Sport, 14 giugno 2022

Addio alla Valascia: la domenica dell’ultimo saluto dei tifosi

AMBRÌ - Domenica la Valascia ha chiuso i battenti. Per i tifosi biancoblù è giunto il momento del definitivo commiato da quella che è considerata dai suoi tifosi la pista più cult della Svizzera e anche del mondo. I supporter hanno infatti avuto l’ultima occasione per salutare la Mitica e per ritirare i seggiolini della tribuna della stagione 2020/2021.


In base alla disponibilità, anche a chi non era abbonato ha potuto acquistarli (costo franchi 100).
Inutile dire che è stata certamente una giornata di forti emozioni, di sentimenti contrastanti ma anche di aggregazione. Perchè poi, alla fine, eventi come questi servono anche per cementare lo spirito di appartenenza sportiva. Il tutto sotto le volte di una Valascia che resterà per sempre nel cuore di coloro che hanno avuto la possibilità di frequentarla. E per parlare della pista leventinese ci siamo rivolti a Luca Dattrino, giornalista, scrittore, docente e naturalmente tifoso biancoblù, che ha messo piede per la prima a volta nella vecchia struttura quando aveva soltanto tre anni. Lui che lo scorso anno ne ha voluto ripercorrere le tappe e i momenti cruciali con il libro La Mitica e il suo domani, un volume di 250 pagine che racconta con foto, immagini e documenti inediti e originali le emozioni vissute alla pista. Uno spaccato di vita e sociale e culturale del Cantone. Dattrino dixit.


Allora Luca: una giornata un po’ triste per i tifosi biancoblù?
Triste no. Ero triste il 5 aprile di un anno fa. E un pochino anche l’11 settembre, quando si è partiti da lì per poi arrivare alla nuova pista. Credo che oggi ogni tifoso biancoblù ha metabolizzato l’addio alla Valascia. E lo ha fatto con una consapevolezza molto matura. Certo, fa tristezza vederla così come è oggi: vuota, disordinata, dismessa, un tantino abbandonata. Farà strano anche non vederla più dalla strada. Al suo posto ci sarà un prato, come prima del 1937.


Ha ritirato il seggiolino?
Sono sempre stato un fan “da curva”. Quindi no: non mi spettava nessun seggiolino.


Una festa d’addio e una possibilità di vedere anche persone con la quale ha condiviso momenti belli e brutti.
In tanti anni ho conosciuto molte persone grazie all’Ambrì Piotta. Con alcune è anche nata un’amicizia, un rapporto che va oltre il tifo. Poi ci sono molte persone di cui non so nulla, nemmeno il nome; ma che ho sempre visto sugli spalti o in curva, e che saprei riconoscere ovunque. È il bello del tifo, della passione per una squadra.


Ma le è mancata un po’ la Valascia?
Per alcune cose sì. Il tragitto aerodromo-pista, con il tunnel e il ruscello, la vecchia e bella buvette, il gracchiare di un impianto suono che non ha mai funzionato… Quello stringersi insieme durante le partite con grande affluenza. Di sicuro era una pista molto particolare, al di fuori del tempo. Ci distingueva, in un modo o nell’altro. Era romantica. Oggi abbiamo una bellissima arena, ma è un’arena come tante altre. La Valascia aveva un suo fascino, un suo “non so che”. Credo anche che, in un modo o nell’altro, incutesse timore agli avversari. Ecco: il freddo, l’aria che entrava dal versante Ritom, la tribuna in legno, gli spalti vicini al ghiaccio e il pubblico che quasi entrava in pista…, il “sonoro” del tifo e l’atmosfera particolare. Forse qualche partita tirata che si è giocata alla Gottardo Arena e non si è vinta per pochissimo, alla Mitica la si girava!


La Gottardo Arena ha spento la nostalgia?
Ricordo il primo striscione che ho notato il giorno della prima partita. Recitava “Cozio che bela!”. Ed è così. La Gottardo Arena è bella, funzionale, comoda, calda per i parametri del tifoso biancoblù. Quindi benvenuta Gottardo Arena! Siamo orgogliosi di avere questa nuova casa e di avere anche ritrovato lo stesso calore e lo stesso entusiasmo
di prima. Come alla Valascia, anche alla Gottardo Arena appare chiarissimo chi sta giocando in casa. Su questo non avevo dubbi.


