Sport, 12 ottobre 2023

“Il mio primo acquisto? Un certo Mattia Croci Torti”

Beppe Gidari, ex direttore sportivo e team manager di Agno, Lugano e Bellinzona

LUGANO - Beppe Gidari (classe 1967) è figlio di una coppia di lavoratori italiani emigrati in Svizzera negli Anni Cinquanta. Papà muratore, mamma casalinga. Nato e cresciuto a Biasca, ha ottenuto la maturità liceale a Bellinzona e per qualche semestre ha studiato diritto a Friborgo, prima di decidere '‘che non era il caso”, che forse era meglio scegliere un’altra strada. Detto fatto, sul finire degli Anni Novanta si è buttato anima e corpo nelle assicurazioni. “Fare il broker in questo campo mi piace tantissimo, anche se la mia vera passione è certamente la bicicletta”. Per la cronaca: conosciamo Beppe da circa 25 anni, da quando era direttore sportivo del Bodio, una realtà calcistica sicuramente non paragonabile a quella dei “grandi” centri ticinesi. È li che è iniziata la sua avventura sportiva e di cui ha parlato. Gentile, pacato, sempre disponibile, Gidari ha avuto la fortuna di conoscere tecnici e dirigenti ticinesi che hanno scritto la storia del nostro calcio. 



Cominciamo dal Beppe Gidari hockeista. Sì, perché in molti non sanno dei suoi trascorsi sulle piste di ghiaccio.
È vero. Essendo di Biasca non è stato difficile avvicinarmi a questa disciplina e di conseguenza all’Ambrì Piotta, club nel quale ho giocato nelle categorie mini e novizi. Una bellissima esperienza. Sono anche diventato allenatore, assieme fra gli altri a Luli Riva, papà di Elia, giocatore dello Zugo ed ex Lugano. Ho diretto per qualche anno pure le squadre giovanili del Tre Valli Biasca, prima che diventasse HC Biasca e in seguito Rockets.


Poi però si è concentrato sul calcio.
In realtà mi sono diviso fra questi due sport, anche se poi ho scelto di essere calciatore. Nel football però non ho mai brillato. Insomma: non ero un fenomeno. Le squadre? Biasca, Bodio, Arbedo e Malvaglia. Poi ci fu l’incontro che mi cambiò la vita dal punto di vista sportivo.


E cioè?
Paolo Guzzi, una delle personalità di spicco della Valle Leventina, mi chiese di entrare nel comitato del Bodio e di dargli una mano ad allestire la squadra. Accettai per amicizia, e alla fine posso dire che quell’avventura mi fece molto bene.


Parliamo del super Bodio…
Beh, diciamo che quella squadra aveva un grande potenziale. Ricordo che vi passarono elementi che avevamo disputato i campionati dell’elite nazionale svizzera. Davide Riva e Delusi sono i primi due nomi che mi vengono in mente. Allenatori? Ho lavorato assieme a Mirko Bertoli e Claudio Tedeschi. Che tempi, ragazzi. Vincevamo e soprattutto divertivamo. Anche se poi, quasi inevitabilmente, quando sei davanti a tutti diventi il bersaglio delle invidie e delle critiche.


Lei era una il punto di riferimento della società.
Una sorta di factotum più che direttore sportivo come si diceva allora. Mi ricordo con nostalgia di quell’epoca, si viveva il calcio amatoriale a cento all’ora. E debbo dire che non era facile far convivere i miei impegni professionali e il Bodio.


Poi venne il Malcantone/Agno.
Con il Bodio aveva terminato la mia collaborazionee volevo chiudere con il calcio. Un giorno mi chiamò Beppe Morotti, allora presidente dell’emergente Malcantone/Agno e mi chiese di collaborare con loro. Ci pensai un attimo ma poi decisi di accettare: a me sono sempre piaciute le sfide. E così fu. Tanto che nel 2003 conquistammo la storica promozione in Challenge Legue dopo lo spareggio contro lo Chaux de Fonds. Una vera e propria impresa. Oggi non sarebbe più possibile!


Come definirebbe quell’esperienza in terra malcantonese?
Molto positiva, sia dal profilo umano che sportivo. E poi conobbi il futuro commissario tecnico della nazionale Vladimir Petkovic. E sa quale fu il mio primo acquisto da direttore sportivo? Un certo Mattia Croci Torti, che allora giocava nel Grasshopper. L’attuale mister bianconero si è ricordato di questo trasferimento durante una recente intervista televisiva… 


Dopo Agno, l’AC Lugano e quindi il FC Lugano.
Vissi gli anni del passaggio dalla gestione Morotti a quella di Pastorello e quindi le due finali di promozione malamente perse dai bianconeri. Perdere con il Lucerna e il Bellinzona fu assai doloroso. A Cornaredo ho comunque conosciuto tantissime persone, con alcune delle quali sono rimasto ancora in amicizia. Calciatori, dirigenti e anche semplici funzionari. Come team manager ebbi poi qualche gatta da pelare: nel senso che dovevo cercare di tenere buoni i fans della curva, che ogni tanto se la prendevano con la squadra quando non arrivavano i risultati.


Nel 2010 ci fu l’inatteso cambiamento: da Lugano a Bellinzona, poche settimane dopo che i granata avevano battuto i luganesi nello spareggio di promozione-relegazione!
Mi chiamò Roberto Morinini e confesso che ci pensai un attimo. Non era un passaggio semplice. Poi però mi dissi che cambiare squadra o club era un’operazione comune e normale. E quindi mi spostai nel Sopraceneri. Restai nell’ACB sino a quando Roberto si ammalò. Poi con la sua scomparsa decisi di abbandonare il calcio. Il tecnico di Gudo è stato un amico per me. Lo ricordo con affetto. Per il calcio ticinese è stato certamente un punto di riferimento.


Qualche anno dopo è sbocciato il grande amore. Vero?
Certo, grazie ad un amico, Roberto, ho iniziato ad andare in bicicletta. In realtà avevo provato con la mountain bike. Alla fine però mi sono trovato meglio sulle due ruote da strada. Ogni week end vado a fare lunghi giri. È un modo per uscire dallo stress e dalla routine quotidiana. La consiglio a tutti.


Lei ha pure conosciuto un grande campione del ciclismo.
Esatto. Negli ultimi anni ho fatto amicizia con Filippo Ganna, uno dei corridori più forti del panorama internazionale. Una persona umile e gentile, con il quale ci sentiamo con una certa regolarità.


Due parole infine sulla Roma, la sua squadra del cuore.
Seguo la Roma da tanti anni, da quando sono andato con i miei genitori in gita turistica nella città eterna. Ma il primo match della squadra giallorossa l’ho visto a San Siro. Fu un Inter-Roma, che purtroppo perdemmo. Ah dimenticavo: ho conosciuto il nostro capitano, Francesco Totti. Durante una festa di un Roma club. Semplice, modesto e simpaticissimo. Così come lo si vede in televisione.

M.A.

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