Ticino, 12 luglio 2020

Paulo Henrique Andrioli: “A Lugano ho lasciato il cuore. Grecia? Passione e ossessione”

Intervista esclusiva con l’ex fantasista bianconero

È un freddo mattino del 2 febbraio 1992. Stadio di Cornaredo, Lugano ha ripreso da alcuni giorni preparazione la seconda fase del massimo campionato È vigore la (rimpianta) di LNA si giocano la permanenza nell’èlite nazionale con le prime 4 della LNB. I bianconeri non sono andati affatto bene in autunno e così la dirigenza ha deciso di cambiare il tecnico: via Marc Duvillard, ormai alla frutta dopo 6 anni, dentro Karl Engel, una scommessa. Ha allenato “solo” il Rapid Lugano. Se n’è andato anche il fantasista argentino Ricardo Tapia. Non ha convinto e non si è ambientato. Dal Brasile è in arrivo in prova un giocatore praticamente sconosciuto alle nostre latitudini: si chiama Paulo Henrique Andrioli, è del sud del paese latino-americano e proviene Fluminense. Il suo curriculum è comunque promettente: nel 1987 ha giocato il Mondiale under 20 in Cile e vinto la Taça Rio. Il giocatore, stanco del lungo viaggio, arriva in città a bordo di un furgoncino Volkswagen. I dirigenti hanno inviato un funzionario a prenderlo all’aeroporto di Malpensa. L'impatto non è certamente dei più promettenti: il nuovo tecnico (Engel appunto) lo guarda dall’alto basso e senza indugiare nemmeno un saluto gli dice: “Fra mezz’ora ci alleniamo...”. Un ordine scandito alla “krukken”, tanto per capirci: Paulo, piuttosto seccato, ha tuttavia tempo per rilasciare la sua prima intervista all’inviato dell’Eco dello Sport, Luca Sciarini. Poi, quasi per inerzia, si reca sui campi laterali per la sua prima sgroppata. “Ricordo che non stavo nemmeno in piedi – ci dice al telefono Andrioli – E quella seduta non fu certamente una delle migliori del sottoscritto” Negli spogliatoi Pier Tami lo fa sedere vicino a sé. C’è anche Mauro Galvao, la cui opinione ha convinto il Lugano a “provare” il centrocampista brasiliano. “Ma sentivo una certa diffidenza nei miei confronti”, ricorda il 53 enne ex giocatore bianconero. Dopo qualche giorno di durissimi allenamenti finalmente la prima amichevole, avversario il Chiasso. Una partita durante la quale il centrocampista non convinse. Un dirigente di poca fede dichiarò ad un giornalista che “questo se ne torna da dove è venuto”. Mal gliene incolse. Sì, perché a Karl Engel il test non era affatto dispiaciuto: “Il ragazzo ha carattere, personalità ed un ottimo sinistro. Ha solo bisogno di tempo”. Detto fatto, alcuni giorni dopo Andrioli iniziò la sua grande avventura in Europa. Due anni e mezzo a Lugano, uno a San Gallo e quattro in Grecia. Fra gioie terribili ma anche infortuni seri. Nel 2000 il ritorno definitivo in patria, dove giocherà per 5 mesi nel Santa Cruz di Recife. Tante storie, belle, singolari e anche da dimenticare che oggi il Mattino della Domenica ricorda con il diretto interessato.

Andrioli: cosa ha significato per lei l’esperienza luganese?
Lasciavo il mio mondo per approdare in una realtà completamente sconosciuta. Conoscevo poco o nulla della Svizzera: leggevo delle sue bellezze naturali, delle sue banche e di un modo di vivere assolutamente tranquillo e in piena sicurezza. Del Lugano sapevo soltanto che ci giocava Mauro Galvao, in Brasile ricordato per la sua classe e la sua grande serietà professionale.

Fu Mauro a convincere il club a testarla...
Sembra di sì. Ma non credo che Engel abbia tenuto molto conto di questa opinione comunque importante. Il tecnico voleva vedermi con i suoi occhi, senza condizionamenti. All’inizio Karl fu molto importante per il sottoscritto, anche se aveva dei modi un pò bruschi. Ma faceva parte del suo carattere. Lo ringrazierò sempre...

