Svizzera, 25 aprile 2026

Christian Tresoldi: "Tunnel del Gottardo, far pagare il transito alle targhe estere"

Il tunnel del Gottardo non è soltanto un asse fondamentale per la mobilità svizzera, ma anche una delle infrastrutture più delicate e impegnative da gestire. Per questo è legittimo aprire una riflessione seria su come garantirne la sostenibilità nel tempo, cercando un equilibrio tra costi, responsabilità pubblica ed efficienza amministrativa.
 

Parliamo infatti di una delle infrastrutture più importanti e strategiche della Svizzera, essenziale per i collegamenti nord-sud. Una struttura di questa portata comporta costi rilevanti di gestione, manutenzione, sicurezza e controllo. Secondo i dati ufficiali dell’USTRA, nel 2022 la galleria autostradale del San Gottardo è stata attraversata in media da 18’621 veicoli al giorno, pari a circa 6,8 milioni di veicoli in un anno. Nei documenti federali si parla inoltre di 30–33 milioni di franchi annui per l’esercizio e la manutenzione della canna esistente.
 

In questo contesto, l’idea di introdurre un pedaggio di 29 franchi per il traffico estero di transito non va letta come una misura punitiva, ma come una proposta che nasce da una logica di responsabilità e corretta amministrazione. In molti Paesi europei, del resto, infrastrutture simili prevedono già forme di contributo specifico da parte degli utenti.


 

Un dato esatto e pubblico relativo alle sole targhe estere che attraversano il tunnel non è facilmente reperibile nei dati ufficiali consultabili. Sappiamo però che il traffico passeggeri stradale attraverso le Alpi è composto in misura significativa da traffico di transito. Applicando questo ordine di grandezza al Gottardo, si può stimare oltre 2,2 milioni di veicoli all’anno. Con un pedaggio di 29 franchi per veicolo, il gettito teorico si attesterebbe attorno ai 65 milioni di franchi annui.
 

In parole semplici, una misura di questo tipo permetterebbe non solo di coprire i costi fissi della struttura, ma anche di generare un margine da destinare a finalità utili e concrete. Il punto non sarebbe fare cassa in modo cieco, ma gestire con maggiore intelligenza una grande infrastruttura pubblica, facendola rendere almeno quanto costa, e utilizzando l’eventuale residuo per sostenere chi oggi è più in difficoltà, a cominciare dalle giovani famiglie.
 

Sarebbe dunque un approccio equilibrato: da una parte la tutela di un’infrastruttura strategica, dall’altra un possibile sostegno concreto al tessuto sociale. In una fase in cui le risorse non sono infinite e i costi aumentano in molti ambiti, riflessioni di questo tipo meritano di essere affrontate con serietà, senza polemiche ma con spirito pragmatico e senso di responsabilità.
 

Christian Tresoldi

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