Opinioni, 15 agosto 2019

Contro una disoccupazione sottovalutata

In questi giorni sono stati diffusi alcuni dati che raccontano, impietosi, lo stato di salute del mondo del lavoro in Ticino e nel resto della Svizzera.

Le persone in assistenza nel nostro cantone sono ormai 8353. Un record.

I frontalieri hanno raggiunto quota 66.316. Un altro record.

I sottocupati sono 17.400. Nel 2010 erano il 30% in meno.

La Svizzera ha la più alta sottoccupazione d’Europa, il doppio rispetto alla media dell’Unione europea: 356 mila persone (il 7,3% della popolazione) vorrebbero lavorare di più, ma non ci riescono. I disoccupati iscritti agli Uffici regionali di collocamento sono 231 mila e altri 243 mila cittadini sono alla ricerca di un lavoro, ma non sono disponibili immediatamente. Siamo a quota 830 mila persone. Un volume mancante di 299 mila posti di lavoro a tempo pieno.

In Ticino, come accennato, va anche peggio. Tre lavoratori a tempo parziale su dieci vorrebbero lavorare di più, ma non riescono a trovare nulla. Molte persone sono già, o sono sulla soglia di diventare, “working poor”, ovvero cittadini che, pur avendo un’occupazione, hanno serie difficoltà economiche. Se poi calcoliamo i disoccupati, chi è in cerca di un impiego, ma non è immediatamente disponibile e le persone disposte a lavorare, ma statisticamente non presenti tra coloro che cercano lavoro, arriviamo a 45 mila persone. Su una popolazione di 350 mila individui, è un’enormità.

C’è di peggio. Quando vengono trasmessi questi dati (le variazioni mensili non modificano il quadro della situazione) ci si dimentica sempre di chi è nella condizione peggiore. 

Ovvero, chi dipende dall’aiuto sociale. In Ticino, i cittadini in assistenza sono il doppio di quelli iscritti agli Uffici regionali di collocamento. Detto brutalmente: i dati della SECO, che ci parlano di un tasso di disoccupazione del 2,6% (dati giugno 2019), sono falsati. Perché si riferiscono solo alle persone iscritte gli URC. L’Indicatore dell’Ufficio internazionale del lavoro, ovvero quello utilizzato a livello internazionale per determinare il numero di senza lavoro, ci parla infatti di un tasso di disoccupati del 6,1%.

Più elevato di quello della Lombardia -regione dalla quale attingiamo frontalieri a man bassa- che si attesta al 5,4%. Nessuno nega che siano importanti per l’economia cantonale, ma credere che, tra gli oltre 15 mila ticinesi senza lavoro, non ce ne siano almeno svariate centinaia in grado di fare ciò che fanno almeno alcuni, tra i 64 mila frontalieri, risulta difficile da credere. 

Aggiungiamo il fatto che circa il 50% delle persone in assistenza cade in depressione e ha bisogno di un supporto psicologico o psichiatrico e che, come rivelato da una recente indagine condotta nell’arco di 24 anni su suicidi e professioni, la prima categoria tra chi si toglie la vita è rappresentata dai disoccupati, va da sé che il problema dei senza lavoro nel nostro Paese è stato sottovalutato per troppi anni ed è stato edulcorato da dati che non rappresentano la realtà.

Dagli incentivi per l’assunzione degli ultracinquantenni all’iniziativa PPD under 30 per la formazione e l’occupazione, dall’istituzione di un fondo di dieci milioni per la formazione digitale nelle scuole dell’obbligo alla creazione di nuovi e moderni percorsi formativi, fino all’applicazione della preferenza indigena e del reale controllo dell’immigrazione, dobbiamo agire rapidamente.

Dobbiamo trovare il giusto equilibrio sia per garantire un lavoro a chi non ce l’ha, sia per chi ha bisogno di personale qualificato. 

Non è normale che a migliaia di giovani svizzeri desiderosi di diventare medici s’imponga il numerus clausus e poi vengano assunti migliaia di dottori italiani, germanici e francesi perché la formazione elvetica costa troppo. Essere uno dei Paesi più ricchi del mondo dovrebbe essere un vantaggio per i suoi cittadini. Non un handicap.

Michele Moor, imprenditore

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