Sport, 28 novembre 2022

“Mio padre, l’uomo che zittì 200 mila tifosi brasiliani”

Intervista ad Arcadio Ghiggia, figlio del grande Alcides, iridato nel 1950

LUGANO - Negli ultimi decenni il calcio ha perso moltissimo in Uruguay: le squadre professioniste sono quasi tutte in default, e i settori giovanili devono affidarsi a privati per poter sopravvivere. E la Nazionale? Ha buoni giocatori ma è piuttosto vecchia e ben difficilmente riuscirà a ritagliarsi uno spazio importante ai Mondiali in corso. E così nei quartieri più popolari di Montevideo non è raro sentir parlare dell’Uruguay che fu e dei suoi eroi Maspoli, Varela, Schiaffino e Ghiggia. Storia di 72 anni fa: stadio Maracana di Rio, Brasile-Uruguay 1-2, Celeste campione! Per l’ultima volta. La notte dei tempi, altro calcio, altro mondo, altro tutto. Ma quella squadra resta immortale e i suoi protagonisti delle vere e proprie icone. Come per esempio Alcides Ghiggia, colui che segnò la rete decisiva ai padroni di casa (“Arroganti e presuntuosi” scrisse Gianni Brera), convinti di vincere prima di giocare. Attaccante di razza, uomo schivo ma deciso, ha giocato anche nella nazionale italiana: era considerato un oriundo.


Negli Anni Cinquanta era moda cambiare casacca appena si scopriva di avere discendenti in altri paesi. Peccato che di Alcides non si accorsero i dirigenti svizzeri. Sì, perchè la punta uruguaiana era originario di Sonvico, come il portiere Roque Maspoli lo era di Caslano. Casi della vita. “Certo, casi della vita. Chissà come sarebbe stata la mia se avessi vissuto in Ticino…”, ci ha detto nei giorni scorsi al telefono Arcadio Ghiggia, uno dei figli del grande Alcides, che abbiamo sentito per ricordare la figura del padre proprio mentre si stanno giocando i Mondiali del Qatar. “Si parla sempre della Nazionale del 1950. I giovani restano affascinati dal racconto del Maracanazo”, conferma da Montevideo Arcadio.


E allora partiamo proprio da Alcides, l’uomo che zittì il Maracanà.
Posso semplicemente dire che sono orgoglioso di essere suo figlio. Un sentimento comune a coloro che hanno, o hanno avuto, un rapporto speciale con il proprio genitore. Alcides era una persona normalissima, un padre affettuoso, un uomo dolce che sapeva farsi capire usando toni di voci sempre bassi. Mai autoritario o aggressivo.


Ghiggia calciatore: un mito, per gli uruguaiani. Ancora oggi si parla del famoso Maracanazo e della sua leggendaria prestazione. 
Sono venuto a conoscenza della grande impresa del 1950 soltanto quando avevo 9 anni, quando cioè sono tornato dall´Italia. Nè lui nè mia mamma avevano mai parlato del titolo mondiale vinto in Brasile. Per me Alcides era solo un giocatore della Roma e della nazionale italiana (Ghiggia era considerato oriundo, ndr).Quando arrivammo in Uruguay furono i miei compagni di scuola che mi raccontarono le vicende della Celeste. Scoprii che papà era stato un eroe del calcio ed aveva vinto un campionato mondiale segnando il gol della vittoria al Brasile ed aveva fatto piangere tutto un paese. Rimasti stupito.


E cosa le disse suo padre quando lei chiese conferma dei racconti ascoltati a scuola?
Mi rispose semplicemente che lui aveva vestito la maglia della nazionale e vinto un Mondiale. Poche ma semplici parole. Poi però il discorso finì lì. In seguito toccammo poche volte quell’argomento. Era fiero di quella vittoria ma ripeteva sempre che per imporsi nello sport come nella vita bisogno sempre essere umili. Quella era la sua lezione. 


Ha avuto occasione di conoscere altri campioni del mondo del 1950? 
Ho conosciuto Roque Máspoli e Obdulio Varela, El gran capitan. Per me erano come personaggi di una fiaba, ed era bello ascoltarli. Con loro si accennava al trionfo del 1950 che, mi dissero, maturò grazie alla coesione del gruppo. Una grande famiglia! 


