Sport, 25 maggio 2021

“Un giorno anche l’Ambrì potrà vincere il titolo”

Nicola Celio racconta i suoi 20 anni nel club leventinese. Ma non solo

AMBRÌ - Quando si dice fedeltà alla propria squadra: Nicola Celio (nato a Faido il 19 giugno 1972) per venti indimenticabili stagioni ha sempre vestito la maglia dell’Ambrì Piotta, disputando ben 926 partite in Lega Nazionale A. Una vera colonna del club, per il quale ha realizzato una marea di punti ma, soprattutto, ha ottenuto il riconoscimento da parte di tutti gli addetti ai lavori (e non solo leventinesi) ed ha pure indossato la fascia di capitano. In assoluto Nicola è stato uno dei migliori prodotti dell’hockey nazionale, anche per la sua eccletticità tattica. Negli scorsi giorni il Mattino della Domenica lo ha intervistato per ricordare i suoi momenti significati di una brillante carriera e raccogliere qualche riflessione sul futuro dell’Ambrì.


Nicola: la sua storia è intimamente legata all’Ambrì. Una bella storia.
Me ne rendo conto e, posso dirlo, sono fiero di aver scritto insieme ad altri giocatori “pagine” importanti di storia per il club del mio cuore. Già a sette anni ho cominciato tra i più piccoli, poi la scalata nelle categorie giovanili fino al debutto nel 1989 nella massima lega con il primo team. Una scalata comunque difficile, perché nessuna ti regala mai niente...Ogni tanto ci ripenso (ma non troppo) a quello che ho fatto. Tutto bello, anche se non bisogna vivere di soli ricordi. 


Lei era un giocatore polivalente: per un allenatore il massimo. Meglio difensore o attaccante? 
Non posso fare distinzioni in questo senso, proprio qui sta il bello della mia carriera. Mi sono trovato bene ovunque: in avanti – al centro e all’ala – o in retrovia non c’erano ostacoli , trovavo sempre una soluzione per risolvere i problemi tattici. Diciamo che fino al 1995 ho giocato in attacco poi – per esigenye di contingente – sono stato schierato come terzino, ruolo che ho poi mantenuto sino alla fine, a parte qualche incursione in fase offensiva.


Da attaccante a difensore o viceversa, chi vive meglio questo passaggio secondo lei?
Non saprei come rispondere esattamente, ma credo che il passaggio più sopportabile sia quello dalla difesa all’attacco. Il giocatore qui può far valere certe dinamiche di controllo nelle varie marcature., anche senza disco. 


Si è sempre adattato alle varie situazioni e ai cambiamenti. 
Dai 24 fino ai 37 anni ho vissuto il periodo più esaltante. Tredici anni intensi e nei quali la mia crescita è stata costante. L’hockey degli anni ’80 era ben diverso da quello degli anni ’90 e successivi per il livello di gioco e per le situazioni tecnico-tattiche. La mia fortuna è stata appunto quella di essermi saputo adattare bene ai cambiamenti, anche sul piano fisico. Ho comunque dovuto lottare perché con i miei 173 cm e 78 kg di peso non era così scontato sfondare. Ho soprattutto saputo imparare a giocare d’anticipo sull’avversario, fase altrettanto fondamentale nell’hockey. 

Lei ha giocato anche in nazionale: dalle giovanili alla prima squadra. 
Rappresentare il proprio paese era motivo di orgoglio. Mi ricordo la mia apparizione nai Mondiali gruppo B a Copenhagen alla fine degli anni ’90. Era un periodo nel quale stava avvenendo un cambio generazionale. Anche in quell’ambito è stata grande esperienza. A livello internazionale si gioca molto sul piano fisico e inizialmente non fu facile. Con Peter Jaks e Manuele Celio abbiamo dato un bel contributo alla squadra rossocrociata. In particolare Peter, di cui serbo un affettuoso ricorso. 


Il nome Celio è un marchio di fabbrica. Come non dimenticare Filippo, Brenno, Manuele, Daniele (anche se per poche partite), Cipriano, Guido, Florio e Tino Celio. In futuro ne arriveranno degli altri a vestire la casacca biancoblù?
Assolutamente sì, sono convinto che qualche altro esponente con questo cognome lo vedremo ancora esibirsi con l’Ambrì. 


