Svizzera, 08 maggio 2021

Lo 'ndranghetista è sposato con una svizzera, ma fino al 2033 non potrà tornare in Svizzera

Sebbene sia sposato con una cittadina svizzera e abbia due figlie che vivono in Svizzera, un cittadino italiano che in passato è stato condannato all’ergastolo per ‘ndrangheta non potrà più mettere piede in Svizzera fino al 2033, fatto salvo per motivi eccezionali come matrimoni e funerali di stretti famigliari.

Lo ha sancito il Tribunale amministrativo federale (TAF), confermando la decisione presa nel 2018 dall’Ufficio federale di polizia (fedpol) di emettere nei confronti dell’uomo un divieto d’entrata in Svizzera per 15 anni “visti i suoi precedenti giudiziari, la sua pericolosità e la sua storica appartenenza alle sfere dirigenti della ‘ndrangheta”.

L’uomo era giunto in Svizzera nel 1973 e aveva sempre svolto una vita apparentemente tranquilla, senza dare nell’occhio. È solo nel 2002 che il suo nome è balzato all’onore delle cronache, quando in Italia è stato condannato all’ergastolo. Una condanna in contumacia, visto che lui era rimasto in Svizzera con la sua famiglia.

Allora il cittadino italiano era stato riconosciuto colpevole di appartenenza a un’associazione di tipo mafioso, di aver incaricato ignoti killer di uccidere due membri di una cosca rivale nel 1994 e di aver importato e detenuto illegalmente armi da guerra e da sparo.

Due anni dopo, nel 2004, la pena era stata ridotta in appello, sempre in contumacia, a 11 anni di reclusione. Nel 2005 la condanna era diventata definitiva, con il respingimento del ricorso da parte della Corte
suprema.

Nel 2006 l’Italia ha chiesto alla Svizzera l’estradizione del suo cittadino. Estradizione che è poi avvenuta nel 2010, quando l’uomo ha finalmente iniziato a espiare la sua pena.

Dopo pochi anni gli sono stati concessi gli arresti domiciliari a casa della sorella, per motivi di salute. Nel 2018 ha infine terminato di scontare la sua pena.

Supponendo che allora sarebbe tornato dalla sua famiglia in Svizzera, la fedpol ha quindi emesso un divieto d’entrata valido per 15 anni.

Egli si è opposto, sostenendo di aver vissuto in Svizzera per oltre trent’anni e di averne sempre rispettato le leggi. Un divieto d’entrata, aggiungeva, gli avrebbe impedito di vivere insieme alla sua famiglia nella casa “fatta con il mio duro lavoro”.

Ma il TAF ha invece ritenuto che il cittadino italiano rappresenti tutt’ora una minaccia per la sicurezza interna ed esterna della Svizzera. Ha sottolineato che egli non si è mai smarcato dalla ‘ndrangheta né ha collaborato con la giustizia durante i processi o nel periodo della carcerazione. Non potendo essere considerato un pentito, “è plausibile che in un modo o nell’altro appartenga tutt’ora alla ‘ndrangheta”.

Per questi motivi il TAF ha confermato il divieto d’entrata in Svizzera per 15 anni. La stessa cosa ha fatto successivamente il Tribunale federale (TF), che non è nemmeno entrato in materia sul ricorso. La decisione della fedpol è dunque definitiva.

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