Sport, 10 maggio 2022

“Pochi nomi eccellenti? Forse, ma ci sarà battaglia”

Luca Gialanella, prima firma del ciclismo della Gazzetta, parla del Giro (appena iniziato)

LUGANO - Luca Gialanella, giornalista del quotidiano sportivo la Gazzetta dello Sport nonché inviato al Giro d’Italia iniziato venerdì in Ungheria, non ha dubbi: “Sarà una grande corsa: animata, equilibrata e combattuta”. Una previsione, la sua, che ci sentiamo di condividere, anche se non sarà una corsa “grandi firme” e quindi il livello tecnico della manifestazione potrebbe risentirne. Il giorno prima della partenza per Budapest lo abbiamo raggiunto telefonicamente per inquadrare meglio l’edizione 2022 e per capire cosa ci attende.


Allora Luca: mancano Pogacar, Roglic, Bernal (infortunato) e pure Evenepoel, il dominatore della Liegi. Un Giro senza grossi nomi, insomma.
Il Giro ha dimostrato nel corso dei decenni di poter sopperire ad importanti assenze proponendo percorsi spettacolari e durissimi. Anche il 2022 non sfugge a questa regola. Sono convinto che ogni giorno ci sarà battaglia e che degli assenti non si ricorderà nessuno. Eppoi: Carapaz è forse un corridore di secondo piano? Ha già vinto un Giro ed è campione olimpico in carica. E scusate se è poco.


Non le sembra di essere un po' ottimista?
Di natura sono positivo e ottimista. A maggior ragione in questa circostanza. E le dico di più: i grandi assenti hanno già prenotato le prossime edizioni. Per una ragione o per l’altra, quest’ anno si sono concentrati su obiettivi diversi. A volte sono gli sponsor a decidere il programma dei singoli.


Prego?
La UAE Emirates del vostro Gianetti ha un feeling particolare con il Tour e con la Francia. Gli emiri hanno recentemente costruito un nuovo museo in stile Louvre ad Abu Dhabi. Altri ne seguiranno. Insomma: Pogacar deve muoversi secondo le strategie del team per cui corre. Ci sta, direi che è normale.


Resta il fatto che questo Giro punta ancora su corridori quasi pensionati. Pensiamo a Valverde o a Nibali.
Sono propenso a credere che i due siano valori aggiunti in un contesto spettacolare. Il primo lotterà per le tappe o la maglia ciclamino, il secondo cercherà di stare fra i primi per il più lungo tempo possibile. Nibali se sta bene può ancora dinamitare la prova.


Un percorso duro, si era detto prima.
Esattamente. In tempi recenti un dislivello così non si era mai visto e le cronometro sono solo due e oltretutto corte. Le montagne invece saranno terribili: Blockhaus, Crocedomini, Mortirolo, Pordoi e Fedaia, cime storiche sulle quali sono state scritte pagine memorabili
della nostra corsa.


Chi sono i suoi favoriti o il favorito?
Carapaz è certamente il numero 1 del lotto. Ha già vinto il Giro, conosce come le sue tasche molte salite, si è adattato bene alle difficoltà di un ciclismo sempre più stressante a livello di programma, e si è anche scrollato di dosso l’etichetta fastidiosa che di solito si affibbia ai sudamericani e cioè che tatticamente sono degli sprovveduti. La scuola Ineos gli ha insegnato qualcosa. A proposito: al seguito avremo tanti inviati ecuadoregni. Un tocco di simpatia e folclore che fa sempre bene.


E dietro a Carapaz?
Mi sento di citare il nome di Simon Yates, che alla Parigi-Nizza ha dato spettacolo mettendo in difficoltà Primoz Roglic. Ha un conto in sospeso con il Giro: nel 2018 andò in crisi sul Colle delle Finestre lasciando via libera a Froome dopo aver indossato per una dozzina di giorni la maglia rosa. Ha tanta voglia di rivincita.


E poi?
Bardet ultimamente mi ha impressionato. Lui potrebbe essere il terzo incomodo. Ma attenti anche ad Almeida, Bilbao, Lopez mentre Landa mi pare un eterno incompiuto. Non credo che Tom Dumoulin possa ripetere le gesta del 2017. Non è più lo stesso corridore di quei tempi, anche se potrà magari puntare ad un successo di tappa.


E gli italiani?
A dispetto degli anni, Nibali può ancora stupire. Resta il nostro miglior corridore per i grandi Giri. Ciccone? È la sua alternativa. Per il resto lasciamoci stupire, anche se il momento del ciclismo italiano come tutti ben sanno, è molto difficile. Siamo in attesa che nasca un nuovo Nibali per le corse a tappe.


Il Giro che parte in Ungheria: una bella operazione di marketing.
Sul tavolo degli organizzatori ogni anno arrivano almeno cinque o sei candidature di paesi che vorrebbero avere la sede inaugurale. In Ungheria il ciclismo è in crescita e sono sicuro che la partenza della nostra corsa lo renderà ancora più famoso e popolare. La Svizzera? Mi aspetto che in futuro torni ad organizzare frazioni del Giro. Chissà che Mauro Gianetti possa metterci una buona parola...
(ride, ndr).


Alla partenza c’è anche il corridore eritreo Grimay.
Il vincitore della Gand-Wevelgem, primo africano ad imporsi in una classica del Nord, porta aria nuova. Il ciclismo è ormai planetario. Prova ne è che nel 2025 i Mondiali si correranno in Ruanda.

M.A.

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