Negli ultimi giorni non sono mancate le critiche alla posizione della Lega sulla cosiddetta 'tassa sulla salute' che l'Italia vorrebbe introdurre. Secondo alcuni osservatori, il movimento avrebbe assunto una posizione contraddittoria: da una parte denuncia da anni gli effetti del frontalierato e del dumping salariale, dall'altra si oppone a una misura che, riducendo il reddito netto dei frontalieri, renderebbe meno attrattivo il lavoro in Ticino e contribuirebbe quindi a contenere il fenomeno.
È una tesi sostenuta apertamente dall'UDC, che ha parlato di un «abbaglio strategico», e rilanciata anche da un editoriale pubblicato da laRegione, secondo cui chi si batte contro il dumping salariale dovrebbe guardare con favore a una misura capace di scoraggiare il frontalierato.
Il ragionamento, a prima vista, appare lineare. Peccato che poggi su un presupposto elevato a verità senza che, almeno finora, nessuno ne abbia fornito una dimostrazione convincente.
Ed è qui che il ragionamento cambia natura. L'UDC formula un'ipotesi politica: la tassa potrebbe contribuire a riequilibrare il mercato del lavoro ticinese. È un'opinione politica del tutto legittima. laRegione, invece, assume quella relazione causale come acquisita e, su questa premessa, costruisce un'accusa di incoerenza rivolta alla Lega.
Gli studi sul mercato del lavoro transfrontaliero indicano che uno dei principali fattori del frontalierato è il differenziale salariale tra i due lati del confine. Finché quel divario rimane molto elevato, l'incentivo economico a lavorare in Ticino resta forte.
Prendiamo un esempio concreto. Seguendo questo ragionamento, dovremmo concludere che decine di migliaia di lavoratori attraversano ogni giorno il confine per una cifra relativamente modesta. Una conclusione che fatica a conciliarsi con la realtà del mercato del lavoro, dove il differenziale salariale tra Ticino e Lombardia resta, in molti settori, nell'ordine di diverse centinaia, se non migliaia, di franchi al mese.
Un muratore impiegato in Ticino percepisce generalmente una retribuzione pari o superiore al doppio di quella di un collega che lavora in Lombardia. È davvero credibile che una trattenuta fino a 200 euro al mese basti a fargli rinunciare a quel posto? Può anche darsi. Ma allora lo si dimostri.
C'è poi un altro aspetto che sembra essere stato dimenticato. Il lavoro non è una scelta che si rifà ogni mese. Chi oggi dispone di un impiego stabile, soprattutto in una fase economica incerta, tende normalmente a tenerselo anche a fronte di una moderata riduzione del reddito. Rinunciare a uno stipendio sensibilmente più elevato per cercare un nuovo lavoro oltreconfine non è una decisione che si prende con leggerezza.
Sia chiaro: nessuno sostiene che la tassa non possa produrre alcun effetto. Ma tra questa possibilità e la conclusione secondo cui essa ridurrà il frontalierato e il dumping salariale c'è un passaggio che, ad oggi, resta tutto da dimostrare.
Il problema non è formulare un'ipotesi. Il problema è trasformarla in un fatto e, sulla base di quel fatto mai dimostrato, distribuire patenti di coerenza politica. L'economia non funziona per slogan.
ANDREA SANVIDO (gran consigliere Lega)
ROBERTO CARUSO (docente)







