Sport, 07 settembre 2021

Il leggendario Pelletier allenatore-gentiluomo

Ricordo di un grande protagonista degli anni Sessanta e Settanta

Nei giorni scorsi è morto Gaston Pelletier, uno dei più grandi tecnici della storia dell`hockey svizzero. In verità il canadese era giunto in Svizzera per svolgere il doppio ruolo di allenatore- giocatore. All’inizio degli Anni Sessanta si usava così: i club, anche per risparmiare, spesso e volentieri andavano a pescare in Canada elementi di 30, massimo 35 anni, che potessero espletare la doppia funzione. Cosa impensabile oggi, se non nelle leghe regionali (e forse nemmeno in quelle…).


Ma torniamo in argomento, a Gaston Pelletier: quando arrivò in Svizzera si vide confrontato con una realtà del tutto inedita per lui. L`hockey era certamente uno degli sport più popolari in terra elvetica ma era ancora legato al dilettantismo: la stragrande maggioranza dei giocatori lavorava durante il giorno e alla sera si recava agli allenamenti. Un mondo del tutto diverso a quello a cui era abituato Pelletier, che dopo i campionati canadesi aveva vissuto una esperienza nella lega francese con l`ACBB di Parigi. In quella società professionistica giocò al fianco di un certo Elwyn Friedrich, detto papi (o anche papito), futuro difensore bianconero. Strani casi del destino: qualche anno dopo i due saranni avversari.


Comunque: le perplessità del buon Gaston non furono poche ma presto si diradarono quando sul suo cammino comparvero dapprima Madame Potin, la celeberrima e ricchissima proprietaria del Villars e quindi Charles Frutschi, imprenditore di vaglia e presidente dello Chaux de Fonds. Con le due società romande Pelletier costruì la propria fama, non prima di aver cambiato la mentalità e il modo di stare sul ghiaccio ai propri giocatori. Adagio adagio, il dilettantismo si trasformò in semiprofessionismo, anche se non era certo scontato, come spiegò bene in una intervista rilasciata aL’Impartial di La Chaux de Fonds, il difensore montagnard Rene Huguenin: “Facevo l`elettricista ed era dura conciliare sport e professione. Ma poi patron Frutschi parlava con i nostri datori di lavoro e costoro ci agevolavano. Qualcuno borbottava, ma poi tutti erano contenti di lasciarci andare qualche ora prima del previsto. In fondo era per la gloria dello Chaux de Fonds”.


Pelletier
era nato a Lyster nel 1933 e iniziò a giocare nei Citadelle du Quebec, società che lo formerà prima del suo approdo in Europa. “Aveva una buona visione di gioco e leggeva prima degli altri le situazioni” disse di lui un altrogrande del nostro hockey, Paul Andrè Cadieux. La sua carriera di allenatoreera praticamente lanciata.


Due anni a Villars, al servizio di Madame Potin già conosciuta a Parigi, due titoli e pure una finale persa di Coppa contro l`Ambrì Piotta; quindi finalmente a La Chaux de Fonds, dove con Frutschi costruì uno squadrone, un po' come faranno anni dopo Geo Mantegazza e John Slettvoll. Il canadese fece le fortune di diversi giocatori come Michel Turler, ancora oggi ritenuto uno dei migliori in assoluto della storia del nostro hockey, Rene Huguenin, Marcel Sgualdo (originario di Bigorio), Guy Dubois, Tony Neininger e altri ancora. E come dimenticare Gerald Rigolet, portiere saracinesca? Furono anni pazzeschi per la cittadina neocastellana: l’hockey aveva soppiantato il calcio. Sei titoli consecutivi, incredibile! Parallelamente, e suscitando le ira della stampa svizzero-tedesca, Pelletier diresse anche la Nazionale. Nel 1971 la porterà nel gruppo A. Un`impresa.


Un leggendario gentiluomo, si legge nel titolo, sempre distaccato ma al tempo stesso vicino ai giocatori. Conquistò con i suoi modi anche la piazza di Friborgo. Con i burgundi otterrà infatti il suo ultimo successo: la promozione nella massima serie. Anno 1980. Da allora i romandi hanno sempre giocato nell’elite nazionale. Del tecnico québécois nei giorni scorsi il suo ex giocatore Jakub Lüdi ha detto: “Un vero maestro, a modo suo rivoluzionò il nostro modo di pensare e di giocare il disco su ghiaccio”.
Con Pelletier se n`è andato un altrogrande interprete di un hockey romantico: le piste scoperte, le temperature spesso e volentieri siberiane, i lunghi viaggi in treno, i giornalisti che scrivevano i pezzi con la penna per poi dettarli al telefono, e un pubblico, quello c’è ancora, appassionato e spesso fuori controllo. Meravigliosi e indimenticabili anni Sessanta e Settanta.

JACK PRAN

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