Discriminazioni dovute al Corano
Anche nei Paesi occidentali vi possono essere delle discriminazioni fra i due sessi, ma esse non dipendono dalla religione. E’vero che nella Bibbia si possono trovare delle disuguaglianze tra uomo e donna, ma la differenza è che i cristiani hanno saputo interpretare e contestualizzare il testo ispirato da Dio adattandolo ai tempi e alle esigenze moderne, mentre che i musulmani applicano alla lettera i loro testi sacri, considerandoli immutabili e applicabili a tutti i tempi e in tutti i luoghi. “I musulmani dotti in materia religiosa (gli ulema) hanno rinunciato da secoli all’interpretazione dei testi sacri (cioè all’ermeneutica) e si limitano a ripetere le interpretazioni classiche degli antichi commenti” (Samir Khalil Samir dixit). E quei musulmani di livello accademico che hanno osato proporre una riforma del Corano sono stati accusati di eresia e di apostasia e sono stati uccisi (come il teologo Mahmud Muhammad Taha, noto come il “Ghandi del Sudan”, impiccato nel 1985 su istigazione dei Fratelli Musulmani) o esiliati (come il grande filosofo Averroè, nato a Cordova nel XII secolo e imprigionato a Marrakech, o come, in tempi più recenti, il teologo liberale egiziano Abu Zaid, morto nel 2010 dopo anni di esilio in Olanda).
Forse è vero che l’avvento dell’Islam ha contribuito a migliorare lo stato della donna araba nel VII secolo, ma il problema è che da allora sono passati 14 secoli e l’Islam (a parte qualche raro Stato che ha fatto una scelta di laicità moderata non basata sulla sharia, come la Tunisia) non ha saputo adattarsi all’evoluzione dei tempi. Ed è pure vero che nel Corano vi è una totale uguaglianza davanti a Allah fra l’uomo e la donna, sia per quanto concerne le pene da scontare in caso ad esempio di furto o di adulterio (Corano, 5:38 e 24:2) e sia per quanto concerne i premi divini per i più devoti (33:35). Ma è nelle questioni giuridiche che le disuguaglianze fra uomo e donna, derivanti direttamente dal Corano o dalla Sunna e non da una cultura tradizionale, sono evidenti e incontestabili.
L’elenco delle disuguaglianze
In un suo articolo di una quindicina di anni fa il grande islamologo egiziano Samir Khalil Samir, gesuita e già professore di islamologia all’Università di Beirut nonché a suo tempo collaboratore del Giornale del Popolo (nel 2006 aveva diretto alla Facoltà di teologia di Lugano un corso di introduzione all’Islam al quale il sottoscritto aveva preso parte), aveva elencato alcune di queste disuguaglianze. Le riproduciamo tali e quali, sfidando qualche imam a smentirle:
– la testimonianza della donna in tribunale vale la metà di quella di un uomo;
– la femmina (figlia, sorella, ecc.) eredita metà del maschio (figlio, fratello, ecc.). Ma nella scuola sciita giafarita, che rappresenta circa 13% dei musulmani, non si fa differenza tra maschio e femmina;
– la donna non ha il diritto di viaggiare senza permesso del marito, o del padre, o del fratello, o del figlio, insomma di un maschio.
– l’uomo non ha bisogno del permesso di una donna, fosse anche sua moglie, per viaggiare; alcune scuole giuridiche vietano alla moglie di uscire di casa senza il permesso espresso del marito (anche in Occidente), mentre la reciprocità in merito non è sostenuta da nessuna scuola;
– il maschio può sposare fino a quattro mogli simultaneamente, se ha la possibilità di mantenerle, mentre la femmina non può sposare più di un uomo;
– l’uomo può acquistare tutte le concubine che desidera, secondo il Corano, mentre la donna non può acquistare concubini;
– il marito può ripudiare la moglie, senza neppure un processo in tribunale, mentre la moglie può solo chiedere al marito il favore di essere ripudiata;
– il musulmano può sposare una cristiana o un’ebrea, anche se rimane tale e non si converte all’islam, mentre la musulmana non può sposare un cristiano o un ebreo che rimane tale, se non si converte all’islam;
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– i figli appartengono al padre; la madre può solo occuparsene fino all’età di 7 anni;
– i figli assumono obbligatoriamente la religione del padre, non della madre, anche se lo volessero.
