Sport, 01 luglio 2019

“Realismo e oculatezza sono le nostre priorità”

A colloquio con l’amministratore unico del Chiasso Nicola Bignotti

CHIASSO - In casa rossoblù le novità non finiscono mai. È di venerdì scorso la notizia che Maurizio Cattaneo e Andreyi Ukrainets hanno rassegnato le dimissioni da presidente e vice-presidente del Chiasso. Ciò significa che Nicola Bignotti da direttore generale diventa amministratore unico. In poche parole: avrà pieno potere decisionale, anche se il dirigente russo continuerà ad essere l’azionista di riferimento della società e a garantire il proprio sostegno econonico.

Per il buon Nicola in realtà cambia poco: è ormai da tempo che guida la società a livello sportivo e operativo. “Nessun problema – afferma – io penso a solo a portare avanti il nostro progetto. La situazione non muta di una virgola”.

Bresciano di Ospitaletto, 42 anni fra non molto, Nicola Bignotti è a tutti gli effetti uno dei dirigenti più longevi che operano nel variegato mondo del calcio ticinese. Fu Marco Degennaro, allora DS del Bellinzona, a pescarlo a Palazzolo, C2 italiana, e portarlo nel 2004 nella Capitale, dove insieme ad gruppo coeso e sorretto da idee visionarie riuscì ad ottenere la “storica” promozione in Super League. Anno 2008. Dopo quella fantastica stagione (culminata con la finale di Coppa Svizzera), Bignotti preferì lasciare. “Avevo capito che con Giulini non ci sarei andato d’accordo, quindi meglio togliere il disturbo”. Ci aveva visto giusto. La grande avventura granata si arenò qualche anno dopo sugli scogli dell’incompetenza e dell’ingenuità giuliniana.

Bignotti: che anni a Bellinzona!
Certo. Piazza calda, pubblico entusiasta, fondi limitati ma grandi progetti, che si portavano avanti con delle idee semplici che si rivelarono efficaci. Ho vissuto quattro anni bellissimi e in fondo la mia maturazione è avvenuta proprio nel club granata. Non finirò mai di ringraziare Degennaro, che mi prelevò dalla C2 e mi portò in Svizzera.

Poi, il ritorno a casa: Albinoleffe, Serie B.
Nel calcio professionistico a tutti gli effetti. Un’esperienza utilissima in un club bene strutturato e molto serio che mi permise di crescere ulteriormente…

Ma il Ticino la richiamò…
A Lugano, nel 2011: fu un anno difficile per tutti. Stava avvenendo il passaggio fra la Barros Holding e Angelo Renzetti. Il nuovo presidente aveva altre idee ed io, che rappresentavo la vecchia proprietà, dovevo chiaramente fare gli interessi di quest’utlima. Non fu semplice ma alla fine riuscimmo a trovare il bandolo della matassa. La squadra iniziò malissimo ma poi, dopo aver licenziato Pane e preso Moriero, terminò al quinto posto. Ad un certo punto eravamo in lotta con il Bellinzona per lo spareggio…

Quindi Genova, versante Grifone, con Enrico Preziosi…
Sì, da direttore generale. Il top. Ero sbarcato nel difficilissimo ma affascinante mondo della Serie A italiana. Cosa potevo pretendere di più? Preziosi? Passionale, entusiasta, non facile… Ha qualche affinità con Angelo Renzetti: amano il loro club e vogliono il meglio. Ma con entrambi posso dire di aver stabilito un rapporto di stima e fiducia. Anche qui: una scuola di vita mica male!

E poi finita l’avventura ligure, ecco Pavia…
La peggiore esperienza della mia carriera. La società era in mano ai cinesi. Un anno allucinante, con la proprietà che non mantenne le promesse e con il Pavia che fu costretto a dichiarare fallimento… Tanto che qualcuno scrisse: “La farsa cinese è finita…”.

Ed eccoci, finalmente, al Chiasso: siamo nel 2016…
Tornavo in un ambiente che conoscevo. Tornavo in Ticino, dove fare calcio non è certamente una passeggiata ma comunque si può operare in un contesto tutto sommato disteso e senza eccessivi stress. La mia esperienza e la mia acquisita conoscenza del calcio svizzero mi avrebbero aiutato. Ho incontrato subito un ambiente consono alle mie esigenze..Le sfide facili non mi sono mai piaciute, a Chiasso c’era molto da fare. Bisognava riorganizzare la società, che non aveva certo grandi mezzi, e rilanciarne le quotazioni. Un compito difficilissimo.

Obiettivo raggiunto?
Inutile nasconderlo: in questi quattro anni abbiamo incontrato parecchie difficoltà. Sia societarie, con il cambio di presidenza e proprietà, sia sportive, con salvezza strappate all’ultimissimo minuto. Ci sono stati anche momenti di tensione ed abbiamo pure rischiato di chiudere baracca; inoltre abbiamo subito il calo delle presenze di pubblico allo stadio. Però oggi posso dire che il Chiasso è un club sano economicamente, che porta avanti una politica realista e oculata e che dà molto spazio ai giovani. Unica ricetta possibile per stare a galla in un campionato difficile come quello di Challenge League.

Parliamo del futuro: perché Stefano Maccoppi in panchina?
Perché conosce bene il calcio svizzero e le sue dinamiche e perché lavora bene con i giovani. E con lui, ne sono convinto, proveremo anche a fare del buon calcio.

Perché Simone Belometti non ha rinnovato?
Abbiamo ritenuto che lui debba fare un’esperienza in un club che gli permetta di concludere il suo percorso. Magari in una squadra d’Oltre Gottardo e di Challenge League…

Qual è il suo rapporto con l’azionista di maggioranza, il russo Ukrainets?
Quando può viene a Chiasso ma ci sentiamo molto spesso via mail o telefono. Lo tengo sempre aggiornato sulla situazione. Ci tiene moltissimo. È una persona seria ed entusiasta. Un bene per Chiasso.

A.M.

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