Sport, 15 maggio 2022

“I nostri anni meravigliosi Malfanti il trascinatore”

Capitan Adriano Coduri e il trofeo del 1968 (giunto dopo 37 anni di astinenza)

LUGANO - Adriano Coduri ha quasi 85 anni e sente gli acciacchi della vita anche se non se ne cura troppo. Risiede sempre a Rancate, il paese in cui è cresciuto e che non ha mai lasciato; al suo fianco la moglie Orietta, fedele compagna sin dai tempi di gioventù. Con il passare degli anni, si è un po’ staccato dal mondo dello sport ma non dal Lugano, che segue alla moda antica, grazie ai giornali: la moderna tecnologia non è roba per lui. Nano preferisce il buon vecchio quotidiano, anche se oggi in Ticino ne sono rimasti soltanto due. E pensare che ai tempi del Grande Lugano ce n’erano sei! Un altro mondo, un altro calcio, lo stesso in cui Coduri era capitano e leader della difesa bianconera in un contesto, quello svizzero, in cui il club bianconero riusciva a rivaleggiare contro gli squadroni del Nord: Zurigo, Basilea, Grasshopper e Young Boys. Merito di un presidente visionario come Francesco Malfanti, di un allenatore tenace e a suo modo rivoluzionario (Louis Maurer) e di un gruppo di giocatori nella stragrande maggioranza ticinesi. Al quale venne affiancato un tedesco imponente e fortissimo: Otto Luttrop. Non fu dunque un caso che nel 1968 arrivò la Coppa Svizzera, dopo ben 37 anni di astinenza. In campo c'era anche Coduri. Che ha ancora ricordi alquanto nitidi.


Coduri: è passata un’eternità…
Lascia perdere... (ride). Il tempo vola ed oggi siamo qui a commentare qualcosa che sembra di un’ altra era. In realtà quelli furono tempi memorabili per il calcio ticinese. E non solo per il Lugano. A Bellinzona si viveva per l’ACB, a Chiasso si accendevano passioni incredibili. 



Tutto ciò era dovuto a qualche motivo particolare?
Non credo ci fosse una formula magica. Ma il fatto che le squadre fossero composte quasi esclusivamente da elementi locali scatenò un grande entusiasmo. La gente si identificava nei propri giocatori, li conosceva uno per uno. E i nomi sulle maglie non esistevano ancora. Certo: il mondo è cambiato, gli interessi sono aumentati, e i giovani guardano anche ad altre discipline. Per questo non dico che le dirigenze degli ultimi decenni abbiano sbagliato. Semplicemente non siamo più negli Anni Sessanta… 


Nostalgia canaglia, vero?
Diciamo che furono anni meravigliosi e che ben difficilmente si ripeteranno. Il mondo ora va a mille all’ora, e bisogna guardare avanti. Prendiamo il Lugano: con lo stadio nuovo potrebbero cambiare tante cose… 


Più spettatori, per esempio.
Esatto. Oggi a Cornaredo ce ne sono pochi, ed è un peccato perché la squadra gira bene. E poi il tecnico è un momò. Croci Torti mi piace, sa il fatto suo. Il quarto posto attuale è farina del suo sacco.


Torniamo alla finale del 1968.
Il più bel ricordo riguarda il presidente Malfanti. Quando giunsi in tribuna per ricevere la Coppa mi diede una carezza e quel gesto per me significò moltissimo. Un ricordo indelebile. Cechin era una persona molto umana. Si emozionò anche lui.


Non fu facile vincere.
Assolutamente no. Il Winterthur giocava in Lega Nazionale B e quindi il Lugano partiva come grande favorito. Anche se avevano la promozione ormai a portata di mano, gli zurighesi non avevano nulla da perdere. E infatti ci misero in difficoltà.


Ma alla fine trionfò il Lugano.
La grande forza di volontà ci permise di stare a galla. Il nostro era un gruppo formidabile. Non perdemmo mai di vista la situazione e il controllo dei nervi. Eppoi Simonetti segnò la rete decisiva, bellissima, nel finale, quando tutti pensavano già ai supplementari.


Senta Coduri: questo Lugano potrà emulare a Berna quello di Louis Maurer?
Glielo auguro con tutto il cuore. Non sarò al Wankdorf ma guarderò la partita in TV insieme a mio nipote Claudio. Sperem… 

M.A.

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