La donna è considerata impura
“La tradizione maschilista - scriveva ancora Padre Samir - viene ad aggiungere usanze che limitano di più lo spazio della donna e aumentano la disuguaglianza tra i sessi, come per esempio il terribile “crimine d’onore” largamente diffuso nelle società musulmane. Un aspetto giuridico importante è la questione dell’impurità fisiologica della donna dovuta alle mestruazioni o al parto. Quando la donna ha le mestruazioni è ritualmente impura. Non può fare le cinque preghiere quotidiane, perché la sua preghiera non è valida. Non può toccare un Corano. Non può praticare il digiuno di Ramadan e deve ricuperare i giorni impuri dopo il Ramadan. Per questo motivo un uomo non può toccare una donna a rischio di diventare impuro se lei fosse in stato impuro; può darle la mano solo se ha un guanto o qualcosa di simile per evitare il contatto diretto che trasmette l’impurità. Questa concezione dell’impurità della donna appartiene alla cultura semitica e si ritrova nel giudaismo come nel cristianesimo antico e in altre religioni e culture. La caratteristica dell’islam è di aver legalizzato questa dimensione culturale ancora oggi”.
Fra moglie e marito c’è di mezzo il Corano
Ma vi sono altre disuguaglianze che trovano fondamento in alcuni brani del Corano, e in molti detti attribuiti a Maometto (il più frequentemente citato dice: “La donna è carente in mente e in religione”). Per quanto riguarda il Corano, Padre Samir ha citato tre versetti che mettono in evidenza la disuguaglianza fra marito e moglie, nella vita quotidiana. Eccoli, con i relativi suoi commenti:
- “Le vostre spose sono per voi come un campo [da arare]. Venite pure al vostro campo come volete” (Corano, 2:223). Da questo, si deduce che la moglie è proprietà sessuale del marito, che ha diritto a possederla come e quando vuole.
- “Le donne divorziate osservino un ritiro della durata di tre cicli, e non è loro permesso nascondere quello che Allah ha creato nei loro ventri (arhâm = litt. uteri), se credono in Allah e nell’Ultimo Giorno. E i loro sposi (bu’ûl = litt. signori) avranno priorità se, volendosi riconciliare, le riprenderanno durante questo periodo. Esse hanno diritti equivalenti ai loro doveri, in base alle buone consuetudini, ma gli uomini sono superiori” (Corano, 2:228). L’espressione “ma gli uomini sono superiori” traduce wa-li-l-rigâli ‘alayhinna daragah, che significa letteralmente “e gli uomini le superano di un grado”.
- “Gli uomini sono preposti alle donne (= hanno autorità su di esse), a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande” (Corano, 4:34). È il versetto più frequentemente citato. Il motivo dato dal Corano per questa predominanza è doppio: il primo è la preferenza divina, il secondo è d’ordine finanziario. Se l’uomo teme l’insubordinazione della donna (ndA. ad esempio se la moglie si rifiuta di fare sesso con lui), userà tre mezzi per riportarla alla subordinazione: l’esortazione, la privazione sessuale (ma lui ha le altre spose, più le schiave acquistate, come specifica il Corano), infine le percosse.
“È ovvio – è il commento finale di Padre Samir - che sul piano umano non c’è uguaglianza tra uomo e donna, tra marito e moglie. Questo fatto non sorprenderà nessuno: siamo in Arabia, all’inizio del settimo secolo. Sorprende invece il fatto che i musulmani non abbiano ripensato i testi che considerano rivelati da Allah per adattarli alla situazione e alla cultura di oggi.”
Chissà cosa ne pensano di queste discriminazioni le femministe di sinistra che si battono per la “libertà” delle donne musulmane di indossare ogni tipo di velo islamico (magari anche in veste di docenti nella scuola ticinese, che per legge dovrebbe promuovere il principio di parità fra uomo e donna…), legittimando così la diffusione di un simbolo misogino che favorisce l’islamizzazione e in prospettiva futura la nostra sottomissione all’Islam.
Giorgio Ghiringhelli
– i figli appartengono al padre; la madre può solo occuparsene fino all’età di 7 anni;
– i figli assumono obbligatoriamente la religione del padre, non della madre, anche se lo volessero.