Un Uruguay così forte come quello del 1950 non c’è più stato? 
Non posso affermarlo ma però posso dire che non c´è più stata nessuna squadra con la stessa grinta e lo stesso atteggiamento, caratteristiche
che poi le hanno permesso di vincere il Mundial. Nel calcio non bastano i fenomeni, ci vuole anche questo. 


Che cosa rappresenta oggi Ghiggia per gli uruguaiani? 
A lui non piacerebbe sentirsi dire eroe. Ma in realtà è così: Alcides e gli altri giocatori di quel Mondiale sono ancora oggi delle icone del nostro calcio e del nostro paese. Lui è ricordato anche per aver segnato il gol più grande e silenzioso nella storia del calcio. Pensate 200 mila spettatori zittiti e che vedono un pallone rotolare nella porta del Brasile! Parlare di Ghiggia e dei suoi compagni è come ricordare che nello sport e nella vita l’impossibile può diventare possibile.


In Ticino è molto conosciuto per via delle sue origini ticinesi? (come Maspoli del resto) 
Certo, ho letto e visto degli articoli che hanno scritto su di lui e Roque. Sono orgoglioso di avere sangue ticinese nelle mie vene. Il Ticino è una bella regione, il popolo è molto simile al nostro, ci sono parecchie affinità.


A proposito: ha rapporti con il nostro paese?
Certamente. Grazie alla tecnologia moderna, vedi internet, posso leggere le notizie che riguardano la terra delle mie origini, soprattutto notizie di sport e cultura. E poi a Sonvico vive un mio parente, Fabrizio Ghiggia. Con lui ci sentiamo spesso. A Sonvico ci sono le mie radici.


Tornando all’Uruguay: il calcio negli ultimi decenni ha perso molto. Ora è in fase decadente. 
Esatto. Me lo disse anche mio padre poco tempo prima di morire (nel 2015, ndr). E aggiunse: c´è gente dentro il calcio che dovrebbe starsene fuori. Manca un lavoro di base serio, è purtroppo c’è molta ignoranza: non c’è voglia di imparare. 


E a questi Mondiali dove può arrivare l’Uruguay?
Secondo me la Celeste ha un ottimo potenziale, i giocatori buoni non mancano. Dipenderà molto dall’ambiente, dal gruppo e dalla coesione dello stesso. Se sarà buono, allora, l’Uruguay potrà andare lontano.


E chi vincerà il Mondiali?
Il Brasile è favorito: è una squadra forte, gioca bene al calcio e ora è pure solido in difesa. La sua principale antagonista sarà la Francia. I campioni del mondo in carica hanno diverse carte da giocare.


A questa rassegna stavolta mancherà un altro mito del calcio uruguagio: il maestro Oscar Tabarez. 
Una leggenda in Uruguay. Ha fondato il suo successo sulla cultura del lavoro. Una persona perbene, che ho conosciuto ai corsi di allenatore. Lui è stato mio insegnante. Tabarez parlava molto di mio padre. Un giorno mi disse: se Alcides ti critica, accetta senza fiatare, perchè lui conosce molto più di me la materia calcio. 


Arcadio ha allenato soprattutto nei settori giovanili delle squadre di Montevideo. Gli piacerebbe allenare anche in Europa. 
Debbo dire che è sempre stato il mio sogno e in particolare in Ticino. Non ne ho mai avuto l’occasione, anche perchè sono stato molto impegnato nelle mie attività professionali in Uruguay. Sono biologo, laureato all’università della Sapienza a Roma. Ed è proprio in Italia che ho iniziato ad allenare, nel quartiere dove abitavo. Tanta voglia di calcio e di divertirsi, un ambiente ideale, fra la gente e il popolo. In Uruguay ho poi diretto le giovanili del Club Nacional e del River Plate.


Arcadio chiude così.
Avevo 8 anni e mio padre era appena passato dalla Roma al Milan e con la famiglia ci trasferimmo per circa un anno a Campione d’Italia. Ero bambino e mi ricordo di un bellissimo lago. Spesso con la mamma andavamo a fare delle passeggiate a Lugano. Soltanto anni dopo ho scoperto che il Ticino era il mio paese d’origine.

MAURO ANTONINI

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