Ticino, 20 aprile 2021

“Volevamo portare l’ACB il più in alto possibile”

I ricordi dell’ex granata Philippe Fargeon, protagonista di un’epoca d’oro

BELLINZONA - In tempo di pandemia e di “lontananza” dal calcio che conta, a Bellinzona ci si affida (anche) ai ricordi dei tempi che furono: gli Anni Sessanta e una finale di Coppa persa contro il San Gallo (1969), la promozione senza sconfitte della squadra dei “maestri” (1980) e, infine, la mirabolante stagione “brasileira” (1986/987) conclusasi troppo presto e della quale nella Capitale si parla sempre con grande trasporto e nostalgia. Una storia infinita, insomma, alla quale è strettamente legato il francese Philippe Fargeon, che con il suo fiuto del gol accese la fantasia dei tifosi granata e scatenò una vera e propria asta per il suo cartellino.


Oggi l’ex attaccante granata vive nei pressi di Bordeaux, a Le Bouscat, dove dirige un’agenzia immobiliare. Il calcio ormai non gli interessa più, segue distrattamente il campionato francese e la nazionale di Deschamps, ma l’antica passione si è spenta. anche se di Bellinzona e dei bellinzonesi serba ottimi ricordi. Nei giorni scorsi, grazie a suo figlio Timothy, responsabile comunicazione e social media dell’ACB, lo abbiamo intervistato per ricordare una stagione che ancora oggi fa venire il magone ai tifosi granata, uno dei quali ci ricorda sempre che “le belle cose durano poco”.


Philippe Fargeon: nel 1985 lei giunse in Ticino senza suscitare particolari clamori. Era cresciuto nell’Etoile Carouge e poi aveva maturato un’esperienza nell’Auxerre.
Mi volle Peter Pazmandy, che aveva ascoltato il suggerimento dell’ex portiere del Losanna Milani. I due si conoscevano e perciò il tecnico mi contattò per chiedermi se avessi voglia di rimettermi in gioco a Bellinzona. Ad Auxerre le cose non erano andate esattamente bene. Mi dissi: provare non costa nulla. E così nell’estate del 1985 arrivai in Ticino.


Fra Fargeon e la città, fra il francese e il club si istaurò subito un rapporto molto forte. 
Mi ricordo che agli allenamenti c’era un sacco di gente. Nemmeno in Francia succedeva. Ero giovane e per me l’affetto dei tifosi fu fondamentale per la mia crescita. Mi sentivo a casa e questo mi rese felice. L’ambiente della squadra, poi, era speciale: tutti per uno, uno per tutti. Mi piaceva tutto di Bellinzona, si respirava il tipico clima della città di calcio…


Grazie (anche) alle sue reti il Bellinzona al termine della stagione 1985/1986 fu promosso in LNA. 
Tutti dicevano che il Lugano sarebbe salito nella massima serie senza particolari problemi. La lotta era semmai per il secondo posto, che avrebbe garantito un’altra promozione. E invece i bianconeri gettarono alle ortiche 8 punti di vantaggio su noi e sul Locarno e alla fine rimasero fra i cadetti. Mi ricordo ancora la grande vittoria sulla squadra sottocerina nello “spareggio” del Comunale: 3-2, oltre 15 mila spettatori!


Poi arrivò una grande e straordinaria stagione.
A Bellinzona si scatenò l’entusiasmo popolare. 
Il calcio era Bellinzona e Bellinzona il calcio. Ancora adesso mi dicono che sia così, anche se la squadra milita in una categoria meno importante e visibile. In settimana si parlava solo di quello. Nei bar e nei ritrovi l’argomento era uno solo: l’ACB di Peter Pazmandy. Coloro che la sapevano lunga accennavano a possibili nuovi acquisti e di un mercato sempre in fermento. Quando poi annunciarono l’arrivo di Mario Sergio, vi lascio solo immaginare… 


Una stagione fantastica: anzi una mezza stagione, perché a dicembre lei se ne andò. 
Fosse dipeso da me sarei rimasto a vita. Ma dalla Francia, dal Bordeaux, giunse una clamorosa offerta e i dirigenti mi dissero di accettarla. Avrei sistemato la mia carriera e aiutato l’ACB ad incassare una bella somma. Alla fine dissi di sì. Fu quello il primo vero affare dei granata. Qualche mese dopo se ne andò anche Paulo Cesar e il sogno svanì…


Il sogno?
Di portare il Bellinzona il più in alto possibile. Con Paulo, Mario e il sottoscritto ci saremmo riusciti. Ne sono sicuro. Le cose però andarono diversamente. Una grande occasione persa. Prevalsero altri interessi, peccato. Ma il ricordo di quelle partite giocate davanti a 16 mila spettatori al Comunale e lo spettacolo generato dalla squadra non lo potrò mai cancellare.


Poi, appunto, il suo passaggio al Bordeaux. Dove trovò un futuro campione del mondo. 
Sì, il grande Aimé Jacquet, che nel 1998 guidò la Francia multi-etnica al titolo di campione del mondo. A Bordeaux ebbi l’onore di giocare al fianco di grandi giocatori quali Giresse, Battiston e Tigana. Con quella squadra ho vinto un campionato e una Coppa di Francia. 


Il passo verso la Nazionale fu breve.
Segnavo molto e tutti gli obiettivi della stampa e dei selezionatori dell’epoca erano su di me. Il CT era Henri Michel. Giocai sette volte con la maglia della Francia ma poi le cose cominciarono a prendere una piega non molto favorevole. A Bordeaux persi il posto da titolare e quindi me ne tornai in Svizzera, in un'altra squadra granata, il Servette.


Sul finire di carriera, arrivò poi anche la breve esperienza a Chiasso.
Anche a Chiasso mi sentivo bene. Restai circa un anno, segnando tre reti, due delle quali al Lugano. Alla squadra bianconera ho sempre segnato. In quegli anni il calcio ticinese era all’apice. Se non sbaglio in Lega Nazionale c’erano quattro squadre: ACB, Lugano, Locarno e Chiasso. Oggi mi sembra che la situazione sia cambiata. Negli Anni Ottanta, comunque, c’era grande passione: Bellinzona era il fulcro, l’ombelico del mondo. Spero che un giorno l’ACB possa tornare nella massima serie. I suoi tifosi lo meritano.

MAURO ANTONINI

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