Mondo, 18 febbraio 2019

L’Europa ormai è paralizzata: Governi in crisi e piazze in fiamme

L’immagine che arriva in queste settimane dai diversi angoli d’Europa non è certamente delle più edificanti. Non c’è un Paese dell’Unione europea che possa dirsi al sicuro da una crisi di governo o da proteste di massa. E da Est a Ovest, le piazze si infiammano e i governi appaiono sempre più fragili. Incapaci di portare avanti la propria agenda e soprattutto pericolosamente inclini a crisi sistemiche e da cui non appaiono mai capaci di uscirne rafforzati.

Questo finesettimana le proteste di massa hanno toccato l'Albania. La sede del governo, presa d’assalto nella giornata di sabato, è stato un segnale inequivocabile di quanto il malcontento in Europa stia diventando sempre più violento, feroce. Ma è soprattutto un senso di sfiducia che è sempre più incapace di rimanere incardinato nelle logiche della democrazia liberale.

Le strade di Tirana invase da decine di migliaia di manifestanti sono molto simili a quelle che hanno caratterizzato Parigi, ad esempio. I quartieri del centro di Parigi, in questi mesi, sono apparsi non troppo diversi dalle vie della capitale albanese. E i metodi delle proteste sono talmente simili che sembra essersi creato un curioso (e pericoloso) trait d’union fra Paesi e aeree d’Europa che apparivano decisamente distanti sia nei metodi politici che nella cultura democratica.

E invece, l’Europa sta cambiando e sta diventando sempre più evidente questa sorta di unità d’intenti delle popolazioni europee, che hanno intrapreso una strada di rottura e di protesta contro qualsiasi governi e qualsiasi establishment. E queste élite verso cui si rivolge la violenza dei dimostranti sembrano totalmente paralizzate, quasi tramortite da una violenza pura e che ha preso totalmente alla sprovvista le cancelliere d’Europa. 

A questa violenza, si contrappone una classe dirigente totalmente incapace di reagire e senza alcuna forza. E i governi iniziano a cadere, come tessere di un domino che sembra non avere fine. Lo ha fatto la Spagna, in cui Pedro Sanchez si è dovuto piegare non solo al voto del Parlamento, ma anche a una piazza che ha dimostrato di non volere più il leader socialista alla guida della Spagna.

Mentre chi non cade, vacilla o rimane in una sorta di lenta agonia, quasi in attesa di un evento (probabilmente le europee) o della fine della legislatura. L’esempio del Regno Unito, in questo caso, è lampante. La Brexit ha lasciato Theresa May priva di qualsiasi tipo di credibilità internazionale per condurre in porto l’uscita di Londra dall’Unione europea. Ma ha anche dimostrato come, a livello interno, le divisioni iniziano a essere enormi. L’Irlanda del Nord è il terreno di scontro di un Regno che appare sempre più disunito. E il rischio che anche in Gran Bretagna tornino ad animarsi violenze e pericoli per la tenuta del sistema politico britannico.

La paralisi è totale. E colpisce anche l’Unione europea. E questa situazione, come scritto sull’Huffington Post, “fa paura perché chi è pagato a Bruxelles come a Strasburgo per trovare risposte immediate e non tecniche a queste istanze già pensa solo alle prossime consultazioni, come se il 2019 fosse un anno qualsiasi e non l’anno della rabbia che tutto travolge, compresi i soliti gattopardi delle europoltrone”. Ed è proprio questa incapacità di reagire da parte di Bruxelles e dei suoi leader più ottimisti (Emmanuel Macron e Angela Merkel in primis) a essere uno dei grandi problemi di questa Europa. I popoli si stanno ribellando ed esprimono in maniera sempre più violenta le proprie istanze.

Ma di fronte a questo grido di disperazione feroce delle popolazioni del Vecchio Continente, la reazione o è tiepida o tramortita. Nessuno sa come rispondere. Si continua a presentare ricette fallimentari, si parla di numeri, di bilanci, di austerity. Ma di fronte a questa violenza e questa frustrazione espressa nelle diverse capitale dell’Ue, nessuno sa come reagire. Se non attaccando quei partiti che rappresentano forse l’unica vera alternativa alla violenza: quei movimenti tacciati di populismo ma che di fatto rappresentano l’unico argine, almeno attualmente, all’esplodere delle violenze. Come dimostra il caso dell'Italia . 

(Via gliocchidellaguerra.it)

Guarda anche 

Senza fiato, senza fisico e senza testa: la crisi totale del Lugano

LUGANO – Ne avevamo parlato dopo la sconfitta di sabato in casa contro il Ginevra. Non possiamo non sottolinearlo ancora una volta, dopo l’ennesima prova &nda...
04.11.2021
Sport

Il gigante dell'immobiliare Evergrande sull'orlo del fallimento, "rischio di una Lehman Brothers cinese"

Il gigante immobiliare cinese Evergrande ha accumulato più di 300 miliardi di dollari di debiti e si trova ora sull'orlo del fallimento e rischia, secondo d...
16.09.2021
Mondo

La crisi e il bisogno di rilancio della città di Lugano

Un anno fa iniziava la crisi causata dal Covid-19. Molto è stato detto sulle conseguenze e sulla situazione in corso e molto ancora si dirà. Una delle tante...
12.04.2021
Opinioni

"L'UFSP non è abbastanza competente per gestire le crisi"

Nella corsa globale alla vaccinazione, la Svizzera procedere e negli scorsi giorni è stata superata pure da Marocco e Serbia. Ciò è dovuto alla manca...
15.03.2021
Svizzera