La donna è considerata impura
“La tradizione maschilista - scriveva ancora Padre Samir - viene ad aggiungere usanze che limitano di più lo spazio della donna e aumentano la disuguaglianza tra i sessi, come per esempio il terribile “crimine d’onore” largamente diffuso nelle società musulmane. Un aspetto giuridico importante è la questione dell’impurità fisiologica della donna dovuta alle mestruazioni o al parto. Quando la donna ha le mestruazioni è ritualmente impura. Non può fare le cinque preghiere quotidiane, perché la sua preghiera non è valida. Non può toccare un Corano. Non può praticare il digiuno di Ramadan e deve ricuperare i giorni impuri dopo il Ramadan. Per questo motivo un uomo non può toccare una donna a rischio di diventare impuro se lei fosse in stato impuro; può darle la mano solo se ha un guanto o qualcosa di simile per evitare il contatto diretto che trasmette l’impurità. Questa concezione dell’impurità della donna appartiene alla cultura semitica e si ritrova nel giudaismo come nel cristianesimo antico e in altre religioni e culture. La caratteristica dell’islam è di aver legalizzato questa dimensione culturale ancora oggi”.
Fra moglie e marito c’è di mezzo il Corano
Ma vi sono altre disuguaglianze che trovano fondamento in alcuni brani del Corano, e in molti detti attribuiti a Maometto (il più frequentemente citato dice: “La donna è carente in mente e in religione”). Per quanto riguarda il Corano, Padre Samir ha citato tre versetti che mettono in evidenza la disuguaglianza fra marito e moglie, nella vita quotidiana. Eccoli, con i relativi suoi commenti:
- “Le vostre spose sono per voi come un campo [da arare]. Venite pure al vostro campo come volete” (Corano, 2:223). Da questo, si deduce che la moglie è proprietà sessuale del marito, che ha diritto a possederla come e quando vuole.
- “Le donne divorziate osservino un ritiro della durata di tre cicli, e non è loro permesso nascondere quello che Allah ha creato nei loro ventri (arhâm = litt. uteri), se credono in Allah e nell’Ultimo Giorno. E i loro sposi (bu’ûl = litt. signori) avranno priorità se, volendosi riconciliare, le riprenderanno durante questo periodo. Esse hanno diritti equivalenti ai loro doveri, in base alle buone consuetudini, ma gli uomini sono superiori” (Corano, 2:228). L’espressione “ma gli uomini sono superiori” traduce wa-li-l-rigâli ‘alayhinna daragah, che significa letteralmente “e gli uomini le superano di un grado”.
- “Gli uomini sono preposti alle donne (= hanno autorità su di esse), a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre e perché spendono [per esse] i loro beni. Le [donne] virtuose sono le devote, che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato. Ammonite quelle di cui temete l’insubordinazione, lasciatele sole nei loro letti, battetele. Se poi vi obbediscono, non fate più nulla contro di esse. Allah è altissimo, grande” (Corano, 4:34). È il versetto più frequentemente citato. Il motivo dato dal Corano per questa predominanza è doppio: il primo è la preferenza divina, il secondo è d’ordine finanziario. Se l’uomo teme l’insubordinazione della donna (ndA. ad esempio se la moglie si rifiuta di fare sesso con lui), userà tre mezzi per riportarla alla subordinazione: l’esortazione, la privazione sessuale (ma lui ha le altre spose, più le schiave acquistate, come specifica il Corano), infine le percosse.
“È ovvio – è il commento finale di Padre Samir - che sul piano umano non c’è uguaglianza tra uomo e donna, tra marito e moglie. Questo fatto non sorprenderà nessuno: siamo in Arabia, all’inizio del settimo secolo. Sorprende invece il fatto che i musulmani non abbiano ripensato i testi che considerano rivelati da Allah per adattarli alla situazione e alla cultura di oggi.”
Chissà cosa ne pensano di queste discriminazioni le femministe di sinistra che si battono per la “libertà” delle donne musulmane di indossare ogni tipo di velo islamico (magari anche in veste di docenti nella scuola ticinese, che per legge dovrebbe promuovere il principio di parità fra uomo e donna…), legittimando così la diffusione di un simbolo misogino che favorisce l’islamizzazione e in prospettiva futura la nostra sottomissione all’Islam.
Giorgio Ghiringhelli
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