Mondo, 16 aprile 2020

Come il Covid-19 può portare USA e Cina allo scontro definitivo

Nella disamina di Graham Allison, professore e politologo di Harvard, quella in cui rischiano di cadere Stati Uniti e Cina si chiama “trappola di Tucidide”. Una sorta di schema inevitabile che insorge quando una “potenza emergente” mette in discussione il monopolio geopolitico, economico e culturale di quella “dominante”. Il finale, che rimane eventuale, ha un termine di riferimento piuttosto preciso: guerra. Il Covid-19, in questo senso, può fungere da acceleratore per un processo che nessuno, fino a prova contraria, vuole perseguire in maniera scientifica.

Graham Allison, nel suo “Destinati alla guerra”, ha spiegato le ragioni per cui l’avanzata della Cina, che è in corso almeno dal 1978, può essere equiparata a quella di Atene, che ha scombussolato l’ordine gerarchico dell’epoca, facendo traballare il primato di Sparta nel contesto della Grecia antica. Ci troviamo più o meno sullo stesso punto della linea degli eventi. Per quanto lo schema sia valido per una quindicina di casi storici in totale. E allora la domanda che sorge spontanea da qualche anno a questa parte è la seguente: Stati Uniti e Cina inciamperanno o no nel meccanismo che condurrebbe il mondo verso una “guerra” di proporzioni e modalità non ancora immaginabili? La risposta non può essere fornita. Sempre Allison, però, ha fatto notare come le guerre tra due super-potenze siano spesso derivate da un evento scatenante prodotto da una terza parte. L’attentato all’arciduca Francesco Ferdinando è l’esempio più ricorrente.

L’individuazione di un terzo attore – una nazione alleata di una delle due forze in campo all’interno di un consesso bipolare – è fondamentale per comprendere da dove possa venire il pericolo. Le considerazioni del docente della Harvard Kennedy’s School sono cristalline. Di ipotesi ne sono state fatte molte: la Corea del Nord di Kim Jong-un; la Russia di Vladimir Putin; l’Iran degli ayatollah. La pandemia da Covid-19, però, ha contribuito all’esordio di un partecipante che non presenta le caratteristiche di un soggetto istituzionale: il nuovo coronavirus non è uno Stato, ma è di sicuro un protagonista assoluto di questa fase della storia dell’umanità. La stessa in cui sembra tramontare con velocità evidente quello che era stato definito il “nuovo secolo americano”.
Il nuovo coronavirus può recitare il copione destinato al terzo soggetto dello schema di Allison? Nessuno può rispondere con certezza. Risulta possibile, però, analizzare quali siano le condizioni attuali delle due super potenze mondiali. Vale la pena sottolineare, infine, come la “guerra” sia solo uno degli scenari ventilati dalle disamine dei politologi. Esistono almeno altre due potenziali strade da poter imboccare: quella che porterebbe dritta ad una rinnovata versione della “guerra fredda”, ma con la Cina che sostituirebbe l’Urss; quella della sana competizione tecnologica, medico-sanitaria e commerciale.

Gli Stati Uniti, “potenza dominante” in sofferenza

Donald Trump lo chiama “chinese virus”. Il messaggio è chiaro. Quando si tratterà di distribuire le responsabilità per la diffusione dei contagi, la Casa Bianca potrebbe porre l’accento sul fatto che la pandemia, salvo ricostruzioni diverse, sia nata per via del regime alimentare della popolazione cinese. Evoluzione naturale del Covid-19 o meno cambia poco: per ora si sta discutendo sul “come” il virus abbia viaggiato dalla Cina verso il resto del mondo. La Repubblica popolare cinese, a dire il vero, sta avanzando un’altra ipotesi. Ma ora è presto per fare i conti attorno a questi aspetti. Di sicuro Stati Uniti e Cina non vorranno essere additati come i responsabili dell’effetto domino dovuto a questa “guerra” contro un “nemico invisibile”. Nella logica degli opposti, ognuno potrebbe scaricare la “colpa” sull’altro. Un atteggiamento che darebbe seguito all’inasprimento dei rapporti diplomatici. Trattasi per ora di mere congetture. Il pendio intrapreso però può essere scivoloso per ambo le parti.

Se non altro perché gli Stati Uniti, che dal dopoguerra hanno recitato la parte del leone su ogni scacchiera mondiale, stanno soffrendo per via di un cigno nero, una variabile impazzita, che non è dipesa da Washington e che è in grado di porre una serie di questioni davvero complesse. Trump deve gestire la prima pandemia emersa durante la globalizzazione. Il “mondo aperto” ha fatto sì che il Covid-19 potesse impiegare pochissimo tempo per toccare ogni angolo del pianeta. Gli americani, in sintesi, si trovano ad affrontare uno sconvolgimento assoluto che non poteva essere previsto con dovizia di particolari. Il Covid-19, poi, ha esordito pochi mesi prima delle elezioni presidenziali di novembre. Il presidente degli States sta già insistendo sulla necessità dei “confini”. Se fossero esistiti dei limiti alle libertà di circolazione da un continente all’altro – questo è il focus del ragionamento trumpiano – tutto questo avrebbe attecchito in maniera tenue. Ma la “società aperta”, che include la Cina in qualità di “fabbrica del mondo”, può fare da acceleratore naturale per un quadro pandemico. Ora ne abbiamo tutti contezza. Anche gli americani, che per la prima volta dal 1945 percepiscono sul serio il rischio di perdere lo scettro di potenza dominante.

