Ticino, 02 novembre 2021

“Non ci volevo credere: Belov ospite a casa mia!”

Faccia a faccia con Franco Picco, grande protagonista del basket che fu

Franco Picco è uno dei tanti campionesi che hanno avuto uno strettissimo legame con Lugano e il Ticino. Ha studiato al collegio dei salesiani di Via Landriani e si è affermato come sportivo di primo livello negli Anni Settanta, quelli dell’Eldorado cestistico cantonale, il cosiddetto boom del basket, che ancora oggi fa parlare e dicutere. Franco, membro di una famiglia di atleti, ha saputo riscaldare le nostre palestre con la sua grinta e la sua bravura sotto canestro, che emergeva quando si ritrovava a duellare con i lunghi americani dal curriculum pauroso. Il basket lo ha conosciuto a 14 anni. In tenera età suo padre – su invito del pediatra di famiglia che faceva parte della Salvataggio di Lugano - gli aveva fatto praticare il nuoto per irrobustire il suo corpo “perché ero sì alto (190 cm, ndr) ma non avevo muscoli. Praticando il nuoto sarei riuscito ad acquistare una certa solidità fisica ed una maggiore velocità. Uno sport ideale insomma…”.


Poi arrivò quel giorno di Piazzale Milano che cambiò la sua vita sportiva.
Studiavo all’Istituto Elvetico ed ogni volta, per prendere la corriera che mi riportava a Campione d’Italia, passavo per il Parco Ciani. Un giorno però cambiai strada. Passai per il Piazzale Milano e mi accorsi che c’era della gente che giocava a basket. Mi ero fermato a guardare e alcuni vecchi dirigenti del Lugano Molino Nuovo si avvicinarono a me chiedendomi se ero interessato a praticare la pallacanestro.
Quando tornai a casa ne parlai con mio padre e da quel giorno iniziai a giocare ...


Tre anni dopo venne buttato nella mischia in una partita di Lega Nazionale B a Neuchâtel.
Non dimenticherò quel giorno. La mia altezza fece comodo alla squadra. Va detto che in quei tempi le trasferte erano tutt’altra cosa, si stava via due giorni per giocare due partite e la fatica si faceva sentire. Altrettanto era forte la gioia di giocar. Quel giorno in terra neocastellana, a due minuti dalla fine dell’incontro, il Lugano era sotto nel punteggio. Lillo Mazzucchelli commise il quinto fallo e Geni Campana, il nostro allenatore, mi gettò nella mischia. Ad una sessantina di secondi dal termine, presi la palla sotto canestro e, dopo essermi girato con un movimento non propriamente elegante ma sicuramente redditizio, segnai i miei primi due punti...


Lei non passò nemmeno dal movimento giovanile, bruciando tutte le tappe insomma.
La mia altezza era fondamentale e, spinto anche dai miei amici Dani Stauffacher ed Antonio Ponzio, continuai a progredire.


Con la società trovò subito il giusto feeling.
Una cosa la posso dire a chiare lettere, con questo club ho passato gli anni più belli della mia vita. Una storia quasi infinita per le amicizie ed i momenti, anche divertenti, trascorsi con i compagni. Non posso nemmeno dimenticare la mia prima schiacciata, gesto riservato normalmente agli stranieri. Il mio istinto ed il mio carattere combattivo mi portarono a fa-re anchequeste cose.


I vostri allenamenti, malgrado il dilettantismo, erano durissimi.
Accidenti se lo erano. Però ci divertivamo molto. A Piazzale Milano prima di giocare a volte dovevamo spazzare la neve – con le docce che funzionavano solo inserendo i venti centesimi, che spesso dimenticavamo dovendoci così lavare con l’acqua fredda -, poi arrivarono gli allenamenti al chiuso alle scuole Molino Nuovo e alla fine alla Gerra. Tempi memorabili certamente.


