Il nuovo regime europeo sulla disoccupazione dei frontalieri potrebbe costare alla Svizzera fino a 900 milioni di franchi all’anno. Una fattura pesante, destinata a colpire in modo particolare il Ticino, già confrontato con decine di migliaia di lavoratori provenienti ogni giorno dall’Italia e con una forte pressione sul mercato del lavoro.
La riforma prevede che sia il Paese di lavoro a pagare l’indennità di disoccupazione al frontaliere rimasto senza impiego. Per la Svizzera significherebbe assumersi nuovi costi assicurativi e amministrativi, mentre il Ticino dovrebbe potenziare gli Uffici regionali di collocamento per gestire iscrizioni, controlli e reinserimenti professionali di persone residenti oltreconfine.
Daniele Caverzasio, municipale di Mendrisio della Lega dei Ticinesi, non usa mezzi termini: «L’UE continua a stupire. Riesce a chiamare “solidarietà” ciò che, in realtà, è un semplice trasferimento di costi. Decide Bruxelles, paga la Svizzera. Questa volta il conto potrebbe sfiorare i 900 milioni di franchi all’anno, con il Ticino destinato, ancora una volta, a fare la parte del contribuente di servizio».
Per Caverzasio, il Consiglio federale non deve limitarsi a cercare l’ennesimo compromesso diplomatico. La Svizzera può ancora opporsi all’estensione del nuovo regime attraverso il Comitato misto Svizzera-UE e dovrebbe utilizzare fino in fondo questo margine di manovra.
«Il Consiglio federale non è chiamato a un esercizio di diplomazia, ma a un atto di responsabilità. Deve opporsi con fermezza. Non per ostilità verso l’Europa, ma per rispetto verso i cittadini svizzeri, che già sostengono un mercato del lavoro sottoposto a fortissime pressioni e non possono diventare il bancomat delle decisioni prese altrove», afferma il municipale leghista.
La questione, secondo Caverzasio, mostra anche quanto sia fragile la narrazione di una Svizzera trattata da Bruxelles come un partner alla pari. «La fiducia non si impone, si conquista. Ogni nuova pretesa, ogni nuova competenza, ogni nuovo costo scaricato sulla Svizzera rende sempre meno credibile la narrazione di un rapporto tra partner alla pari. Se uno detta le regole e l’altro paga, non è una partnership: è un rapporto di sudditanza».
Il nuovo salasso rischia inoltre di pesare sulla futura votazione relativa ai Bilaterali III. «Se il Consiglio federale avrà il coraggio di dire no, difenderà la sovranità del Paese. Se invece sceglierà l’ennesimo compromesso al ribasso, non potrà stupirsi se saranno gli svizzeri, alle urne, a dire no ai Bilaterali III. Perché la pazienza dei cittadini, a differenza delle pretese di Bruxelles, un limite ce l’ha».