Lo stato dell’economia americana

Mentre scriviamo, gli Stati Uniti risultano essere in testa nella classifica dei contagi e delle persone decedute per via del Covid-19. Stando a quanto dichiarato da Trump, il “picco” è ben lungi dall’essere raggiunto. La prossima è stata annunciata come la settimana della “sofferenza”. Nel frattempo, la recessione globale ha assunto le fattezze di qualcosa in più di un semplice spettro. Il leader repubblicano, nel corso della sua presidenza, aveva quasi raggiunto la piena occupazione. Adesso, per via della pandemia, sono state presentate 6.6 milioni di richieste per ottenere i sussidi di disoccupazione. Parliamo di un vero e proprio record. Per sanare la contrazione della domanda, la Casa Bianca stanzierà miliardi su miliardi.

La cifra iniziale è questa: 2200 miliardi di dollari. Secondo gli analisti progressisti, quei soldi potrebbero non bastare. Sono liquidi che servono a tamponare una serie di fattispecie. Washington ha anche garantito la tutela economico-sanitaria delle persone che si trovano al di fuori del regime delle assicurazioni. Possedendo una Banca centrale, gli Stati Uniti non hanno timore di fare debito. Ma il multilateralismo geopolitico prevede che, alla fine di questa storia, possano essere fatti dei conteggi certosini sulla salute dell’economia interna di ogni “potenza”. Il “bazooka” americano sarà pure in grado di sparare colpi potentissimi e non equiparabili con quelli altrui, ma la Cina, come vedremo, si è già rimessa in cammino. E questa rischia di essere una gara in cui il competitor cinese, quando le bocce si fermeranno, avrà già fatto qualche giro di vantaggio rispetto agli assetti statunitensi, che partiranno giocoforza dopo, ossia a pandemia risolta o quantomeno ridimensionata.

L’isolamento geopolitico degli Stati Uniti

La geopolitica è di sicuro uno dei campi di battaglia mediante cui gli Stati Uniti e la Cina si sono misurati nel recente passato. Usa e “dragone” – ne siamo certi – continueranno a “battagliare” su quel piano. Ma le casistiche sulla evoluzione del quadro internazionale dipenderanno pure dal tipo di sforzo che una nazione potrà produrre. Prima bisogna adoperarsi per fare fronte alle conseguenze del Covid-19. Poi le cancellerie asiatiche ed americane potranno di nuovo concentrarsi sulle zone di influenza, sugli investimenti, sui rapporti multilaterali e su quelli bilaterali.

Ma c’è un “però”: gli Stati Uniti hanno già marciato verso una soluzione isolazionista. In questi anni, le riflessioni su come la Cina abbia colonizzato buona parte dell’Africa si sono sprecate. Ecco, l’effetto psicologico del Covid-19 potrebbe alimentare una delle nuove convinzioni sorte tra gli elettori statunitensi: mantenere il primato mondiale, dovendo rischiare di nuovo un quadro pandemico o comunque sprecando la possibilità di occuparsi per lo più del benessere federale, non conviene. Il ritiro degli Usa da certi focolai ha già avuto inizio: le truppe, stando ai piani di Trump, dovrebbero abbandonare l’Iraq e l’Afghanistan in breve tempo. Il trumpismo è anche questo: rinuncia all’interventismo. E il Covid-19 potrebbe persuadere anche coloro che rimangono dell’opinione contraria. La Cina, invece, pare già pronta a tuffarsi nel mondo. La geopolitica degli aiuti sta già raccontando una storia nuova.

La corsa al vaccino

E se la Cina riuscisse a scoprire il vaccino o la cura anti-Covid-19 prima degli Stati Uniti? Quali sarebbero gli effetti diplomatici di un avvenimento come questo? Xi Jinping, dal secondo dopo, potrebbe narrare all’intero globo terrestre di come la Repubblica popolare abbia servito sul piatto d’argento la soluzione alla pandemia da nuovo coronaviurs. A Pittsburgh, dove hanno preparato un cerotto anti-Covid 19 che pare funzionare sui topi, gli esperti lavorano a spron battuto. I due colossi, anche a livello medico-sanitario, hanno la necessità di collaborare: più le informazioni sul virus vengono condivise, più il lavoro svolto dai laboratori che stanno sperimentando i vaccini può usufruire di certezze. E infatti Donald Trump e Xi hanno iniziato a telefonarsi al fine di collaborare. Ma una corsa c’è. E chi arriva prima viene dotato della chiave che può risolvere l’equazione sul futuro geopolitico del pianeta.

