Sport, 02 dicembre 2025

“Non abbiamo saputo capire i tanti cambiamenti in corso”

La crisi del calcio italiano: ne parliamo con Paolo Condò, giornalista di Sky

LUGANO -  Paolo Condò, opinionista Sky e editorialista sportivo del Corriere della Sera, non si fa troppe illusioni sul futuro del calcio italiano e in particolare della Nazionale azzurra, costretta a spareggiare (prima Irlanda del Nord e poi contro Galles o Bosnia) per accedere ad un Mondiale aperto a ben 48 squadre! L'ex giornalista della Gazzetta dello Sport, conosciuto nelle sale stampa degli Europei del 2000 (Olanda/Belgio), è convinto che in Italia sia necessaria una rivoluzione strutturale e che per attuarla ci vogliano personaggi nuovi e controcorrente. 


Paolo Condò: non c'è soltanto un problema di qualificazione ai Mondiali. Il discorso va ampliato alle carenze e ai difetti del calcio italiano.
Questo tema è un deja vu. Ne parliamo sempre ogni qual volta le cose vanno male. Poi però alle belle parole e alla voglia di cambiare, bisognerebbe far seguire i fatti e in Italia ciò non avviene mai. Il momento è difficile: come spiega la domanda, non c'è soltanto un problema (grosso) Mondiali ma anche una grave crisi del sistema, per risolvere la quale ci vogliono atti e azioni forti, che nel mio paese, purtroppo, sono assai complicati da realizzare. E il discorso non vale solo per lo sport ma è generalizzato ad altri settori… 


Cosa intende?
Bisogna cambiare dirigenti (e mi riferisco ai vertici della federazione), bisogna rendere più snelli i calendari, dare più spazio ai giovani e finalmente costruire stadi nuovi. Tutte cose risapute, è vero, ma che vanno ribadite con forza, se possibile, sino alla noia. Ma le sembra normale che in Italia abbiamo ancora degli stadi costruiti 80 anni fa? Nel 1990 per i nostri Mondiali si era parlato di nuova era, di nuove costruzioni. Alla fine non mi pare sia andata così. A parte Torino, Udine e Bergamo, abbiamo strutture vecchie o super datate. E costruirne delle nuove non è facile: a Milano se ne parla da una vita, e magari stavolta il progetto decolla ma a Roma siamo ai piedi della scala, a Napoli e Firenze pure. Senza stadi nuovi, insomma, il calcio italiano non può pensare di crescere e tornare ad essere quello di 30/40 anni fa.


Era davvero il migliore del mondo?
Certo. Malgrado strutture fattiscenti, riuscivamo a portare in Italia gli stranieri più bravi. In Europa e nel mondo facevamo faville, spagnoli, inglesi e tedeschi ci invidiavano. Adesso siamo costretti ad inseguire, il nostro massimo torneo è il quarto del Continente. Poi è vero: ogni tanto vinciamo qualche trofeo, ma sono eventi straordinari o casuali. Vedi Europei del 2020.


In Italia adesso si parla soprattutto di tennis. Non sembra vero che il calcio sia stato soppiantato da quella disciplina nel cuore degli appassionati.
Non è cosi! Anche se nel tennis siamo i numeri 1 al mondo (e non solo per Jannik Sinner: abbiamo infatti diversi giocatori nei primi 30 dell’ATP), il calcio è sempre lo sport preferito dagli italiani. Sono i mass media che hanno ribaltato la situazione. Faccio un esempio: per vendere meglio bisogna mettere in prima pagina chi vince. E oggi Sinner e il tennis dominano il mondo. La nazionale azzurra perde, e quindi va messa nelle pagine interne. Se la Ferrari vincesse, anche a lei sarebbe dato spazio in apertura. Ma anche nei telegiornali e nelle trasmissioni TV succede la stessa cosa. Sono logiche di mercato…


Secondo lei, il calcio italiano non è troppo autoreferenziale?
Non saprei e non ho una risposta a ciò. Sono sicuro che il movimento non ha saputo capire i grandi cambiamenti in corso a livello internazionale. A partire da inizio anni Duemila siamo rimasti al palo, cullandoci sul passato e i suoi grandi trofei. E gli altri, intanto, remavano… 


Veniamo al futuro, agli spareggi. Secondo lei come andrà a finire?
Il nostro CT Rino Gattuso, per altro giustamente, ha detto che l'avversario principale dell'Italia è proprio l'Italia. Sulla carta abbiamo più qualità. Ma il passato ci ricorda che a questo livello non esistono favoriti. Le sconfitte contro Svezia e Macedonia sono lì a dimostrarcelo. Di una cosa sono però sicuro: questa squadra non può prescindere da Kean e Tonali. Se in condizioni fisiche ottimali, i due potrebbero essere i nostri assi nella manica.


E se dovesse finir male?
Non ci voglio nemmeno pensare. E già mi immagino cosa direbbero i capoccioni del calcio: un Mondiale senza Italia perde fascino e storia. Balle: vorrebbe dire che avremmo meritato di starcene a casa. E forse stavolta inizierebbe una vera rivoluzione.

M.A.

MDD del 30 novembre 2025

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