Due anni e mezzo a Cornaredo, fra alti e bassi...
Feci fatica ad impormi e a inserirmi nel contesto tattico. Ma poi attorno a me notai che l’affetto dei tifosi cresceva e conseguentemente il mio rendimento migliorò. Sono sempre stato un emotivo e l’appoggio della “torcida” fu determinante. Un giorno un giornalista mi disse che i brasiliani in Ticino erano visti con grande ammirazione e rispetto. Adagio adagio diventai un ...luganese e sul campo riuscii a ritagliarmi uno spazio fondamentale.

Una finale di Coppa persa e una vinta...
Contro il Lucerna giocammo per 90 minuti poi crollammo. Loro erano già in LNB, pensi lei... Segnai forse il gol più bello della mia carriera su punizione. Ho ancora il video di quella partita nel mio ufficio di Ribeirao Preto. Ogni tanto lo riguardo. Così mi siedo volentieri sul divano a vedere la finale del 1993 contro il Grasshopper. Dominammo e vincemmo contro una squadra di campioni. Uno su tutti Elber. Segnai un gran gol, che diede il là alla nostra scalata verso la Coppa...

Se ne andò Engel, cosa che non fu gradita al pubblico ed arrivò Roberto Morinini.
L’ho sempre stimato come tecnico ma con lui non legai per nulla. Voleva che stravolgessi il mio modo di giocare. Alla fine capii che non c’era più posto per me nel Lugano e chiesi di essere ceduto. Sarei rimasto a lungo in Ticino ma con Morinini non fu possibile stabilire undialogo. Peccato. A Lugano ho lasciato il cuore...

San Gallo fu una tappa importante ma sfortunata.
Mi accolsero benissimo ma quella fu una esperienza che purtroppo non durò perchè mi infortunai ad un ginocchio. Iniziai benissimo e la squadra girava attorno a me. Diventai addirittura idolo del pubblico sangallese, uno dei migliori che abbia mai conosciuto. Dovetti smettere per una maledetta infezione. Fu così che decisi di tornare in Brasile per curarmi ma...

Ma?
Un manager portoghese mi disse che c’era una squadra greca interessata a me, lo Ionikos. Mai sentito nominare, fra l’altro. Mi fecero una buona proposta, ed accettai subito. Il ginocchio guarì e disputai due stagioni esaltanti. Imparai il greco in tre mesi, malgrado in squadra c’erano giocatori scozzesi, portoghesi, brasiliani e pure argentini. Stavo benissimo e mia moglie si adattò perfettamente all’ambiente ellenico, un po’ particolare e ossessionante...

Grecia non significa solo Ionikos...
No, perché dopo due anni in quel club, mi arrivarono due proposte veramente difficili da rifiutare: dal Panathinaikos e dall’Olympiakos, le due squadre più forti della capitale. Ma entrambe avevano un difetto di fondo: mi chiedevano una disponibilità dai tre ai cinque anni. E io al massimo ne volevo due. Fu così che accettai la proposta dell’Aris Salonnico. E quello probabilmente fu l’errore più grosso della mia vita. Fossi andato al Panathinaikos o ai suoi eterni rivali, p ro b a b i lme n t e avrei avuto più fama e soldi. A Salonnico mi trovai bene e il suo presidente stravedeva per me...

Poi nel 2000 la decisione di tornare a casa...
Erano ormai 8 anni che giocavo in Europa. E pur apprezzandone tantissime cose, mi mancava casa mia. Firmai per il Santa Cruz di Recife, compagine di Serie A che poi retrocesse proprio quell’anno. Rimasi cinque mesi e mi pagarono soltanto i primi due. Cose tipiche del calcio brasiliano. Avevo 33 anni e dentro di me si faceva largo la voglia di smettere, anche perchè fisicamente avevo sempre qualche problema legato al ginocchio. Fu così che appesi le scarpe al chiodo e diventai DS del Botafogo di Ribeirao Preto. Ma per non faceva per me.

Già Ribeirao Preto...
Città dello stato di Sao Paulo definita la California del Brasile, la città di un certo Socrates e del fratello Rai ma anche di Paulo Cesar Camassutti, ex fromboliere del Bellinzona. Ogni tanto lo incontro e quasi sempre si finisce a parlare del calcio ticinese. Vivo a Ribeirao da ormai 15 anni. A chi un giorno vuole andare in pensione la consiglio tantissimo. Tranquilla, ricca e sicura. Con i soldi del calcio, in particolare quelli di procuratore (in Grecia e in Cina) mi sono costruito una bella casa ed allestito un ufficio di prim’ordine.

A.M.

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