Mondo, 16 settembre 2019

Gran Bretagna e Italia: con l’UE “relazioni pericolose”

A Bruxelles comandano ancora PPE e Socialisti. Alla faccia della volontà popolare!

Praticamente costituito, seppur con non poche difficoltà, il suo organo esecutivo, l’UE sta affrontando in questi giorni la tortuosa Brexit del Regno Unito e gli effetti della crisi politica italiana.

All’interno delle strutture istituzionali dell’UE non è cambiato molto dalla situazione antecedente alle elezioni politiche europee dello scorso mese di maggio. Seppur in evidente perdita di consensi, il PPE (partito popolare) e i socialisti (in caduta libera, soprattutto in Germania) continuano a mantenere i posti chiave nell’elefantesca struttura di governo di Bruxelles, mettendo di fatto all’angolo quei politici che auspicano maggior autonomia per i rispettivi paesi membri e un ripensamento, in senso democratico, della centralistica struttura europea. Al momento, costoro sono semplicemente emarginati e messi in un angolo!

Nessun cambiamento

Chi si illudeva, molto ingenuamente, che dal voto di maggio potesse uscire un messaggio di almeno parziale cambiamento, auspicando un ritorno agli ideali dei padri fondatori, ha semplicemente dovuto tirare i remi in barca. Una cosa è chiara: l’attuale concezione politica dell’EU, che tale rimarrà nel tempo, smorza sul nascere qualsiasi anelito di mutamento e anzi rafforza sempre più centralisticamente i vincoli fra i paesi membri, per i quali è praticamente impossibile modificare o tagliare i legami con l’organismo sovranazionale.

Ne sa evidentemente qualcosa il Regno Unito (il cui peso specifico e contrattuale non è certamente di poco conto), alle prese con tormentate trattative, nei confronti delle quali anche certe guasconate del primo ministro inglese Boris Johnson e la riconfermata arroganza (qualcuno ne dubitava?) dei tecnocrati europei lasciano intravvedere un’uscita di Londra traumatica.

Sempre meno democrazia

Comunque la si voglia girare e rigirare, il caso inglese evidenzia in maniera plateale come gli organismi sovranazionali, che sfuggono per loro intrinseca natura al controllo democratico, esercitino, di fatto, un potere preminente sulle democrazie dei singoli stati. Più in generale, la democrazia del singolo Stato si coniuga sempre meno con il potere degli organismi sovranazionali e allora quando ci si imbarca in trattati e accordi internazionali, addirittura a carattere istituzionale (come lo sciagurato accordo quadro istituzionale che il Consiglio federale vorrebbe siglare con l’UE), magari con il pretesto di ipotetici vantaggi economici, bisogna pensarci non una volta ma almeno 100 volte.

Ne prendano atto i politici elvetici, bramosi di firmare con gli eurocrati accordi (il PLR è persino fantasiosamente e ridicolmente arrivato a definire della “ragione” l’accordo quadro citato) che rappresentano, oltre ad un cappio al collo, dei veri e propri punti di non ritorno a danno del nostro modello di società e delle nostre istituzioni.

Per l’Italia tristi prospettive

Cosa significhi l’ormai indissolubile legame con l’UE, per chi entra nei suoi stritolanti ingranaggi, lo si è nuovamente e anche drammaticamente visto in Italia, dove la nascita del nuovo governo, seppur nel rispetto dei dettami della costituzione e della democrazia parlamentare (il parlamento vota i membri del governo), non rappresenta di certo l’espressione della volontà popolare.

Le giravolte dei partiti e dei rispettivi esponenti, come quelli del Movimento 5 S e quelli del PD che prima si sono bellamente insultati a ripetizione, giurando che mai e poi mai avrebbero governato insieme, salvo poi nel giro di pochi giorni formare un governo attraverso un indecoroso gioco di poltrone (il termine in questo caso ha una precisa accezione negativa), per neutralizzare il leader della Lega e per non ricorrere al voto popolare -, mostra una sostanziale fragilità politica ed anche una preoccupante prospettiva per il paese.

Alla nascita di questo rocambolesco esecutivo, generato da quello che gli esperti chiamano in maniera quasi aulica “trasformismo” e che sembra piacere molto, oltre all’establishment internazionale, anche ai mercati finanziari, hanno concorso in un ruolo non secondario le autorità europee, per le quali la fastidiosa spina nel fianco dell’ “ingombrante” Salvini doveva essere tolta di mezzo e non per le sortite con rosari e crocefissi del personaggio. Le pesanti pressioni dell’UE sono divenute sempre più insistenti negli ultimi tempi e ad ammetterlo sono anche personalità che verso il centro destra non nutrono alcuna stima e ammirazione.

Pochi giorni fa, l’ing. Carlo De Benedetti, editore, tra l’altro, del quotidiano di sinistra “La Repubblica”, ha ammesso che si sarebbero verificate “pressioni esterne” per giungere alla formazione del governo attuale e che, in tutti i casi, sarebbe stato meglio ricorrere alle urne, dando la parola agli italiani. Ah, ecco! E le riforme, e il taglio del cosiddetto cuneo fiscale, e le richieste di autonomia regionale provenienti da quel nord Italia produttivo, guidato da Lega e centro destra, che fine faranno con il governo “trasformista”? Visti i pericolanti conti pubblici italiani, la stagnazione economica e i lacci imposti dal patto di stabilità dell’UE, che in passato non aveva esitato a minacciare il commissariamento del paese, la prospettiva non è per nulla rallegrante.

Iris Canonica / MDD
 

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