Sport, 04 novembre 2022

“2003, Chiasso irripetibile con Rafael e una rosa locale”

Andrea Cataldo, veterano portiere del Mendrisio, apre la sua valigia dei ricordi

LUGANO - Forte con i piedi, spettacolare fra i pali, Andrea Cataldo (da poco 39enne) ha sempre avuto un carattere deciso e a volte rodomontesco. Chi lo ha seguito ad inizio carriera si ricorda di un’improvvisata conferenza stampa organizzata a casa sua durante la quale manifestò disappunto e profonda delusione perché il Chiasso, la sua squadra, gli aveva preferito un portiere italiano (Francesco Russo), messo lì dagli investitori che avevano affiancato il presidentissimo Marco Grassi. E il tutto dopo una stagione a dir poco strepitosa dei rossoblù, che avevano sfiorato la promozione in Super League.


Correva l’anno 2003, una vita nel calcio; altri tempi, si dirà. Certo, ma il carattere e il coraggio di Andrea fecero scalpore: un giocatore appena ventenne ebbe l’ardire e la sfrontatezza di ribellarsi! Non scontato, in un mondo di pavidi, omertosi e “cerchiobottisti” come quello dello sport. Cataldo, che oggi difende la porta del Mendrisio - club nel quale si trova da ormai 13 anni - non si è mai pentito di quell’attitudine che gli provocò non pochi problemi.


Andrea: ne è passata di acqua sotto i ponti da allora.
Il tempo corre, quasi non te ne accorgi. Oggi ho 39 anni, sono sposato, ho tre figli, un buon lavoro ma il calcio è sempre una passionaccia che non muore mai, che mi accompagna sin da bambino. Certo l’episodio della conferenza stampa resta impresso nella memoria, anche se spero di essere ricordato anche per il mio rendimento in campo. Credo, da questo punto di vista, di aver sempre dato il massimo e di non aver mai tradito la fiducia dei miei allenatori.


Perchè, di grazia, decise di dissociarsi dalle decisioni del club? In fondo stava mettendo a rischio la sua carriera.
Sapevo benissimo cosa stavo facendo e i rischi che correvo. Ma non accettavo di essere messo in disparte. Premesso che non avevo nulla contro Francesco Russo, con il quale ancora oggi ho un buon rapporto. Ma ritenevo che dopo una stagione così brillante (parliamo del campionato di Challenge League 2003/2004, ndr) meritassi maggior considerazione. Dopo nemmeno un mese dalla fine della stagione, decisero di puntare su qualcun altro. E ciò mi fece arrabbiare. Mi misero fuori rosa, ma non me curai troppo. Infatti l’ anno dopo andai a giocare a Lugano, dove allenava un certo Vladimir Petkovic.


E se fosse rimasto a Chiasso?
Visto come andarono le cose, avrei fatto da secondo di Russo per parecchio tempo…


O forse no: magari se la giocava ad armi pari. Non è che lei abbia avuto paura di dover concedere la scena ad un altro portiere?
Ero giovane, avevo fatto bene l’anno prima. Insomma: avevo tanta voglia di giocare e di essere protagonista. Legittimo, no? Però, evidentemente, i dirigenti del Chiasso non la pensavano così.


Torniamo alla stagione 2003/2004: decisamente ottima per il Chiasso.
Di più: da incorniciare! Eravamo stati promossi insieme al Malcantone/Agno dalla Prima al torneo cadetto e non partivamo certo con i favori del pronostico. E in più c’era la grossa incognita costituita dal bonus.


Già, il famoso bonus…
Era stato introdotto per aumentare interesse espettacolo. In pratica: le partite di andata e ritorno si giocavano nell’ arco di una sola settimana e al termine si sommavano i punti raccolti. Chi ne aveva di più riceveva due punti di bonus. Inizialmente fu ritenuta una sciocchezza ma poi alla fine ebbe successo. Ancora oggi qualcuno evoca il ritorno a quella formula inedita e rivoluzionaria.


Torniamo al Chiasso: come si diceva fu fra i protagonisti di quell’annata (dopo non è mai più successo!).
Al di là dei risultati sul campo, a Chiasso si creò un ambiente eccezionale. Marco Grassi fu bravo ad allestire un’ottima squadra. Base ticinese e tre stranieri di livello. Avere una forte identità locale aiuta moltissimo. Per questo allo stadio più volte si superavano le duemila unità. Oggi sarebbe impensabile. Entusiasmo e una buona qualità ci aiutarono a stare ai vertici sino alla fine del torneo. 



E che dire allora del talentuoso brasiliano Raffael?
Una punta con i fiocchi! Quando arrivò a Chiasso nessuno sapeva chi fosse. In realtà si parlava tantissimo del suo connazionale Paquito, presentato in pompa magna al suo arrivo. Ma fu Raffael ad accendere la fantasia dei tifosi. A suon di gol e giocate meravigliose. Del resto basta vedere che carriera ha fatto. Ogni tanto torna in Svizzera e spesso ci sentiamo.


I rossoblù persero la promozione allo sprint.
In realtà fu il Bulle a sorprenderci. Non aveva più nulla da dare al campionato e, come spesso succede in casi come questi, ci mise i bastoni fra le ruote. Contro i friborghesi non riuscimmo ad ottenere alcun punto. Contro lo Sciaffusa nella doppia giornata conclusiva avevamo ancora qualche timida chance. Ma andò male.


Poi dopo la famosa e polemica conferenza stampa, il passaggio al Lugano.
La società bianconera aveva rilevato i diritti del Malcantone/Agno. Firmai subito perché sulla panchina ceresiana siedeva un certo Vladimir Petkovic. A Lugano giocai tre stagioni e debbo dire che fu una ottima esperienza. In seguito però non diedi continuità alle mie ambizioni e girai in società meno ambiziose quali Arbedo e Stabio. Con la squadra mo-mò diretta da Mirko Bertoli (oggi team manager del Hockey Club Lugano, ndr) strappammo comunque la promozione in Prima Lega.


Quindi, nel 2009, l’approdo a Mendrisio.
Alla fine posso dire aver compiuto la giusta scelta. A Mendrisio sto benissimo. Spero di chiudere con la promozione in Prima Lega Classic.

MAURO ANTONINI

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