Sport, 02 settembre 2022

“Riri, una storia incredibile Peccato sia durata poco”

Nostra intervista ad Eliane Conconi, una delle protagoniste di quello squadrone

MENDRISIO - Eliane Conconi non ha ancora smesso i panni dell’imprenditrice. Ormai in pensione da qualche anno, si muove sempre con dinamismo e professionalità nell’azienda di famiglia, che dirige col fratello Stelio, come lei conosciutissimo in Ticino per questioni sportive. L’ex cestista, del resto, non si risparmia quando parla del congiunto. “È stato uno dei più bravi atleti svizzeri della sua epoca”. Parole che sembrano sminuire il suo percorso agonistico che, detto per inciso, è stato certamente lusinghiero. Sì, perché diventare quattro volte campionessa svizzera non è da tutti. “Ma avevamo una squadra talmente forte che era impossibile non vincere tutta quella roba”, afferma divertita Eliane, che nei giorni scorsi abbiamo raggiunto telefonicamente per parlare di uno dei vari Dream Team del nostro Ticino sportivo, la Riri di Mendrisio, che negli Anni Sessanta dominò il basket femminile sul territorio elvetico.


Non era un basket di prima grandezza ma aveva comunque un buon seguito popolare, specialmente nel Magnifico Borgo, dove la Riri, rinomata azienda di accessori metallici fondata nel 1936, aveva investito parecchio in questa disciplina importata dagli Stati Uniti.


Una rosa straordinaria
“La Riri era famosa per il suo marchio ma lo divenne di più quando la nostra squadra andava in giro per la Svizzera a vincere e a rappresentarla. Del resto l’azienda aveva investito sul basket proprio per questo. Il matrimonio fu azzeccatissimo”.


Un binomio che durò una decina di anni e portò molte soddisfazioni.
“La nostra rosa era composta da giocatrici di primissima grandezza europea: malgrado il campionato non fosse di livello eccelso, la dirigenza riuscì a portare in Ticino Liliana Ronchetti, purtroppo deceduta in seguito, una delle più forti in campo internazionali. Una ciliegina sulla torta per il club. Lei era la più forte di tutte”. Per la cronaca e per i più giovani: la Ronchetti giunse a Mendrisio a 40 anni suonati. Era cresciuta nella Comense, la squadra della sua città, con la quale aveva vinto quattro scudetti. In Europa era considerata una delle playmaker più competitive. Quando morì la FIBA intitolò a suo nome una delle Coppe più importanti del Continente, il trofeo per le squadre vincitrici della Coppa nazionale. Entrò poi a pieno diritto nella Hall of fame della federazione internazionale.


Ma l’elenco dei talenti targati Rirì non si ferma alla Ronchetti. 
“Come dimenticare Emilia Passera? Senza contare la Del Don e la Tonelli. In questo contesto di giocatrici bravissime anche la sottoscritta si inserì con giudizio. Giocavo una fase difensiva piuttosto intensa per l’epoca, nel senso che non davo spazio alle avversarie più forti” racconta Eliane. 



Europa nel mirino
“Siamo andati a giocare anche in Europa e per noi fu una emozione fortissima. Ma le esperienze non furono eccezionali, visto che comunque il divario con le squadre affrontate era evidente. L’Europa non ci sorrise ma se guardiamo al bilancio di quei tempi non possiamo proprio lamentarci. Oltre ai quattro titoli, vincemmo anche tre Coppe. E il tutto con un corollario di pubblico decisamente positivo. Ad ogni partita al Mercato Coperto c’erano almeno 500 spettatori. Una media che oggi nessuna squadra maschile ticinese di LNA riesce a fare”.


Un aspetto curioso era quello del rimborso spese. 
“Salvo un paio di eccezioni eravamo tutte dilettanti e non c’erano rimborsi. Mi ricordo però che ogni vittoria valeva cinque franchi...Cioè il club ci premiava con questa somma. Davvero altri tempi. Nonostante ciò andavano agli allenamenti e alle partite con uno spirito garibaldino, tutte motivatissime”.


Le squadre rivali di allora?
“Direi soprattutto le romande, come lo Stade Français e il Nyon. Ogni tanto il Berna. Per il basket femminile ticinese quello fu uno dei momenti di maggior gloria. Ricordo che in seguito sarebbero arrivate anche la Muraltese e il Bellinzona”.


Tante vittorie, tanti riconoscimenti e tanto entusiasmo però non bastarono per evitare la chiusura della squadra nel 1972. 
“Non c’erano più fondi per andare avanti, non so se l’azienda andasse male. Tuttavia i dirigenti ci comunicarono che quella straordinaria esperienza era finita. Vi lascio immaginare la nostra costernazione e la nostra delusione. In particolare del coach Yogi Bough” ricorda la Conconi. Del quale dice: “Portò entusiasmo, competenza e allegria in uno spogliatorio già forte di suo. Bough era una brava persona e al basket ticinese fece soltanto del bene. Ancora oggi, quando ci troviamo una o due volte l’anno con le giocatrici di quei tempi, lo ricordiamo con nostalgia e un po' di tristezza”. 


Il Dream Team Riri in fondo lo aveva costruito lui.

M.A.

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