Sport, 03 giugno 2022

Triste destino di Fashanu vittima dell’ostilità puritana

Fu il primo giocatore professionista a dichiararsi gay. Si uccise dopo un’accusa di stupro

Justin Fashanu ha vestito per 11 volte la maglia della nazionale inglese. Per alcuni anni è stato l’idolo del Norwich City ma poi la sua carriera ha cominciato a deragliare. Dapprima gli infortuni, poi le liti con il tecnico della sua nuova squadra (il leggendario Brian Clough del Nottingham Forest), poi come se non bastasse il confronto con una società bigotta e moralista che ne disapprovava il suo orientamento sessuale. Ma il vero e proprio tracollo avvenne nel 1998, quando venne accusato (ingiustamente) dello stupro di un ragazzo in una cittadina del Maryland, sul finire di una carriera ormai oscurata e dimenticata.
Era il capolinea di una vita piena di rancori, sofferenza e dolori: il 3 maggio dello stesso anno decise di farla finita. Fu il primo calciatore professionista a dichiarare la sua omosessualità.


Fra il 1978 e il 1980 Justin segna 35 reti nelle fila del Norwich City. Viene notato dai selezionatori nazionali ma soprattutto da Brian Clough, istrionico e brillante tecnico del Nottingham Forest, rivelazione calcistica mondiale (grazie ai due successi consecutivi in Coppa dei Campioni). Il coach vuole farne il perno dell’attacco. Ma i due non si pigliano e sin dai primi allenamenti sorgono delle divergenze di carattere tattico. In realtà Clough non digerisce il fatto che Fashanu sia gay. Lo hanno informato che il suo giocatore trascorrerebbe le nottate in alcuni locali omosessuali della città. Allora la situazione precipita. Clough alza i toni della polemica e chiama Justin di fottuto finocchio. Nelle sue memorie scriverà di aver chiesto al giocatore “perché continui ad andare in quei cazzo di locali per froci”. In seguito, dopo aver peregrinato in club inglesi e del Nordamerica, Fashanu decide di uscire alla scoperto e di rendere nota la sua omossessualità. Questa decisione viene accolta con sdegno dal mondo sportivo ma soprattutto dalla comunità nera britannica, che ritiene di aver subito un affronto. Ma anche il fratello John lo rinnega. Justin, un giocatore ormai avviato verso il declino, afferma di essere solo e disperato. Così nel 1995, dopo una parentesi piuttosto deludente ad Atlanta, si trasferisce ad Ellicot City, nel Maryland per dirigere una compagine locale.

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Per Justin è l’inizio della fine. Nel 1998 un giovane 17 enne, tale Ashton Woods, lo denuncia alla polizia, affermando di essersi svegliato nel letto di Fashanu dopo una serata trascorsa a bere alcolici e a fumare erba. Lo accusa poi di averlo narcotizzato e quindi violentato mentre era incosciente. Il ragazzo ammette di essersi recato spontaneamente a casa dell’ex giocatore della nazionale inglese. Quest’ultimo viene interrogato dalla polizia il 26 marzo e siccome offre la sua massima collaborazione, viene rilasciato. Tuttavia il 3 aprile gli inquirenti tornano a casa sua per prelevare i campioni biologici necessari per il test del Dna e per perquisire l'appartamento ma lo trovano vuoto. Fashanu è tornato in Inghilterra: per qualche settimana vive sotto falso nome, cercando di contattare amici ed ex-procuratori di calciatori per organizzare la sua difesa. Ma nessuno gli dà corda.


Justin ha capito di essere rimasto solo e la mattina del 3 maggio si impicca in un garage di Shoreditch (nei pressi di Londra), nel quale era entrato dopo aver forzato l'ingresso la notte precedente. Nel suo biglietto d’addio scrisse che sentiva che sarebbe stato ingiustamente giudicato colpevole di aver abusato del ragazzo: “ Desidero dichiarare che non ho mai e poi mai stuprato quel giovane. Abbiamo avuto un rapporto basato sul consenso reciproco e poi lui mi ha chiesto denaro. Quando gli ho risposto di no lui mi ha minacciato. Aspetta e vedrai. Spero che il Gesù che amo mi accolga, troverò la pace infine”. Il suo decesso mise fine al procedimento penale. Lo stato del Maryland lasciò le accuse per mancanza di prove.


Justin Fashanu non era solamente un calciatore gay era soprattutto un calciatore di talento, dichiarò alla BBC la nipote Amal Fashanu commentando l’ingresso dello zio nella “Hall of Fame” del calcio inglese anni dopo la sua scomparsa. “Justin subì l’emarginazione, la discriminazione, la violenza, la solitudine, la gogna mediatica e infine morì tragicamente” disse la parente.

JACK PRAN

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