Svizzera, 16 luglio 2026

Disoccupazione dei frontalieri, Gobbi avverte Berna: «Il Ticino pagherebbe il prezzo più alto»

Il Parlamento europeo approva la nuova regolamentazione. La fattura per la Confederazione potrebbe raggiungere i 900 milioni di franchi all’anno. Il direttore delle Istituzioni: «Berna deve negoziare con fermezza, non subire».

Bruxelles ha deciso, la Svizzera dovrà ora incassare il colpo, a meno che il Consiglio federale non trovi la forza di dire di no. Il Parlamento europeo ha approvato la riforma che riscrive le regole sull’indennità di disoccupazione dei lavoratori frontalieri. Un dossier che il consigliere di Stato Norman Gobbi aveva anticipato mesi fa sulle pagine del Mattino della Domenica e che ora assume i contorni di una fattura molto salata: tra 600 e 900 milioni di franchi all’anno, secondo le stime comunicate dalla SECO.
 

Oggi un frontaliere che perde il lavoro in Svizzera riceve l’indennità nel Paese di residenza, mentre la Confederazione rimborsa allo Stato estero una parte delle prestazioni. Con la nuova regolamentazione, fondata sul principio della “Lex loci laboris”, sarà invece lo Stato d’impiego a pagare integralmente. La copertura scatterebbe già dopo 22 settimane di attività, quindi meno di sei mesi, indipendentemente dal costo della vita nel Paese di residenza.
 

Per il Ticino, Cantone svizzero con il maggior numero di frontalieri, il rischio non è soltanto finanziario. «La nuova regolamentazione rischia di trasformarsi in un incentivo a costruire rapporti di lavoro ad hoc, al solo scopo di maturare il diritto alle indennità elvetiche», avverte Gobbi. Un pericolo concreto in una regione di confine già confrontata con il fenomeno delle società “bucalettere” e con un mercato del lavoro sotto forte pressione.
 


 

Il paradosso è evidente. «Dovremo rafforzare l’apparato amministrativo affinché gli Uffici regionali aiutino a ricollocare i lavoratori frontalieri disoccupati, facendo concorrenza ai ticinesi», sottolinea il direttore del Dipartimento delle istituzioni. In altre parole, le strutture finanziate dai contribuenti svizzeri potrebbero essere chiamate a favorire il reinserimento di titolari di permesso G nello stesso mercato in cui cercano un impiego i residenti.
 

La partita non è ancora chiusa. Per essere applicata alla Svizzera, la modifica dovrà passare dal Comitato misto Svizzera-UE. Berna non è quindi obbligata ad accettare automaticamente. Le pressioni, però, sono già iniziate: il ministro francese del Lavoro Jean-Pierre Farandou ha annunciato l’intenzione di spingere la Confederazione ad adeguarsi alle nuove regole europee.
 

«Non possiamo permetterci che il Consiglio federale tratti questo dossier come un puro e semplice tecnicismo», dichiara Gobbi. «Parliamo di centinaia di milioni di franchi, della tenuta del nostro sistema sociale e della credibilità delle nostre istituzioni verso chi vive e lavora onestamente in questo Paese. Berna deve negoziare con fermezza, non subire».
 

L’invito alla Confederazione è perentorio: difendere gli interessi svizzeri e respingere una modifica che scaricherebbe sul nostro Paese nuovi costi e nuovi rischi. «Il Ticino non chiede favori, chiede che i propri interessi – che sono anche quelli della Svizzera intera – vengano difesi con la stessa determinazione con cui Bruxelles difende i propri. Se sapremo trattare questo dossier con fermezza, eviteremo che il conto, ancora una volta, lo paghino i cittadini».
 

Fonte: Mattino della Domenica;Norman Gobbi

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