Svizzera, 22 novembre 2020

Materiale bellico: ennesima iniziativa autolesionista

Il 29 novembre i cittadini saranno chiamati a votare sull’iniziativa popolare “Per il divieto di finanziare i produttori di materiale bellico”. L’iniziativa è stata lanciata dal Gruppo per una Svizzera senza esercito (GSsE). E’ dunque chiaro dove vuole andare a parare.

In Svizzera la fabbricazione di armi atomiche, biologiche, chimiche, di mine antiuomo e di munizioni a grappolo è già vietata. Allo stesso modo, è vietato commerciarne e finanziarne la produzione. L’iniziativa del GSsE va molto più in là. E danneggerebbe il mercato del lavoro, la piazza finanziaria, l’AVS e le casse pensioni.

Colpite dal nuovo divieto sarebbero le aziende che fabbricano armi legalmente ammesse. Ma anche e soprattutto quelle che fabbricano delle componenti di armi. E che con tale produzione realizzano oltre il 5% - quindi una piccola quota! - della propria cifra d’affari annua. A venire centrate in pieno sarebbero in particolare tante piccole e medie imprese del settore della metalmeccanica. Con i relativi posti di lavoro. Chi, ad esempio, fabbrica anche ugelli o turbine per aerei da combattimento, verrebbe “messo al bando”.

A dar retta all’iniziativa populista del GSsE, non già chi produce armi proibite, ma chi nella totalità della propria produzione include più di un 5% di componenti (!) di materiale bellico legale (come potrebbero essere le parti di aerei da combattimento; questi ultimi sono tra l’altro stati approvati in votazione popolare) non potrà più essere “finanziato” dalla Banca nazionale, dalle casse pensioni, dall’AVS.
Cosa si intende per finanziato? Si intende che gli istituti appena citati non potranno più detenere né azioni delle società colpite dalla nuova fatwa, e nemmeno fondi azionari che ne contengono. Se ne possiedono, dovranno sbarazzarsene nel giro di 4 anni.

A parte il fatto che detenere azioni non è di per sé un finanziamento, ciò significa che AVS e casse pensioni dovranno rinunciare ad un’ampia gamma di prodotti finanziari che rendono. E dunque, anche i rendimenti pensionistici si ridurranno. Chi ne pagherà le conseguenze? Ma i lavoratori, è ovvio!

L’iniziativa comporterebbe inoltre un nuovo disastro per la piazza finanziaria svizzera, già azzoppata dalla precipitosa ed autolesionistica rinuncia al segreto bancario. I gestori patrimoniali svizzeri non potrebbero più svolgere numerose operazioni. I fondi azionari sarebbero obbligati a certificare di non contenere titoli - ad esempio - di un’industria che realizza il 5% della cifra d’affari producendo bulloni che vengono impiegati per assemblare degli aerei da combattimento. E se la percentuale “incriminata” cambia? E’ chiaro che la situazione sarebbe ingestibile.

Non è ancora finita. L’iniziativa chiede che la Confederazione si adoperi affinché il divieto di finanziamento proposto venga esteso a livello nazionale ed internazionale (!) anche a banche ed assicurazioni. Quindi, le piccole e medie imprese che rientrerebbero nella fantasiosa definizione di “produttori di materiale bellico” indicata dall’iniziativa non potrebbero più ricevere crediti dalle banche svizzere.

Domandina facile-facile: quante piccole e medie imprese si troverebbero allo sbaraglio nel caso in cui venisse approvata una simile regola, che naturalmente non esiste da nessun’altra parte del mondo? Quanti posti di lavoro verrebbero cancellati?

E se qualcuno davvero immagina che la strampalata e moraleggiante iniziativa del GSsE - che si applicherebbe solo alla Svizzera - possa evitare anche mezzo conflitto armato, farà meglio a scendere dal pero.

Il 29 novembre, votiamo due No a due iniziative autolesioniste!

Lorenzo Quadri
Consigliere nazionale
Lega dei Ticinesi

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