Ticino, 02 settembre 2020

"Terzo mondo? No, Locarno..."

*Articolo dal Mattino della Domenica

Ecco qua a cosa siamo ridotti. A Locarno dico, in una zona molta battuta del centro cittadino. C’è una foresta urbana, che potrebbe anche essere un concetto positivo in una certa accezione, ma che in realtà, per dirla tutta, fa schifo. È uno schifo che si protrae dalla fine del 2014 quando il progetto iniziale prevedeva un abbellimento (?) dell’intero isolato. Invece adesso di bello non c’è proprio niente: ci sono sterpaglie che ormai superano l’alta palizzata messa per evitare gli sguardi dei passanti, che però ora non possono fare a meno di chiedersi perché la situazione si sia così deteriorata. Tanto da permettere a chi passa di rendersi conto che al posto dei tavoloni dell’Osteria Canetti, lo storico locale che manca tanto in città, ci sono felci, arbusti selvatici e sicuramente qualche ratto. Si trattasse solo dell’aspetto estetico passi, in fondo tante sono le brutture nelle nostre città che ormai non ci si fa più caso. No, a dare un ulteriore senso di “horror” alla faccenda, c’è che erano state sfrattate delle attività commerciali che hanno dovuto, con tutti gli inconvenienti del caso, trovarsi una nuova sistemazione.

C’è chi ha trovato subito una soluzione, come il negozio di coltelli trasferitosi solo di qualche metro, c’è chi ha fatto un po’ più di fatica, come il parrucchiere, ma che alla fine ce l’ha fatta anche lui. Del Canetti non c’è più traccia, naturalmente, visto che a nessuno frega qualcosa di “quattro ubriaconi che perdono il loro tempo bevendo vino e giocando alle carte 24 ore al giorno”, espressione sentita più di una volta al
momento della chiusura. Fa paura, più ancora, il silenzio assordante calato come una cortina sullo stato pietoso in cui versa il sedime. E in tutta onestà fa incazzare, senza giri di parole, che dalla presunta chiusura dell’intero isolato lo spazio che si affaccia sulla Piazza Muraccio si siano alternati nel frattempo diversi commerci. L’ultimo in ordine di tempo ad aprire è stato un fiorista, che non ha fatto altro che attraversare la strada per insediarvisi, solo qualche mese fa. Per carità, niente contro chi ha scelto quegli spazi, ma a fare pensare, e tanto, è il fatto che se qualcuno lì dentro c’è andato, vuol dire che ormai si è persa pure la speranza di realizzare il progetto originale.

E che tutto rimarrà così per ancora parecchio tempo. Ora, non si tratta di trovare dei colpevoli, perché ormai è esercizio inutile, tanto si è incancrenita la cosa. Si tratta di trovare soluzioni, sia che la responsabilità sia dell’iraniano, del Comune, dei ricorsi, del Paolin dal Gess o del cane Peo. Come fare? Non tocca a noi suggerirlo, intanto cominciamo a buttare lì il problema.

Perché una situazione del genere si era già verificata negli Anni settanta- ottanta con l’Happy Rancho, progetto faraonico lasciato a metà in piena zona abitativa, con il risultato che nel cantiere del palazzo che voleva essere emulo della torre di Babele si era formato un biotopo con tanto di zanzare, rane che le cacciavano, topi e pesci rossi che vivevano nello stagno che si era formato nel frattempo. Insomma sembra essere un vizio tutto locarnese quello di lasciare le cose a metà. Un vizio che inizia a rompere. E parecchio.

*Edizione del 30 agosto 2020

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