Sport, 08 dicembre 2022

“Il Mondiale non c’entra con la nazione qatariota”

Chiacchierata con il popolare radiocronista Omar Gargantini inviato a Doha

DOHA (Qatar) - Il popolare radiocronista Omar Gargantini, inviato della RSI in Qatar, è al suo sesto campionato del mondo. Il primo fu negli Stati Uniti (quasi 30 anni fa), quando venne spedito dal Giornale del Popolo al seguito della Nazionale di Roy Hodgson; tanta passione calcistica al servizio della professione. “Fu il più bello”, afferma convinto nell’intervista che abbiamo realizzato nei giorni scorsi. E il Qatar, gli abbiamo chiesto, dove lo mette in una ipotetica classifica di gradimento? “Se dovessi pensare solo al clima e alla comodità, tutto circoscritto in 60 km senza spostamenti aerei, beh, anche al primo posto! In realtà però, e non penso solo perché ormai gli anni passano e le edizioni vissute dal vivo pure, ormai sono arrivato a sei, faccio fatica a emozionarmi sino in fondo per gli ambienti davvero troppo asettici che si respirano negli stadi. La mancanza di tifo sta togliendo al Mondiale tutta la sua magia, purtroppo. Comunque, il numero 1 rimane il primo, coronamento di un sogno da bambino, quello del 1994, con in finale Brasile-Italia, difficile pretendere di meglio. Ma sono molto affezionato anche al Sudafrica, perché è stato il primo con delle telecronache e a quello successivo in Brasile, perché chi ama il calcio in Brasile si sente a casa”.


Cosa non le piace in particolare del Qatar? 
Gente in piazza, bandiere, colori, allegria. Il Mondiale, per antonomasia è tutto questo. Qui, invece, purtroppo, questa realtà la si vive soltanto con le tifoserie di Argentina e Messico o con quelle delle formazioni magrebine. Gli europei sono praticamente assenti, penso soprattutto a causa di costi proibitivi. Viene meno il côté romantico e spesso l’assordante silenzio degli stadi è davvero triste. 


Ci sarà qualche aspetto positivo...
Gli stadi sono bellissimi. L’Al Bayt che anche dall’interno ricorda una tenda beduina è qualcosa di assolutamente strepitoso, ad esempio. Il Qatar ha speso una cifra folle per organizzare questo Mondiale, ma bisogna riconoscere che i suoi soldi li ha spesi bene. L’organizzazione è davvero impeccabile, con accessi agli impianti facilitati, collegamenti moderni e distanze ridotte. I qatarioti non saprei per contro “valutarli”: a parte che sono pochi, ma sono molto discreti, distaccati, quasi che il Mondiale non li toccasse. La spontaneità appartiene invece alle migliaia di lavoratori provenienti dal lontano Oriente. I loro sorrisi, la loro educazione, il loro rispetto sono davvero toccanti, pensando alle difficoltà del quotidiano. Il Mondiale è anche l’opportunità di confrontarsi con culture molto diverse. Ma pure di rendersi conto di quanto sia un privilegio vivere in Svizzera. Questo è un aspetto che sento mio da sempre, a partire dalla prima trasferta professionale ma mi fa piacere sottolinearlo ogni volta. 


Purtroppo si è imposto il fenomeno dei tifosi finti. 
È in effetti è uno degli aspetti più tristi e persino ridicoli di questo Mondiale così poco “popolare”. Il fatto è che qui ai qatarioti non sembra interessare, alla partita d’esordio se ne sono andati a metà tempo! Allora, hanno deciso di “comprare” anche il pubblico, facendo indossare le maglie delle varie squadre ai numerosi lavoratori orientali che peraltro di calcio sono spesso molto appassionati. Ma è un bluff oltre che artificiale anche molto poco riuscito: perché si può tifare un club fino alla follia, ma la nazionale è qualcosa che ti appartiene dentro, direi innato. E quindi capisci
subito chi sono i veri tifosi e chi no. Lo intuisci soprattutto dai canti, che ogni paese porta con sé ad ogni mondiale. Se ad esempio uno indossa la maglia albiceleste dell’Argentina, ma non canta “Vamos vamos Argentina, vamos vamos a ganar”, significa che argentino non lo è. Peccato, ma temo che senza questo stratagemma gli stadi sarebbero stadi mezzi vuoti e per il Qatar e la FIFA questa era una prospettiva inaccettabile.


E allora sarà d’accordo con coloro che sostengono la tesi secondo cui i mondiali si debbano disputare solo in nazioni con tradizione calcisitica. 
Si, ma non del tutto. Sì, perché i Mondiali vissuti in Germania e in Brasile hanno avuto un seguito di popolarità inarrivabili altrove. Li si respira calcio, ogni giorno, ogni istante, seppur con approcci e comportamenti diversi perché diverse sono le culture dei due paesi. D’altra parte, in questo mondo globalizzato e avendo intrapreso la strada dell’allargamento sconfinato del numero di partecipanti per facilitare i continenti meno tradizionali, beh, sarebbe contraddittorio non portare il Mondiale anche da loro. Il Sudafrica è stata un’esperienza bellissima, ad esempio. Poi, certo, si può discutere sull’aspetto etico e morale, sul fatto cioè che paesi non certo ricchi debbano spendere milioni che sarebbero più opportuno destinare al sociale, alla sanità, all’educazione e via dicendo. Ma il trend ormai è questo, che piaccia o meno. Quindi, da inguaribile romantico non uscirei mai da Spagna-Germania-Francia-Italia-Inghilterra-Argentina-Brasile, però mi approccio con spirito positivo anche in posti nuovi. Non il Qatar, però, in Qatar il Mondiale non c’entra nulla e mi pare che sia stato riconosciuto da tutti. 


Tecnicamente lo ritiene un buon Mondiale? 
Mi pare, finora, sia un Mondiale in linea con i precedenti, non straordinario ma nemmeno anonimo. Qualche buona partita, qualcuna meno, qualche fuoriclasse, qualche comprimario. Mi sta piacendo molto l’intensitàspesso estrema, i duelli, l’organizzazione. Poi ad accendere la vera scintilla dell’emozione devono pensarci i campionissimi. Mbappè e Messi ci sono già riusciti. Con le sfide ad eliminazione diretta sono convinto che il livello salirà. Trovo un po’stucchevole l’allungamento dei tempi di recupero, sovente esagerati e trovo purtroppo confusa l’utilizzazione del VAR. Non c’è coerenza nelle decisioni legate soprattutto ai rigori. Peccato, perché lo strumento garantisce un upgrade, ma non viene gestito al meglio. In generale fin qui ho trovato Spagna-Germania la partita di maggior livello.


E intanto fra 4 anni ben 48 compagini andranno ai Mondiali. Non è assurdo? 
Business is business… Una follia l’allargamento a 48. Già con 32 siamo al limite. Una follia soprattutto perché si penalizza l’Europa, che rimane il continente nettamente più forte ma che avrà un aumento di squadre minimo. Qualcuno dirà che presenze estemporanee sono il bello del calcio, ma se nel 2026 dovesse esserci un Burkina Faso, tanto per fare un nome sia chiaro, mentre rimane a casa una big europea (non penso all’Italia, due volte mi pare sufficiente), lo troverei un nonsenso oltre che una penalizzazione per lo spettacolo e per gli amanti del calcio. 


Inevitabile, a questo punto, dare una nota a Gianni Infantino, conducator FIFA.
Posso avvalermi del quinto emendamento?

M.A.

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