La Cina, “potenza emergente” che non intende fermarsi

Dicono che dopo il nuovo coronavirus il mondo non sarà più lo stesso: hanno ragione a pensarlo. A cambiare non sarà però soltanto la vita quotidiana delle persone, che a un certo punto torneranno ad affollare le piazze di tutto il mondo, munite di mascherine e distanti l’una dall’altra. Già, perché anche il rapporto tra le due superpotenze globali, Stati Uniti e Cina, sarà diverso. Forse capovolto. Tanti sono i punti interrogativi all’orizzonte e molto dipenderà da come gli americani sapranno fronteggiare l’assalto del Covid-19. Riuscirà Donald Trump a fare meglio di Xi Jinping? I numeri ufficiali diramati dai bollettini stanno già condannando la Casa Bianca.

Nelle prime settimane di virus, Washington ha superato i 330mila casi e si sta avvicinando a folle velocità verso la soglia dei 400mila. Pechino, al netto dei numerosi dubbi sulla veridicità delle cifre fornite dal governo cinese, è fermo a 80mila. I morti degli Usa, intanto, hanno triplicato quelli della Cina. Insomma, se il rapporto tra i due imperi del XXI secolo dovesse cambiare, il gigante asiatico ha buone chance di prendere il posto (da sempre) occupato dagli yankee. Ma a quel punto l’amministrazione americana accetterà di cedere il podio al nemico con gli occhi a mandorla, oppure organizzerà un’offensiva per riprendersi il trono? La ricostruzione economica post-Covid-19 Non abbiamo i mezzi per rispondere con certezza a questa domanda. Siamo però in grado di interrogarci sulle tre crepe che potrebbero demolire l’attuale equilibrio geopolitico. La prima riguarda lo sviluppo economico, la seconda la tecnologia e la terza il braccio di ferro farmaceutico. Partiamo dall’economia.

Lo stato dell’economia cinese

Molti si sono scordati che Usa e Cina, prima dei dissidi sul “virus cinese”, stavano combattendo una feroce guerra commerciale. Dopo mesi di tensioni, minacce, tariffe alle stelle e altro ancora, lo scorso 15 gennaio i negoziatori dei due Paesi si sono incontrati alla Casa Bianca per firmare la cosiddetta fase 1, ovvero un’intesa provvisoria che avrebbe dovuto contribuire a mettere fine alla Trade War in corso da circa due anni. Come sappiamo, non c’è stata alcuna fase 2. L’avvento del nuovo coronavirus ha provocato la comprensibile chiusura a riccio della Cina. Il motore economico di Pechino è ripartito da poche settimane e chissà quanto ci vorrà prima che torni a marciare a pieno regime. Certo, il peggio sembra alle spalle e i segnali di ripresa, seppur timidissimi, non mancano. I riflettori adesso si sono spostati sull’altra parte del mondo: sugli Stati Uniti. Ora è l’economia americana a dover fare i conti con il Covid-19, e la sensazione è che, alla fine dei giochi, la Cina potrà dirsi guarita mentre gli Usa saranno costretti ripartire da un vero e proprio cumulo di macerie.
Lo stato della tecnologia cinese

L’aspetto tecnologico è strettamente connesso alla guerra commerciale. Temendo che la Cina potesse avvicinarsi pericolosamente al suo livello (tra lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e del 5g), Trump ha provato a interrompere la lunga marcia di Pechino con i famigerati dazi. In un primo momento la mossa del tycoon ha scosso l’economia cinese. Tuttavia gli effetti negativi delle tariffe si sono presto ritorti contro Washington, costretto ad allentare la presa. Al termine dell’epidemia provocata dal nuovo coronavirus, la Cina potrebbe ritrovarsi in mano un’ingente mole di big data. E questo grazie alle app utilizzate dalle autorità durante l’emergenza per tracciare i contagiati. Dati del genere, in campo tecnologico, sono la benzina che serve per affinare ulteriormente l’intero comparto. Vedremo cosa riuscirà a fare Pechino con questo “tesoretto”.

La corsa ai farmaci della Cina

L’ultimo potenziale terreno di scontro tra Usa e Cina è quello farmaceutico. Il Covid-19 ha elettrizzato i gruppi farmaceutici di mezzo mondo, tutti alla ricerca di un vaccino per il nuovo coronavirus e al lavoro per prevenire ulteriori minacce. C’è un piccolo problema per la Casa Bianca. Negli ultimi 30 anni l’industria farmaceutica americana ha delocalizzato la maggior parte della propria produzione all’estero, tanto che adesso gli Stati Uniti non riescono più a produrre autonomamente antibiotici per curare varie infezioni. Qui entra in gioco la Cina, che sopperisce al 40% delle componenti attive presenti nei farmaci americani e all’80% degli ingredienti usati dall’India per realizzare farmaci generici. A seconda di come Washington uscirà dalla guerra contro il Covid-19, non è da escludere che il governo statunitense non possa battere i pugni sul tavolo per richiamare Pechino. In quel caso difficilmente il Dragone farà finta di niente.

Federico Giuliani, Francesco Boezi / insideover.it

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