Cosa ha rappresentato per lei la vecchia pista?
Ho iniziato a frequentare la Valascia quando avevotre anni. Vedevo le partite in piedi, su tre assi in legno dove oggi sorge la Curva Sud. Sopra c’era il versante della montagna con l’erba, il cronometro in legno “Eterna” e poi la pineta. L’hockey, a quei tempi, era davvero un’altra cosa. Quando nevicava, pulivano il ghiaccio ogni dieci minuti. Partite interminabili. Ricordo che recarsi ad Ambrì era una sorta di avventura. Non si giocavano tante partite in casa durante una stagione: forse una decina o anche meno. Quindi salire in Leventina era una sorta di avvenimento speciale. Anche un viaggio, considerato che l’autostrada non c’era e si giocava tra novembre e febbraio. E a quei tempi l’inverno era inverno vero, con la neve e tutto. Ma anche dopo, con la copertura, la Valascia ha sempre rappresentato una meta, un posto dove andare e tornare. Ho tantissimi ricordi di quel posto. Alcuni anche molto belli.


Appunto, quali?
La mia prima partita, contro il Sierre. Poi la sera di una promozione, contro il Friborgo, con le ragazzine sui pattini e le fiaccole in mano, a festeggiare una squadra a chilometro “0”. Ancora: l’impresa contro lo Chaux de Fonds, allora quasi invincibile: 3 a 3 con più di diecimila spettatori e Andy Bathgate alla transenna. Ricordo ancora il gol di Danilo Butti: stava venendo giù la valle. Bellissime anche la promozioni del 1982 con un team tutto nostrano e quella del 1985, con l’esordio di Dale McCourt e dei tanti swiss-canadiens. Indimenticabili, infine, la stagione della Supercoppa contro il Metallurg Magnitogorsk e, qualche anno prima, quella con Brian Lefley in panchina e il gol non gol di Mike Bullard sulla sirena contro il Friborgo. Poi le emozioni e il bel gioco con i russi e le 13 partite con Valery Kamenski. Ma anche dopo, nonostante gli “alti e bassi”, l’Ambrì-Piotta mi ha sempre regalato emozioni.


E quelli più brutti?
Non ho brutti ricordi. Dal punto di vista sportivo, qualche amarezza la si è vissuta, certo, ma nulla di che. Prevalgono i bei ricordi. Sotto altri aspetti, non mi sono mai piaciute le tensioni tra tifosi, soprattutto durante i derby. Ho sempre trovato assurdo l’atteggiamento che alcuni mettevano in mostra in occasione di queste partite. L’hockey è uno sport meraviglioso, con tanto fair play nonostante la durezza del gioco. Ritrovare lo stesso atteggiamento sugli spalti e fuori, sempre, sarebbe eccezionale.


Con quale personaggio lei identifica maggiormente la Valascia?
Mi identifico maggiormente nel tifo, nei tifosi, nei fans. Quel sentire quell’incitamento “Ambrì-Ambrì!” ritmico, ripetuto, con voci a volte da “carta vetrata”, con aliti di fumo da freddo. In questo senso la Valascia ci ha regalato momenti davvero magici. Sui personaggi o i giocatori che hanno caratterizzato il club, davvero non saprei. Quando ho scritto il libro “La Mitica e il suo domani” ho avuto modo di conoscere molti giocatori del passato. Mi è rimasta impressa la frase di uno di loro, il grande e indimenticato difensore Bruno Genuizzi: “che fosse per un allenamento o una partita, non vedevamo l’ora di incontrarci”. Ecco: credo che questa frase riassuma al meglio lo spirito dell’HCAP e della Valascia. Quello “spirito della valle” che ha fatto dell’Ambrì Piotta un club unico in Svizzera e nel mondo e della Valascia la pista più “cult” del globo.


Lei ha già scritto libri su HCAP e pista. Nuovo lavoro in arrivo?
È possibile che si voglia sottolineare l’anno dell’85mo anniversario del club. In che forma, come e quando, però, non glielo so ancora dire.

M.A.

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