostro prezioso tempo per guardare il video della magnifica conferenza in francese intitolata “La colonizzazione islamica dell’Europa”, che l’esperto di islam Alain Wagner aveva tenuto a Parigi il 2 settembre 2018

Vi ricordate con quali strategie gli europei avevano colonizzato l’Africa, ad esempio imponendo l’uso delle loro lingue nei Paesi occupati ? Ebbene, più o meno le stesse strategie sono ora utilizzare dagli islamisti per colonizzare l’Europa, con l’unica variante che invece di occupare i territori con la forza e con gli eserciti (cosa che peraltro avevano tentato di fare a più riprese nei secoli addietro venendo sempre respinti, anche se magari dopo qualche secolo di occupazione) ora usano i petrodollari per comprare tutto e tutti (anche gli organi di informazione…) e cercano di rendere docili e remissivi i cittadini europei sfruttando ad arte la paura creata dalle frange più fanatiche che usano il terrorismo, le armi e la violenza gratuita in strada.

La colonizzazione islamica dell’Europa passa non solo da una strategia culturale rivolta specialmente all’indottrinamento dei bambini nelle scuole , alla diffusione della lingua araba e così via, ma anche dalla crescente occupazione dello spazio pubblico, allo scopo di islamizzare l’ambiente. In proposito in data 25 luglio 2018 avevo pubblicato sul sito www.ilguastafeste.ch un articolo nel quale mi soffermavo su un’interessante intervista allo scrittore algerino Boualem Sansal pubblicata sul Corriere del Ticino del 5 giugno 2018 con il seguente titolo “ C’è un piano degli islamisti per conquistare l’Europa”.

Ecco qui sotto il link per collegarsi al mio articolo, di cui subito dopo riporto un significativo stralcio :

http://ilguastafeste.ch/islamizzarelambientestrategiaperconquistareeuropa.pdf

Nell’edizione del 5 giugno 2018 il Corriere del Ticino aveva dedicato due interessanti pagine allo scrittore algerino Boualem Sansal, autore del recente libro intitolato “Nel nome di Allah – Origine e storia del totalitarismo islamista” nel quale si descrive come, subito dopo la guerra di liberazione dalla colonizzazione francese ( 1954-1962) , in Algeria cominciarono ad arrivare i primi predicatori religiosi islamisti (per lo più membri dei “Fratelli musulmani”) che inizialmente apparivano come individui bizzarri che suscitavano simpatia, e che anni dopo, attraverso la rete delle moschee, avevano radicalmente cambiato il Paese diffondendo l’islamismo ovunque, trasformandosi in un “fascismo assassino che obbedisce solo alla volontà di potenza” e raggiungendo una potenza tale da poter sfidare ogni giorno lo Stato e da consentir loro di “installarsi in Occidente e attaccare la democrazia utilizzando la democrazia stessa con abilità e astuzia”.

Sotto l’emblematico titolo virgolettato a tutta pagina - “C’è un piano degli islamisti per conquistare l’Europa” – il Corriere del Ticino aveva pubblicato una lunga intervista di Andrea Grillini allo scrittore musulmano , il quale, avendo provato sulla propria pelle e in un Paese musulmano quali sono le strategie di conquista messe in atto dagli islamisti – ha tenuto a mettere in guardia gli europei.

Alla domanda “In che modo sta avvenendo l’islamizzazione dell’Occidente?” Boualem Sansal ha risposto : “Attraverso i flussi migratori e il sostegno dei Governi arabi e di tutte le popolazioni l’Islam è in rapida espansione nel mondo e l’intento è quello di convertire le popolazioni autoctone.

Se i popoli accetteranno la conversione tutto andrà per il meglio, ma se la rifiuteranno, gli islamisti adotteranno metodi coercitivi, ossia le azioni terroristiche, gli attacchi a persone inermi, le stragi : tutto quanto può servire a indebolire la resistenza dell’Occidente (…)”. E lo scrittore ha anche spiegato quali sono le strategie per indottrinare e convertire gli “infedeli”… cioè noi. In primis grazie a una predicazione incessante e poi con certe azioni insospettabili che non danno nell’occhio, come ad esempio “una certa manipolazione dei bambini nelle scuole e nelle associazioni sportive”. Ma anche con quella che egli definisce “l’Islamizzazione dell’ambiente” e che inizia “facendo circolare le donne velate, o con le scritte dei locali e degli esercizi commerciali : e a forza di vivere in un ambiente musulmano i bambini crescono e diventano musulmani credendosi nativi di questi valori. E se ci scappa di mano l’infanzia, la gioventù, l’ambiente, il cammino dell’Islam sarebbe spianato”.

Ai difensori del multiculturalismo come elemento di arricchimento culturale andrebbe dunque spiegato che le donne con il velo (se possibile già in età scolastica) , i burkini nelle spiagge e nelle piscine pubbliche, le turiste arabe in burqa e niqab, le richieste di esenzioni dalle lezioni di nuoto e di ginnastica per le alunne, la diffusione di cibi halal (cioè gli alimenti leciti) nelle mense scolastiche e nel commercio, le preghiere in strada, le tuniche e le barbe per gli uomini, la ferrea pratica del ramadan che non si concilia con certe attività lavorative, la costruzione di minareti e di moschee sempre più grandi e sfarzose, la richiesta di inserire nel calendario delle feste ufficiali le 3 festività musulmane, l’insegnamento dell’arabo ai bambini che frequentano le scuole coraniche, la richiesta di spazi specifici per le preghiere nelle scuole e sui posti di lavoro, i cimiteri islamici , la finanza islamica nelle banche e così via, fanno parte della strategia di lunga durata per creare una società islamica parallela nella società occidentale e per islamizzare l’ambiente al chiaro scopo di abituare sempre più le future generazioni alla presenza dell’Islam e facilitare così le conversioni.

E vi sono pure docenti, anche in Ticino, che cascano nel tranello portando le loro classi a visitare qualche moschea locale , dove l’imam di turno spiega agli alunni e alle alunne (per l’occasione con un foulard in testa) come pregano i musulmani. E così l’islamizzazione avanza… “

Conclusione

Ecco, spero di aver dimostrato che tutti quegli aspetti legati all’islam che ora noi consideriamo come un “non problema” sono destinati a diventare il problema numero 1 delle future generazioni, e ciò per colpa di politici, giornalisti e uomini di cultura poco lungimiranti che per non sembrare dei razzisti o degli islamofobi si sottomettono docilmente alle pretese degli islamisti dimostrando di non aver capito niente di ciò che sta succedendo ogni giorno sotto i nostri occhi e che si ritorcerà anche contro di loro.

Certo, il burkini in sè non è un problema : dopotutto è un semplice pezzo di stoffa (simile a una muta da sommozzatore) . Anche un bracciale con la svastica – tanto per fare un altro esempio a caso - di per sè è un semplice e inoffensivo pezzo di stoffa. Ma sia per il burkini – simbolo dell’islam politico e fascista - e sia per il bracciale nazista, è il loro significato e l’uso propagandistico che se ne fa in uno spazio pubblico che diventa un problema e che offende il sentimento comune della gente, che pure è meritevole di essere protetto. 

Giorgio Ghiringhelli

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