Franco Picco in seguito verrà impiegato dai vari tecnici – in particolare dall’indimenticato Lamanna – per marcare i giocatori avversari più forti.
Tutto avvenne nel modo più naturale possibile per me, che ero così alto. Imparai molto dai vari Sandford e Brady ma anche da Maurizio Sassella del Pregassona – padre tra l’altro di Marco Sassella -, giocatore non altissimo ma possente, uno che i movimenti sotto canestro li conosceva eccome. Che anni quelli! Allora il calcio e l’hockey se la passavano piuttosto male e la pallacanestro salì negli indici di gradimento della gente, occupando un incredibile spazio sui mass media.


E i derby?
Se ne parlava anche settimane prima e non solo in Ticino, la pallacanestro era una grande attrazione e questo malgrado mancassero allora le attrezzature che oggi possono invece essere messe a disposizione.


Lei divenne uno dei pilastri della squadra, indimenticabile anche la finale di Coppa proprio alla Gerra contro la Federale.
Un ambiente incredibile, alla fine perdemmo la partita ma il calore dei tifosi fu unico, incredibile.


Poi i momenti delle grandi sfide internazionali, specialmente quando lei passò alla Federale, mentre suo fratello rimase al Molino Nuovo.
Una squadra irripetibile, specie quando si poteva contare su quel fenomeno chiamato Manuel Raga, un fuoriclasse che sapeva stare in aria più di tutti gli altri.


Ci fu una partita col Pregassona alla Gerra in cui Picco offrì un assist d’oro al messicano.
Quando occorreva decidere un match bastava dare la palla a lui che risolveva tutto. Quel giorno noi perdevamo di due punti ed allora non c’erano ancora le zone dei tre punti. Da fondo campo fornii un passaggio al bacio a Manuel, che partì come un fulmine, prima di terminare il contropiede con una schiacciata solenne, sovrastando un giocatore ospite.


Poi altre sfide epiche.
Contro il Real Madrid o l’Armata Rossa di Gomelsky, con un giocatore sovietico, Sergei Belov, ospite a casa mia a Campione d’Italia grazie ai buoni uffici di Manuel Raga. Non ci volevo credere. In seguito feci una breve esperienza anche negli Stati Uniti, dove imparai a vincere e a lottare contro i migliori...


Compagni illustri, campioni non solo sportivi ma anche sul piano umano?
Brady, McDougald, Renzo Prati, Dell’Acqua, Stauffacher, , Sanford, e poi a Varese il grande Dino Meneghin quando giocavamo le amichevoli contro la squadra lombarda. Tutta gente dal cuore grande così.


Poi venne il momento dell’FV Lugano.
Era il 1982 ed il boom si era ormai spento. In quella squadra era c’erano Sam Smith – giocatore imprevedibile e una macchina da canestri – e Tom Scheffler, elemento prezioso e pulito nei movimenti sotto canestro. Vincemmo la Coppa svizzera a Monthey. L’FV era pronta anche per vincere il campionato ma, sul più bello, Smith si infortunò ad una caviglia cadendo sui piedi di Giroud nel match contro il Pully.


Il momento più buio della carriera fu quando morì Fessor Leonard.
Una storia triste. Era un giocatore forte eppure successe qualcosa che interruppe la sua vita. Si sono dette tante cose su di lui, la verità non fu mai detta. La sua morte colpì tutti, come quella di Zbinden.


Lei provò a giocare anche in Italia.
A Pesaro, al fianco del grande Ken Brady, la cui recente scomparsa mi ha rattristato molto. Non mi presero perché allora nella vicina penisola non potevo giocare essendo cestisticamente svizzero. Anche a Cantù mi volevano ma per lo stesso motivo dovetti rinunciare. Così come nella nazionale italiana.


Poi Franco Picco cessò le competizioni e si diede alla montagna.
Una passione grandissima, quelle di passeggiare in… vetta, poi la rinuncia per problemi di salute. Ora sono un pensionato di 67 anni che si gode – si fa per dire – la vita. Ho dato tanto anche al lavoro, ben 37anni al Casinò di Campione d’Italia. Ogni tanto però guardo gli album dei ricordi e qualche partita alla televisione, ma nonvado alcampo

GIANNI MARCHETTI

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