Con la chiusura della Valascia si è conclusa un’era, densissima di ricordi ed emozioni. 
È stata la casa dell’Ambrì. Quando eravamo bambini e non sapevamo cosa fare andavamo alla Valascia per divertirci. I risultati sportivi, i protagonisti – alcuni dei quali leggendari – ed il clima di euforia e di incontri fantastici, dentro e fuori questo impianto, sono stati indimenticabili. Demuth, ha del resto
ricordato che, quando arrivò per la prima volta sotto quella cupola, fu un po’ pessimista piuttosto scettico poi cambiò radicalmente idea quando vide l’entusiasmo della gente sugli spalti.


Ora tutto ricomincerà con il nuovo impianto. Cambierà qualcosa a livello di emozioni?
No, assolutamente. Il passaggio era inevitabile, tuttavia credo che l’anima ed il cuore dell’hockey biancoblù resteranno intatti. 


Intanto l’Ambrì resta una bella realtà del nostro hockey. 
Negli ultimi anni, specie sotto la direzione di Paolo Duca e Luca Cereda ha fatto cose incredibili, ripagando la fiducia del pubblico con prestazioni a volte davvero superlative, mostrando la giusta attitudine sul ghiaccio. Tracciare una linea tutta ticinese, sia nella conduzione tecnica e manageriale , è stata una mossa indispensabile ma pagante per la crescita di giovani interessanti. Poi occorreva il salvataggio del club che, dal 2019 al 2016 ha avuto parecchi problemi, sia sul piano sportivo e non solo. Con la nuova dirigenza tutto ora è sotto controllo e quindi si può pensare solo a costruire e a crescere. 


Con quali giocatori, stranieri e svizzeri, lei ha legato maggiormente durante questi 20 anni di carriera? 
Sul fronte estero con Westrum – personaggio eccezionale – Malkov, Leonov e Domenichelli, tanto per citarne alcuni. Con gli svizzeri non posso fare distinzioni, soprattutto negli anni Novanta. Ho fatto tante amicizie. Un aspetto questo che mi piace ricordare. 


La sua è stata una carriera brillante. Rimpianti?
No, perché ho ottenuto tutto quello che speravo. Forse mi manca il titolo svizzero, perso nella finale del 1999. Tuttavia ho vinto la Coppa Continentale, la Supercoppa ed ho giocato in nazionale. Sono soddisfatto, un buon bilancio. 


A proposito della finale del 1999.
Innanzitutto è stata la festa dell’hockey ticinese. Per tutto quel campionato la nostra squadra – trascinata dai vari Petrov, Di Pietro e Rohlin ha fatto cose incredibili, mostrando anche un gioco molto bello sul piano qualitativo. Il primo posto finale in regular season non fu certo casuale. La finale? Alla Valascia abbiamo perso la prima sfida, poi ci siamo ripresi in gara-2 alla Resega. In quel momento abbiamo effettivamente pensato di avere le carte in regola per coronare il sogno. Purtroppo l’HC Lugano nella terza partita vinta all’overtime ha un po’ spento gli entusiasmi facendo valere in seguito
la sua miglior struttura. Noi però in diverse fasi abbiamo mostrato di reggere perfettamente il passo dei bianconeri. Nessun dramma per molti di noi, nemmeno quando i nostri avversari – che hanno avuto pure in Huet un portiere eccezionale hanno festeggiato alla Valascia. 


Il tecnico con il quale ha legato maggiormente? 
Dire Brian Lefley e Larry Huras, i due allenatori che mi hanno permesso di dare una svolta alla mia carriera.


Luca Cereda diventerà uno dei migliori coach in Svizzera? 
A mio avviso lui è già un grandissimo tecnico. Il futuro è tutto dalla sua parte, spero che resti a lungo come ha fatto Arno Del Curto a Davos, ma non escludo che un giorno possa affrontare nuove esperienze. Luca ha dimostrato di saper capire velocemente certe dinamiche e di regolare di conseguenza il collettivo, anche in situazioni non facili come è accaduto quest’anno a causa del Covid. Importante è l’intesa mostrata con Paolo Duca, altro elemento imprescindibile per il club leventinese. 


Veniamo alla prossima stagione. Al capitolo arrivi registriamo: Regin, Pestoni, Bürgler Heim e Burren. Soddisfatto? 
Molto. Innanzitutto Bürgler e Pestoni portano in dote 30-40 punti globali . Gli altri sono, pure, buoni giocatori. 


Bisognerà puntellare la difesa.
A mio avviso ci vorrebbe un solido terzino straniero. A meno che non arrivi un bravo giocatore svizzero di reparto. 


Ultima domanda: un giorno l’HCAP riuscirà a vincere il titolo? 
Credo di sì, mantenendo l’ identità ticinese.

GIANNI MARCHETTI
 
 

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